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Sin dal
1917 quando si parlava solo e “semplicemente” di “focolare ebraico”, la
Santa Sede e i cristiani viventi in Palestina avevano capito quale
sarebbe stata la loro sorte, l’eliminazione indolore e incruenta dalla
Palestina, quale oggi è constatata dalle statistiche succitate. La causa
principale di tale eliminazione non era vista nel mondo arabo, neppure
nell’islàm allora non fondamentalista, e neppure oggi si pensa da parte
cristiana che il responsabile di tale situazione sia il movimento
“integralista” Hamas. Se il “laico” Arafat non aveva mai discriminato i
palestinesi di religione cristiana (),
tanto da essere ricevuto dal Papa in Vaticano nel 1982, «quando ancora
nessun capo di Stato occidentale aveva accettato contatti diretti col
capo dell’Olp» (2), la vittoria elettorale del movimento “confessionale”
islamico Hamas (gennaio 2006) ha suscitato, tra i cristiani,
inizialmente, delle perplessità, che però sono state dissipate proprio
dai capi di Hamas i quali «hanno maneggiato con particolare riguardo la
questione dei rapporti coi cristiani di Palestina» (3). Inoltre in
diverse circostanze candidati cristiani presentati da Hamas sono stati
eletti coi voti musulmani, mentre monsignor Fu’ad Twal (coadiutore del
patriarca latino di Gerusalemme Sabbah) ha riconosciuto che i cristiani
hanno contribuito alla vittoria di Hamas alle elezioni politiche del
gennaio 2006 (cfr. Famiglia
Cristiana, n° 32/2007), il padre francescano Pierbattista
Pizzaballa, custode di Terra Santa, ha sottoscritto un messaggio di
piena disponibilità a collaborare con Hamas vincitrice delle elezioni
politiche (4), non scorgendo in essa un pericolo per la sopravvivenza
dei cristiani in Palestina. Sempre secondo Valente, Hamas «mira a
stabilire un governo civile e non uno religioso» (5).
Il fatto
più importante, è che dopo l’elezione di Benedetto XVI «se nei primi
tempi del nuovo pontificato, alcune posizioni del ‘ministro degli
esteri’ vaticano Giovanni Lajolo sembravano risentire delle impostazioni
‘neocon’, dopo la guerra in Libano sembra tornare in auge
la linea ‘realista’» (6), ossia non sbilanciatamene
filo-americana e israeliana. Onde si può concludere che: «In questo
senso, è significativo che l’appello più duro lanciato di recente dal
patriarca Sabbah (…) non contenga la denuncia del fondamentalismo
islamico, bensì una dura presa di distanza dalle dottrine e dalle
iniziative dei ‘cristiani sionisti’» (7). Infatti nell’ottica
neoconservatrice il destino dei cattolici in oriente e specialmente in
Palestina sarebbe quello «della fuga e dell’oblio» (8), come è successo
già in Irak e come avevano previsto Benedetto XV (1917) e Pio XII
(1948-49). Occorre specificare che i “cristiani”-sionisti, di cristiano
hanno solo il nome, non credendo alla divinità di Gesù né alla SS.
Trinità, essi sono quindi giudaizzanti che si celano sotto le apparenze
dei calvinisti radicali.
Il 6
luglio 2007, 10 ministri degli esteri di Stati membri dell’Unione
Europea (la cosiddetta “Europa del sud”), tra cui Italia, Portogallo,
Spagna, Grecia, Cipro, Malta, Irlanda, Svezia, Romania e Bulgaria,
capeggiati dalla Francia, hanno scritto una lettera a Tony Blair, in
qualità di inviato speciale del “Quartetto internazionale” per il medio
oriente, in cui chiedono di negoziare la pace tra Palestina e Israele
con tutti, Hamas compresa e non solo Fatah. Dopo aver costatato che la “road
map” voluta soprattutto dagli Usa è fallita. Tale iniziativa è stata
respinta da Israele, Usa, Germania e Belgio (“Europa del nord”). Mentre
il “Consiglio UE” il 12 luglio 2007 ha adottato a larghissima
maggioranza una risoluzione assai vicina alla lettera dei dieci
ministri, in cui si prendeva atto che la politica di rigido rifiuto di
ogni dialogo con Hamas, che pur aveva vinto (gennaio 2006) le elezioni
politiche, ed aveva mostrato segnali di ammorbidimento, non aveva
portato alcun risultato, anzi ha solo favorito una spaccatura tra
palestinesi con il rischio di una guerra civile e di gettare Hamas nelle
braccia di “al-Qà ‘ida”. Insomma occorre prendere atto che non si può
avere una pace (fra Israele e Palestina) con i palestinesi divisi e in
guerra tra loro (9).
Il
professor Ra’fat Zikrì (studioso egiziano di questioni mediorientali)
scrive che la rottura tra Hamas e Fatah è l’attuazione del vecchio sogno
sionista di distruggere la Palestina, separandola e dividendola (dìvide
et ìmpera), di modo da consegnare la Cisgiordania (sotto Fatah) alla
Giordania e Gaza (sotto Hamas) all’Egitto, come era prima del 1967,
quando Arafat capì che la Palestina doveva essere difesa dai palestinesi
e non affidata alle cure interessate di Egitto, Giordania e Siria;
soltanto così la Palestina riuscì ad attirare l’attenzione del mondo su
di sé e non sui Paesi arabi limitrofi, questo è stato il grande merito
di Arafat e la sua “morte” potrebbe significare la fine dello Stato di
Palestina (10).
Il
dottor Alessandro Pertosa, su “Alfa e Omega” arriva – grosso modo
– alle stesse conclusioni. I cristiani di Palestina fuggono all’estero,
perché «l’occupazione israeliana è diventata oramai insostenibile. Per i
cristiani irakeni le cose non sembrano affatto andare meglio (…) negli
ultimi tre anni oltre 100 mila cristiani sono stati costretti ad
abbandonare la propria terra» (11). Anzi «È come un Venerdì Santo senza
fine. Ed Israele cosa fa? Alimenta l’odio. Sono ancora chiarissime le
parole di mons. Twal: “È inutile negare che Israele cerchi di evitare
una reale ripresa del processo di pace (…) Nessuno (…), ha il coraggio
di fermare Israele che si auto concede in qualsiasi momento il semaforo
verde di occupare la Palestina! Arriva sempre puntualmente la
benedizione dell’America (…).Fin quando non sarà risolta la questione
israelo-palestinese non vi sarà pace per il Medio Oriente”» (12).
Dopo il
“genocidio” degli “internati” di Gaza, compiuto da Israele (dicembre
2008-gennaio 2009) la situazione precipita. È uscito il n.° 1 del 2009
di Limes (Il buio oltre
Gaza) che parla del massacro dei Palestinesi, ed inoltre
approfondisce quanto era stato affrontato nel n.° 5 del 2007. Ahamad
Yusif, dirigente di Hamas, intervistato da Umberto De Giovannelli
afferma che: «Hamas non è un gruppo terrorista, ma parte fondamentale
della società palestinese (…). Noi non siamo un gruppo Jhadista, non
abbiamo niente a che vedere con al-Qa’ida. Il nostro obiettivo non è il
jhad globalizzato ma la fondazione dello Stato indipendente di Palestina
(…). La Palestina occupata è la questione delle questioni in Medio
Oriente. Fino a quando non sarà data realizzazione al nostro diritto
nazionale, il Medio Oriente resterà una polveriera pronta ad esplodere.
(…). Il piano dell’Arabia Saudita (…) prevede il ritiro d’Israele da
tutti territori occupati nel 1967 compresa Gerusalemme. Hamas condivide
questo approccio. Il nostro obiettivo è la costituzione di uno Stato di
Palestina indipendente sui territori occupati da Israele nel 1967» (3).
Come si
vede non si può non tener conto della metà dei palestinesi, quando si
discute di Palestina. Ora Hamas li rappresenta. Non ci si può nascondere
dietro il paravento della negazione dell’esistenza di Israele da parte
di Hamas, non è così, essa come Arafat ha preso atto dello stato di
fatto, ma chiede almeno il ritorno al 1967, ossia di possedere la metà
della Palestina, come nel 1948, dopo l’invasione dell’altra metà da
parte dei sionisti. Oggi i palestinesi hanno solo il 23 % della
Palestina, poiché con la guerra dei sei giorni Israele ha occupato oltre
il 22 % di essa e ne possiede oltre il 72 %. Ai palestinesi è toccata la
striscia di Gaza amministrata da Hamas e la Cisgiordania in cui governa
Fatah. Ma essi non hanno aeroporto né accesso al loro cielo, non porto
né accesso al loro mare e la poca terra che è rimasta loro è tagliata in
due parti che non è possibile travalicare senza il permesso israeliano.
Inoltre tutti i rifornimenti che arrivano per la Palestina debbono
essere smistati e consegnati dagli israeliani. Questa non è vita. Si
capisce (anche se non si giustifica) perché Hamas lanci Kassàm, pur
sapendo che la lotta è impari.
Tirannide e Stato d’Israele
Qualcuno
obietta che come un ‘tiranno-usurpatore’, il quale non è defenestrato e
dopo parecchio tempo governa ancora de facto il Paese occupato,
ha l’autorità ‘in pratica’ e se nessuno la contesta è
anche autorità de jure; così lo Stato d’Israele siccome governa
de facto da sessanta anni (15 maggio 1948) metà della Palestina,
ne è legittima autorità, almeno de facto. Tuttavia bisogna
constatare che Israele non governa pacificamente la Palestina, essa da
sessanta anni non cessa di combattere, prima con le pietre (intifada)
e poi con katiuscia e kassàm l’invasore abusivo, che resta ancora
tiranno almeno de jure. Certamente occorre suddistinguere, a)
prima Fatah con Arafat non riconosceva neppure il governo israeliano a
partire dal 1948 e quindi voleva la distruzione di Israele, ma poi di
fronte alla realtà dei fatti ha accettato l’occupazione del 48 % della
Palestina (1948), rifiutandosi di ammettere quella successiva (1967) di
un ulteriore 22 % di suolo palestinese ed ha chiesto che Israele si
ritirasse da questo secondo lembo di terra occupata. b) Infine
Hamas, che ha vinto le elezioni a Gaza nel gennaio del 2006,
inizialmente non accettava l’occupazione israeliana del 1948, ma dovendo
governare la striscia di Gaza (2006) ha mutato atteggiamento e de
facto è pronta a riconoscer Israele nei confini del 1948, proprio
come Fatah. Onde non si può accusarla di voler la distruzione di
Israele, ma occorre prendere atto che essa governa la metà dei
palestinesi e parlare anche con lei, proprio come essa ha preso atto che
Israele governa la metà della terra di Palestina.
Conclusione
● La
dottrina cattolica sulla tirannide, ci aiuta a capire meglio la
situazione che si è creata in Palestina:
1°)
Il tiranno in atto di usurpazione (14):
non è
l’autorità legittima e non ha o non esercita il potere. Quindi gli si
deve resistere (15). Israele nel 1948 era un tiranno in atto di usurpare
la metà della Palestina, la resistenza era doverosa.
2°)
Dopo un certo tempo:
se
governa de facto: ha ossia esercita il potere (o
l’autorità), ma non è l’autorità legittima de jure.
Praticamente governa. Israele dal 1948 sino ad oggi governa de facto
la metà della Palestina. Piaccia o non piaccia è un fatto.
ά)
Al tiranno gli si può resistere ancora, solo a condizione che la
reazione non crei una situazione peggiore di quella anteriore
(16), ossia l’anarchia e la guerra civile (17). I palestinesi possono
resistere, lecitamente anche allo stato di cose creatosi nel 1948, ma
senza cader nella guerra intestina, come - purtroppo - sta
succedendo dal 2006 tra Hamas e Fatah. Onde se la resistenza diventa
disordinata, crea caos e disordine; va accettata, anche a malincuore, la
realtà dei fatti (il tiranno governa de facto, mantiene un certo
ordine nella società e non c’è buona speranza di riuscita nella
restaurazione del regime anteriore e legittimo de jure). Quindi
si riconosce praticamente l’occupazione del 1948, come dato di fatto.
β)
Se poi il tiranno è riconosciuto (anche solo passivamente o
tacitamente) dalla sanior pars populi (i notabili o ottimati)
che si assuefa al governo de facto, rinunziando ad ogni volontà
di rivolta, egli diventa capo legittimo, è l’autorità de jure
oltre a governare de facto. Perciò i palestinesi non possono
accettare anche l’invasione del 1967, che li ha spodestati del 72 % del
loro Paese, diviso in due e chiuso in gabbia. Ecco perché Hamas spara
ancora kassàm, anche se non fanno un danno grave a Israele, per
dimostrare che non riconosce né de jure né de facto
l’occupazione del 1967. Tacere significherebbe riconoscere Israele
come padrone legittimo del 72 % della Palestina, ma ciò non è possibile
per i palestinesi. Perciò l’unica via perseguibile sarebbe quella
del ritorno alla situazione del 1948. Non si può chiedere solo ai
palestinesi di tacere e accettare, anche Israele deve riconoscere che la
Palestina ha il diritto ad un suo Stato libero e sovrano, almeno sulla
metà della sua terra, con accesso al mare, al cielo e libera
circolazione al suo interno e fuori i suoi confini, senza che Israele la
soffochi “da mare, da cielo e da terra”.
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