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“Prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio
peccato che la tempesta si è sollevata”.
Gesù
nel Vangelo ripete spesso: “Chi ha orecchie per intendere, intenda!”.
La figura di Giona ci fa capire (se non vogliamo fare i sordi, dacché
“non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”) molte cose, soprattutto
oggi. Giona (che significa “colomba”) inviato a Ninive è figura degli
Apostoli inviati a predicare il Vangelo ai pagani, di Gesù che restò tre
giorni e tre notti nel sepolcro, come Giona nel ventre della balena e
dello Spirito Santo che scese su Gesù sotto forma di colomba. La
conversione di Ninive è figura di quella di Roma, destinata ad essere la
capitale della Nuova Alleanza (j.
de monléon, Jonas. Commentaire sur le prophète, 2 ª ed.,
Québec, Scivias, 2000, pp. 12-14). Gesù stesso, agli ebrei che gli
chiedevano un segno, rispose: “vi sarà dato il segno di Giona il
profeta: come infatti Giona è stato ingoiato nel ventre di una balena
per tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo sarà [sepolto] nel
seno della terra tre giorni e tre notti” (cfr. Mt., XII, 39-40). Gesù,
citando Giona, annuncia la sua morte, sepoltura e resurrezione.
La
missione di Giona continua quella dei profeti anteriori che avevano
minacciato sventure (è il ruolo del profeta), castighi per i peccati di
Israele, specialmente per i peccati d’infedeltà a Dio. Ma gli ebrei non
avevano voluto credere ai profeti e non si erano convertiti. Allora Dio,
prima di scatenare la sua collera, fa un ultimo tentativo: suscita un
nuovo profeta, Giona, e lo manda a Ninive, la grande metropoli pagana,
una delle più importanti in quei tempi, ricca di ogni corruzione. I
Niniviti si convertiranno, mentre gli ebrei non avevano voluto
convertirsi, quando erano stati inviati loro gli altri profeti, anzi li
avevano perseguitati e uccisi.
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Il
Signore dice a Giona: “Va’ a Ninive, rimprovera ai suoi abitanti la loro
iniquità e poi ritorna a Me”. Giona si alza, ma invece di obbedire fugge
lontano da Dio, in direzione opposta a Ninive verso Tarsis, nella Spagna
meridionale, allora estremo limite della navigazione mediterranea.
Certamente Giona, formato da Elia, sapeva che Dio è onnipresente, ma da
buon “pio-israelita” pensava che, in virtù del Patto stipulato con
Abramo, non sarebbe mai intervenuto fuori della Giudea. Egli pensava
che, una volta fuori della Giudea, Dio lo avrebbe lasciato in pace. Ma,
perché non voleva predicare ai Niniviti?
San Girolamo (Commento su
Giona, Prologo, P.L., t. XXV, c. 1.117) lo spiega così: “innanzi tutto
si vedeva sminuito nella sua dignità profetica, essendo egli trasferito
presso i pagani. Tutti gli altri profeti erano stati inviati in Israele,
Giona, invece, era declassato, poiché inviato in Assiria, a Ninive!
Inoltre lo Spirito Santo gli aveva rivelato che la conversione dei
pagani avrebbe segnato la fine del primato di Israele. Per Giona, che,
pur essendo un profeta, era pur sempre un uomo e un "pio israelita’,
questo era un compito ingrato; non se la sentiva. Infine Giona sapeva
bene che ‘Dio è misericordioso, paziente, sempre pronto a perdonare chi
si pente’, ed è proprio per questo che non voleva andare a Ninive, per
rispetto umano o paura che, qualora essa si fosse pentita, Dio l’avrebbe
perdonata e lui avrebbe fatto una brutta figura”.
Giona, quindi, si imbarca per traversare il Mediterraneo e andare verso
la Spagna meridionale. Ma Dio non è d’accordo. Fa sollevare una grande
tempesta. Tutti i passeggeri, che erano pagani, furono presi dal panico,
mentre solo Giona restava indifferente, poiché, tormentato dal rimorso
di aver disobbedito a Dio, era noncurante di ciò che succedeva attorno a
lui e per la tristezza si addormentò. Il capitano della nave, che era
anche lui un pagano, meravigliato da tanta calma, lo prese per un
“santo” e gli disse di pregare il suo Dio. Giona comincia a pregare, ma
la tempesta non cessa. Allora i pagani pensarono che quella tempesta era
l’effetto dell’ira della Divinità offesa e tirarono a sorte per sapere
chi fosse il colpevole. La sorte cadde su Giona. I marinai gli chiesero
che cosa dovessero fare per calmare la collera di Dio, ed egli rispose:
“prendetemi e gettatemi in mare. Infatti so che è a causa del mio
peccato che la tempesta si è sollevata”. I marinai, pur se
addolorati, lo gettarono in mare, che immediatamente si calmò e una
balena inghiottì il profeta.
Giona, nel ventre della balena, prega Dio, gli chiede perdono e promette
di fare la sua volontà. Dio allora comanda alla balena di “sputare”
Giona sulla riva del mare.
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Giona, questa volta, si reca a Ninive e predica la penitenza per i
peccati che vi si commettono. Ninive era talmente grande che ci volevano
tre giorni di marcia a piedi per percorrerla da un capo all’atro. Giona
durante la sua “marcia” non cessa di gridare: “Ancora quaranta giorni e
Ninive sarà distrutta”. I Niniviti, impressionati sia dal messaggio che
dalla gravità del messaggero, si pentirono e fecero penitenza dei loro
peccati e credettero in Dio. La cosa pervenne sino alle orecchie del re,
ossia il popolo cominciò il “pentimento”, Dio lo accettò e decise di non
distruggere Ninive; poi intervenne anche il re (come nel Natale di Gesù
prima vanno ad adorarlo i pastori, poi tre re pagani). Questo per farci
capire che il regno di Cristo non è solo sulle singole anime, ma è
sociale, poiché l’uomo è creato “animale socievole” e quindi in società,
sotto la legittima autorità, deve dare a Dio il culto dovutogli. Anche
il re fece pubblica penitenza, si rivestì di sacco e si cosperse il capo
di cenere. Ecco perché Gesù porta i Niniviti ad esempio contro i giudei
del suo tempo: mentre i Niniviti, che erano pagani, si convertirono di
fronte alla predicazione di Giona, un semplice profeta; i giudei non
vollero convertirsi di fronta alla predicazione di Gesù Cristo, vero Dio
e vero uomo. La missione di Giona a Ninive, presso i pagani, ci fa
capire che già nell’Antico Testamento si preparava la missione “ad
Gentes”, s’iniziava l’universalismo religioso del Nuovo Testamento. Gesù
e san Paolo l’hanno promulgato e praticato, ma era già nello spirito del
giudaismo mosaico, totalmente diverso da quello talmudico, che idolatra
Israele e odia i goyjm. Il giudaismo attuale ha rotto con Mosè e i
profeti, i quali annunciavano Cristo e la Chiesa, che è il vero e nuovo
Israele, secondo lo spirito e non secondo la carne. I Sommi Sacerdoti,
gli scribi e i farisei-sadducei hanno crocifisso Gesù, e la storia
continua nella sua Chiesa. È proprio ciò che Gesù rimprovera ai giudei
del suo tempo: i pagani di Ninive fecero penitenza, e voi no; perciò
“morirete nel vostro peccato”: il rifiuto del Messia, che perdura
tuttora.
Le
vicende del 21-27 gennaio 2009 ci mostrano che nulla è cambiato, lo
stesso odio che animava i giudei increduli duemila anni fa contro
Cristo, anima quelli increduli di oggi contro la Chiesa e contro chi,
come Giona, predica la verità, la penitenza, Gesù Cristo, unico
Salvatore dell’uomo, sia pagano sia ebreo. Roma, come Ninive, si è
convertita, prima il popolo, poi Costantino; invece Gerusalemme, tranne
il “piccolo resto” degli Apostoli e dei primi discepoli cristiani, si è
indurita (prima i sacerdoti poi il popolo) nel rifiuto di Cristo.
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Giona, dopo aver terminato la sua missione di tre giorni, scappa da
Ninive, ha paura di essere distrutto assieme ad essa, si rifugia su una
collina abbastanza, ma non troppo, lontana per vedere al sicuro il
castigo della città. Passano quaranta giorni e Ninive non è distrutta.
Allora Giona si rattrista e si incollerisce, teme di fare la figura del
falso profeta. Giona sapeva bene che Dio è misericordioso, ed è proprio
per questo che non voleva andare a Ninive, per paura che, qualora si
fosse pentita, Dio l’avrebbe perdonata e lui avrebbe fatto una brutta
figura, come egli stesso spiega a Dio.
Giona ha paura delle umiliazioni, e chiede a Dio di farlo morire. Dio,
allora, gli dà una piccola lezione: fa nascere un albero di ricino che
lo ripari dal sole; in una sola notte spunta e diventa alto e frondoso,
in modo da poter far ombra al profeta che lo apprezza grandemente; però
il giorno dopo, Dio manda un verme che, rodendo le radici dell’arbusto,
lo fa seccare. Il sole sorge implacabile, un vento di scirocco caldo
comincia a soffiare e rende l’aria insopportabile. Giona ne è talmente
“sciroccato” che di nuovo comincia a pregar Dio di ritirarselo da questo
brutto mondo. Dio lo interroga: “Credi che tu possa indignarti perché un
alberello si è seccato?”. Giona risponde di sì. Dio lo rimprovera
dicendogli: “Tu sei in collera perché un alberello che è nato in una
notte, senza alcuna tua fatica, è seccato in un giorno. E tu vorresti
che Io assista, indifferente, alla distruzione di questa enorme città
con i suoi abitanti che si son pentiti?”.
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Il
Libro ispirato si ferma qui. Esso ci vuol far capire il mistero della
Misericordia di Dio verso gli uomini, anche i più disgraziati, anche
i pagani o non-ebrei, che riconoscono le loro miserie e ne chiedono
perdono. Sant’Agostino
(Epistola 102 ad Deogratias, PL, t. XXXIII, c. 383 ss.) ci spiega la
morale di questo episodio così: «Giona gioca un ruolo ingrato, in questa
scena finale, oltre che nella prima [la fuga]. Egli è figura del
popolo ebraico, che si irrita quando vede che anche le nazioni
pagane sono chiamate da Cristo al suo Regno. Invece di far penitenza
come i Niniviti, o i pagani convertiti dai Dodici Apostoli, resta in
disparte, urtato, piagnucoloso e lamentoso, sulla collina. L’alberello
rappresenta la religione mosaica dell’Antica Alleanza, che deve cedere
il passo – seccando – alla Nuova ed Eterna. Il sole che brucia l’albero
è Cristo “Sol justitiae”, il verme che ne rode le radici è ancora Gesù:
“Ego sum vermis et non homo”, simbolo dell’umiltà. Ma questo vermicello,
in poco tempo, secca l’albero, poiché Cristo è venuto non solo per
Israele ma per tutte le genti e, quindi, secca tutte le speranze e
le glorie terrestri dell’Israele carnale (le fronde dell’albero, sotto
cui Giona si riparava). Preghiamo - conclude il Santo Vescovo d’Ippona -
il “verme divino”, Gesù, che ci roda, ci consumi e tolga da noi ogni
albagia».
Don
divo barsotti (Meditazione
sul Libro di Giona, Brescia, Queriniana, 1967) commenta: «Israele non
è eletto per la distruzione dei popoli, ma per la loro salvezza” (p.
20); “Israele non voleva capire che tutti i popoli e tutte le terre non
solo erano sotto il dominio sovrano di Dio, ma erano creature del suo
amore […], ciò lo ferisce nel suo orgoglio. […] L’unica cosa che
avrebbe dovuto fare Dio [secondo gli ebrei] era quella di
distruggere tutte le Nazioni per far regnare Israele” (p. 27); “Quando
Israele vorrà conservare esclusivamente per sé i doni che ha ricevuto da
Dio […] viene condannato, rigettato, e al suo posto entrano le
Nazioni” (p. 28); “Tutto il Libro di Giona sembra voglia
‘canzonare’ […] Israele che non sa accettare il piano divino»
(p. 32). Infatti il Signore ha uno spiccato spirito d’umore (“ludens in
orbe terrarum”, dice la Santa Scrittura) e noi dobbiamo cercare di
imitarlo anche in questo (“castigare, ridendo, mores”, come dicevano gli
antichi Romani; oppure “Pulcinella, ridendo e scherzando, disse la
verità”, come dicono i Napoletani di oggi); qualcuno vi riesce molto
bene, altri (che si prendono un po’ troppo “sul serio”) molto meno.
Cerchiamo di “saper ridere anche, anzi, soprattutto, di noi stessi”,
come diceva San Tommaso Moro, col suo “aplomb” britannico.
Padre Vallet, p. Barrielle e l’allora p. Williamson ci insegnavano con
sant’Ignazio: “la nostra mistica è la mistica delle umiliazioni”. Don
Francesco Putti diceva: “vince chi perde”. Don Barsotti scrive: “Se il
cristiano non conoscesse umiliazioni, oltraggi, persecuzioni e morte non
continuerebbe il mistero di Cristo. Ma proprio questo è il destino
del cristiano: essere gettato in mare, essere ingoiato dal pesce,
perché nell’abisso della tenebra possa scoppiare dal nostro cuore il
grido della speranza” (p. 63). Tuttavia attenzione! “il profeta è
un cibo indigesto. Il pesce non riuscì a digerire Giona: il mondo non
riuscirà mai a digerire Cristo e la Chiesa” (Ivi).
sì
sì no no
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