|
II
Tesi: atto puro e atto misto
«L’atto
come perfezione è limitato dalla potenza, che è capacità di ricevere
la perfezione».
*
● L’atto dice perfezione, la potenza imperfezione.
L’atto è “attivo” e perfeziona o realizza la potenza, la quale è
“passiva” ed è perfezionata dall’atto. Quindi esiste una certa
analogia o somiglianza tra atto/forma/essere da una parte e
potenza/materia/essenza dall’altra. Infatti la forma perfeziona o
“informa” la materia e l’essere dà l’ultima perfezione all’essenza
facendola esistere in atto (l’ente è un’essenza che ha o riceve
l’essere per partecipazione).
● La potenza dice capacità passiva di ricevere
l’atto. Tuttavia vi è anche la “potenza attiva” o capacità di dare
qualcosa (per esempio l’occhio ha la capacità attiva di vedere ed è
potenza attiva; mentre il legno ha la capacità passiva di ricevere
la forma di statua, sedia o tavolo). Quando si parla di potenza
senza aggiungere nulla, si intende potenza passiva. Se si vuol
parlare di potenza attiva occorre precisarlo.
● L’atto dice perfezione, realizzazione o “attuazione”
della potenza. Quindi l’Atto puro da ogni potenza è la Perfezione
stessa per sé sussistente ossia Dio. Siccome la perfezione ultima o
più perfetta di tutte le altre perfezioni (atti, forme, essenze) è
l’essere (“actualitas omnium actuum”), Dio è in primis Essere stesso
per essenza. “Solus Deus est suum Esse”. Dio non ha o riceve
l’essere per partecipazione, ma è l’Essere stesso per essenza,
mentre le creature (dall’Angelo al minerale) ricevono o hanno
l’essere per partecipazione (vedi S. Tommaso, Somma Teologica, I
parte, questione 7, articoli 1-2; Somma contro i Gentili, libro I,
capitolo 43).
●
Questo concetto di ‘partecipazione’, sublimato e ultimato
perfettamente da S. Tommaso, lo si trova già in Platone. Infatti
per Platone il mondo sensibile, l'ente creato (o “per
partecipazione”) partecipa all'Iperuranio o Mondo delle Idee (Ente
per essenza). S. Tommaso mutua da Platone e non solo da Aristotele
(come vorrebbero alcuni, che vedono nell’Angelico un semplice
commentatore di Aristotele) il concetto di partecipazione (Ens per
essentiam et ens per participationem). Platone si ferma alle Idee
pure, Aristotele va oltre e giunge alla sostanza o essenza delle
cose, ma si arresta lì. S. Tommaso eleva Aristotele col concetto
intensivo di essere come atto ultimo di ogni essenza (“ultima
perfectio omnium perfectionum”, “actualitas omnium actuum”, “actus
ultimus omnium formarum seu essentiarum”) e Platone col concetto di
ente per partecipazione o creato ed Ente per essenza o Infinito ed
Increato. Inoltre l’Aquinate corregge la svalutazione eccessiva del
mondo creato in Platone, il quale insegnava che il vero mondo o la
vera realtà è solo l’Iperuranio, mondo delle Idee o Essere per
essenza, mentre il mondo fisico è solo un’ombra e per di più un
carcere dell’Iperuranio, con la conseguente svalutazione
tendenzialmente gnostica/manichea della materia, del mondo, del
creato, del corpo (“soma/sema”, ossia “corpo/tomba”). Tuttavia non
si può negare la presenza della filosofia di Platone nell’Aquinate.
Infatti la quarta via tomistica per dimostrare l'esistenza di Dio è
tutta fondata sul concetto di partecipazione e porta alla “Causa
Prima increata” di ogni effetto finito. Quindi l'Angelico ha ripreso
il meglio di Platone e di Aristotele, ha corretto Platone alla luce
di Aristotele ed ha perfezionato quest'ultimo con la metafisica
dell'essere come “actus essendi”, superiore alla metafisica della
sostanza aristotelica (vedi C. FABRO, Partecipazione e causalità in
san Tommaso d'Aquino, Torino, Sei, 1939; ID., Il concetto di
partecipazione, Milano, Vita & Pensiero, 1961). Il cuore della
metafisica tomistica è costituito da questi due grandi princìpi dai
quali derivano tutti gli altri: 1°) l’essere come actus essendi o
ultima perfezione di ogni essenza; 2°) l’Ente per essenza (che è il
suo stesso Essere per sua natura o essenza) e l’ente per
partecipazione (che ha o riceve l’essere e non è il suo stesso
essere).
●
L’Atto puro è senza nessun limite di potenza o imperfezione. Quindi
è Infinito ed essendo Infinito è necessariamente Unico (contro il
politeismo), poiché se esistessero due “infiniti” realmente
distinti, uno di loro dovrebbe mancare di una qualità o perfezione
che ha l’altro per potersene distinguere; altrimenti sarebbero una
sola cosa. La teoria del politeismo o di due “infiniti” è
assolutamente contraddittoria, poiché uno dei due “infiniti”
dovrebbe mancare di qualcosa ed essere perciò finito e limitato. Il
Dottore Comune è lapidario: “per il fatto stesso che l’Atto è puro,
può essere solamente Illimitato, Infinito e Unico” (Somma Teologica,
I parte, questione 11, articolo 3).
●
Siccome il limite viene dalla potenza, che dice imperfezione,
manchevolezza, restrizione, finitudine, la molteplicità degli enti
viene dalla potenza. Infatti Parmenide, che non conosceva ancora la
potenza, (per difendere il principio speculativo di identità, anche
se mal formulato: “l’essere è l’essere, il non-essere non esiste”)
affermava il monismo statico di un unico essere senza nessuna
potenza né cambiamento o divenire e negava pure la molteplicità
degli enti, cosa che è contraria all’evidenza dei fatti. Egli faceva
il seguente sillogismo: “dal nulla viene il nulla, dall’ente in
atto non viene un ente in atto poiché è già esistente in atto.
Quindi il divenire non esiste” (“ex nihilo nihil fit. Ex ente in
actu non fit actum, qua iam est in actu. Ergo ipsum fieri est
impossibile”). Ma il buon senso ci dice che “contro il fatto non
vale l’argomento”. Noi tutti costatiamo che vi è del movimento,
cambiamento o divenire attorno a noi (il fiore che nasce, appassisce
e muore, il fiume che scorre…) e vi sono molti enti, uno distinto
dall’altro (Antonio, Marco, un cavallo, un leone, un albero, un
sasso). Quindi il monismo panteistico e statico di Parmenide è
falso. Al contrario Eraclito (per difendere il fatto del movimento)
negava il principio speculativo e per sé noto di identità ed
affermava che esiste il solo divenire (monismo dinamico o
evoluzionista: esiste un solo unico movimento perpetuo); egli non
conosceva ancora - come Parmenide - la nozione di potenza e negava
ogni essere o sostanza per se sussistente e stabile: per lui “tutto
scorre come un fiume”, non vi è nulla di stabile. Il suo
ragionamento suonava così: “dal nulla viene nulla. Dall’atto non
viene alcunché, poiché è già in atto. Quindi l’essere in atto è
impossibile” (“ex nihilo nihil fit.
Ex ente in actu
non fit actum quia iam est in actu.
Ergo
esse non existit”). Ora la realtà dei fatti ci mostra che esistono
molte sostanze stabili sotto gli accidenti che mutano; l’essere che
fa esistere o passare dalla potenza all’atto le essenze le quali
divengono enti in atto, e non un unico perpetuo movimento
sostanziale senza sostanze o essere che sostengono, supportano o
fanno da soggetto all’accidente “movimento”, anche se le sostanze
sono sottomesse a cambiamenti accidentali (Giovanni che invecchia,
incanutisce, dimagrisce o ingrassa, distinto da Pietro e Paolo).
Aristotele con la nozione di potenza, che è distinta realmente
dall’atto e dal nulla, è riuscito a conciliare il principio
teoretico dell’essere e il fatto pratico del divenire. Il suo
sillogismo spiega esattamente la realtà delle cose e la coniuga con
il principio speculativo ed evidente d’identità ben formulato:
“l’essere è l’essere, l’essere non è il non-essere, il non-essere è
non-essere”, ossia la potenza, che non è essere in atto, è potenza
ed esiste in quanto potenza (mentre Parmenide diceva erroneamente:
“il non-essere [in atto] non esiste”). Infatti, grazie alla potenza
(che non è il nulla, ma neppure l’essere in atto), lo Stagirita
dice: “dal nulla viene nulla, dall’ente in atto non viene l’atto
poiché è già in atto, ma dalla potenza viene l’atto ovvero la
potenza passa all’atto. Quindi il divenire è possibile e l’essere
pure grazie alla potenza” (“ex nihilo nihil fit.
Ex ente in actu
non fit actum quia iam est in actu.
Ex ente
in potentia fit actum quia non est in actu. Ergo esse existit et
fieri est possibile”) e riformulava esattamente il principio di
identità: “l’essere è l’essere, il non-essere è il non-essere, ma
l’essere non è il non-essere” (mentre Parmenide diceva erroneamente:
“il non-essere [la potenza] non esiste”). Ora la potenza è
“non-essere in atto” ed esiste come qualcosa di intermedio tra il
nulla e l’essere in atto perfetto (per esempio il legno della statua
che viene cesellata pian piano non è il puro nulla, ma neppure è la
statua ultimata tuttavia esso esiste mentre l’artista lo lavora e
tende all’atto perfetto e non al movimento perpetuo). Ecco
l’importanza della distinzione reale tra potenza e atto, scoperta da
Aristotele e sublimata da S. Tommaso con l’essere che perfeziona
l’essenza, alla quale Aristotele si era fermato senza giungere
all’atto di essere (vedi San Tommaso, De Spiritualibus creaturis,
articolo 8) .
● Da
questa semplice distinzione metafisicamente iniziale tra potenza e
atto deriva virtualmente il termine e il vertice della metafisica
ascendente: la distinzione tra Dio e le creature e la sua ragione,
motivo o “perché” più alto. Lo vedremo nella III Tesi del Tomismo.
d. CURZIO NITOGLIA
6 marzo 2012
http://www.doncurzionitoglia.com/2a_tesi_tomismo_commento_xxiv.htm
|