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Introduzione
Abbiamo già visto
1) la differenza tra «arabo-fobia» e anti-islamismo teologico.
2) La natura della cultura europea, che è essenzialmente distinta da
quella «occidentale» (o anglo-americanista).
3) Ora cerchiamo di far luce sulle origini lontane del Puritanesimo
americanista, tendenzialmente anti-trinitario ed essenzialmente
vetero-testamentario (il Vangelo e Gesù, sono qualcosa di accidentale e
posticcio, mentre la vera natura o sostanza del Puritanesimo è il
Vecchio Testamento; quindi esso tende a sminuire se non a negare la
Santissima Trinità e la Divinità di Cristo).
Dunque il Puritanesimo è figlio del millenarismo «gioachimita» ed è
padre del sionismo.
Onde, per capire la vera natura del sionismo occorre risalire al
Puritanesimo americanista,
al millenarismo «gioachimita» e in ultima analisi al giudaismo
talmudico-rabbinico.
Precisazione
Gli studiosi sono unanimi nel costatare che Gioacchino ha proposto
un’ecclesiologia della Nuovissima Alleanza, la quale avrebbe rimpiazzato
la Nuova come quest’ultima aveva soppiantato la Vecchia.
San Tommaso d’Aquino ha mirabilmente confutato nella Somma Teologica
tale errore.
Inoltre è pacifico che i primi discepoli dell’Abate da Fiore fossero
giudaizzanti.
Mentre è ancora disputato se anche Gioacchino stesso fosse inclinato a
giudaizzare o no.
Cercherò di presentare succintamente il panorama di tale problema, visto
alla luce dell’influsso che ha esercitato sull’anti-trinitarismo degli
eretici italiani del Cinquecento, rifugiatisi in Polonia ed emigrati
(XVII secolo) dall’Olanda ed Inghilterra in USA.
Si può dire che l’origine prossima dell’americanismo è il Puritanesimo
anglo-olandese, ma la fonte remota è senz’altro il millenarismo dei
gioachimiti e forse di Gioacchino stesso.
α) Gioacchino da Fiore
Robert Moore ha affermato che attorno al XII secolo l’Europa occidentale
venne trasformandosi in una «società persecutoria».
Se da una parte l’Europa dei secoli centrali del Medioevo fu una società
confessionale e quindi discriminatoria nei confronti dei non cattolici,
l’alternativa alla Cristianità fu rappresentata dal pensiero
millenarista di Gioacchino da Fiore secondo il quale ebrei e cristiani
si sarebbero riuniti in una sola società, nella terza èra dello Spirito,
nella quale avrebbero avuto una comprensione «spirituale» della Bibbia,
mentre nell’Antica e Nuova Alleanza gli ebrei e i cristiani avevano
avuto solo una comprensione letterale della Scrittura.
Se - in tale epoca (XII secolo) - San Bernardo di Chiaravalle (ribadendo
la tradizione patristica) affermava che Israele, dopo il deicidio, era
il «fico secco e sterile» maledetto da Gesù e condannato ad essere
bruciato, poiché privo di opere buone, mentre si sarebbero salvati solo
coloro che seguendo Cristo avessero praticato la Legge del Vangelo, di
qualunque popolo fossero stati (ebrei o gentili), «Gioacchino,
invece, credeva che il popolo di Israele sarebbe stato fecondo (…), la
stirpe di Sem si sarebbe fusa con quella di Jafet per formare un unico
popolo in grado di produrre in sovrabbondanza frutti spirituali»
(1).
Lo stesso Robert E. Lerner (nato a New York nel 1940, professore di
storia medievale all’università di Northwestern, uno dei maggiori
conoscitori del pensiero ereticale e millenarista del medioevo) ammette
che la visione della teologia della storia sul rapporto
giudaismo-cristianesimo di Gioacchino era «irenica» e che contraddice la
tesi di Norman Cohn secondo il quale ogni millenarismo medievale fu
antigiudaico.
Infatti, secondo l’Abate da Fiore, ebrei e gentili si sarebbero riuniti
nella terza èra spirituale (che sarebbe durata mille anni) e avrebbero
celebrato assieme le feste di sant’Abramo e di san David.
La parola di Dio sarebbe tornata al popolo al quale era stata affidata
per primo.
Poiché grazie all’ispirazione finale dello Spirito Santo, gli ebrei
avrebbero acquistato la vera «intelligenza spirituale».
Il professor Lerner conclude: «Ne conseguiva che in avvenire ci
sarebbe stato un nuovo popolo eletto, proprio come i cristiani erano
subentrati agli ebrei. Tale popolo sarebbe stato formato dai nuovi
‘uomini spirituali’, contemplativi che erano giunti al ‘terzo cielo’.
Secondo Gioacchino il ‘primo cielo era l’Antico Testamento fondato sui
Patriarchi. Il ‘secondo cielo’ il Nuovo Testamento fondato sugli
Apostoli (…) c’era da attendersi che Gioacchino stabilisse che la
progressione avrebbe condotto gli eletti il più lontano possibile dagli
ebrei, ma sorprendentemente non fu così (…) essa prevedeva un
riavvicinamento agli ebrei» (2).
Secondo Gioacchino il clero cattolico del Nuovo Testamento, avrebbe
perseguitato (per gelosia del loro spirito profetico) i monaci
spirituali della terza èra dello Spirito o «Nuovissimo Testamento» e
quindi li avrebbe costretti a far ritorno a Sion, come se tornassero dai
loro padri.
«A questo punto Gioacchino solleva un interrogativo cruciale: perché
sarebbe stato più conveniente per i contemplativi coabitare con gli
ebrei ora, piuttosto che in passato? (…) il ritorno dei perfetti
(semiti) alla terra da cui provenivano avrebbe trasformato quella terra
stessa, ed operato in favore di una salvezza mutualmente benefica. (…)
Sorprendente in questo caso non tanto l’idea della conversione finale
degli ebrei… L’aspetto innovativo… va ricercato nell’affermazione
secondo cui, alla fine dei tempi, il mondo avrebbe assistito all’unione
di gentili ed ebrei, unione da cui entrambi i popoli avrebbero tratto
reciproco beneficio» (3).
Robert Lerner ammette che la ragione di «tale concezione irenica senza
precedenti» vada ricercata nell’origine ebraica di Gioacchino; in
effetti nel 1948 è stata ritrovata la testimonianza di un contemporaneo
di Gioacchino, Goffredo d’Auxerre, che era stato il segretario di San
Bernardo di Chiaravalle, il quale nel 1195 attaccava Gioacchino e lo
accusava di ‘giudaizzare’ (4), asseriva che il gioachimismo era
dottrina «giudaistica» e la imputava «alle supposte origini ebraiche di
Gioacchino: questi era nato ebreo ed era stato ‘allevato per molti anni
secondo la dottrina giudaica’, un veleno che evidentemente ‘non aveva
ancora vomitato del tutto’. Gioacchino e i suoi seguaci si erano
adoperati in ogni modo per riuscire a tenere segrete tali origini»
(5).
Tuttavia Robert Lerner non reputa probante tale accusa che risulterebbe
essere isolata. Ciononostante deve ammettere che egli «attinse molto
probabilmente all’esegesi rabbinica» (6). Occorre precisare che
Gioacchino esagerava nell’interpretazione dell’Apocalisse, cercandovi
tutti i dettagli (date comprese) della storia dell’umanità sino alla
fine del mondo; tuttavia non tutto ciò che scriveva era campato in aria.
Un certo fondamento nella realtà lo si trova nell’opera dell’abate
fiorense, ma portato a conseguenze che sono incompatibili con la
dottrina cattolica e l’interpretazione della Scrittura data unanimemente
dai Padri ecclesiastici. Per evitare l’eccesso gioachimita, non occorre
cadere nel difetto origenista e di altri che, trattando il problema
dell’Apocalisse dell’escatologia e della figura dell’Anticristo, vi
vedono solo una rivelazione di ciò che è successo, sino all’Incarnazione
e morte di Gesù (che porrebbero, in maniera assolutamente definitiva,
fine all’economia della salvezza) (7); capisco che l’eccesso
(alla testimone di Geova) sia ributtante, ma un errore non si corregge
con un altro errore, ogni difetto è un eccesso.
Tali questioni non vanno esasperate ma neppure irrise, occorre studiarle
pacatamente ed oggettivamente secondo l’interpretazione comune dei Padri
e degli esegeti approvati.
«L’originale concezione goiachimita - scrive Lerner - del
ruolo assegnato agli ebrei, al termine della storia terrena, segnava una
rottura con la millenaria tradizione cristiana» (8).
Lerner giustamente nota che in un’Europa intollerante (XII-XIII secolo)
nei confronti degli ebrei, l’abate fiorense ha avuto una visione
«irenica» (oggi si direbbe ecumenica) dell’imminente unione degli ebrei
e dei cristiani.
Confutazione del Gioachimismo
San Tommaso d’Aquino, risponde e cònfuta (meglio di ogni altro) gli
errori millenaristi di Gioacchino e della sua scuola.
Nella Somma Teologica dimostra che la Nuova Alleanza durerà sino alla
fine del mondo (S.T., I-II, q. 106, a. 4).
Infatti, la Nuova Alleanza è succeduta alla Vecchia, come il più
perfetto al meno perfetto.
Ora, nello stato della vita umana in questo mondo, nulla può essere più
perfetto di Cristo e della Nuova Legge, poiché qualcosa è perfetto in
quanto si avvicina al suo fine.
Ora, Cristo ci introduce - grazie alla sua Incarnazione e morte - in
Cielo.
Quindi, non vi può essere - su questa terra - nulla di più perfetto di
Gesù e della sua Chiesa.
Per quanto riguarda lo Spirito Santo, come perfezionatore dell’opera
della Redenzione di Cristo, esso è inviato proprio da Cristo per
confessare Cristo stesso, che ha promesso formalmente ai suoi Apostoli:
«Lo Spirito Santo che Io vi manderò, procedendo dal Padre, renderà
testimonianza di Me».
Quindi, il Paraclito non è l’iniziatore di una terza èra, ma testimonia
e spiega Cristo agli uomini e li rafforza per poterlo imitare.
Onde, dopo l’Antica e la Nuova Legge, su questa terra non vi sarà una
terza Alleanza, ma il terzo stato sarà quello dell’eternità, sempre
felice del Cielo o sempre infelice in Inferno.
Gioacchino erra nel trasportare la realtà ultramondana o eterna su
questa terra.
Il Regno di cui parla l’abate da Fiore, non riguarda questo mondo, ma
l’aldilà.
Infatti, lo Spirito Santo ha spiegato agli Apostoli, (il giorno di
Pentecoste, del 33 dopo Cristo), tutta la verità che Cristo aveva
predicato e che loro non avevano ancora capito appieno.
Il Paraclito non deve insegnare una nuovissima Legge o un altro Vangelo
più spirituale di quello di Cristo, ma deve solo illuminare e dar forza
per ben conoscere e ben vivere la dottrina cristiana, che ha
perfezionata quella mosaica (S.T., I-II, q. 106, a. 4).
Inoltre la Vecchia Legge, non fu solo del Padre, ma anche del Figlio
(raffigurato e prefigurato da Mosè); come pure la Nuova Legge non fu
solo del Figlio, ma anche dello Spirito promesso e inviato da Cristo ai
suoi Apostoli.
La Legge di Cristo è la Grazia dello Spirito santo, che illumina,
vivifica e irrobustisce per potere osservare La Legge divina.
Come già nell’Antico Testamento, era lo Spirito Santo ad illuminare e
corroborare i Patriarchi e i Profeti, i quali pur vivendo sotto la
Vecchia Legge, avevano già lo spirito della Nuova e la vivevano
eroicamente, mediante la grazia dello Spirito Santo (per attribuzione).
Quando Gesù insegna agli Apostoli che «Il Regno dei Cieli è vicino», non
si riferisce - spiega San Tommaso - solo alla distruzione di
Gerusalemme, come termine definitivo della Vecchia Alleanza e inizio
formale della Nuova, ma anche alla fine del mondo (S.T., I-II, q. 6, a.
4, ad 4; III, q. 34, a. 1, ad 1; III, q. 7, a. 4, ad 3-4).
Infatti, il Vangelo di Cristo è la «Buona Novella» del Regno (ancora
imperfetto) della «Chiesa militante» su questa terra; e del Regno
(oramai e per sempre perfetto) della «Chiesa trionfante» nei Cieli.
Inoltre, nel Commento a Matteo sul discorso escatologico di Gesù (XXIV,
36), San Tommaso postilla: «Qualcuno potrebbe credere che questo
discorso di Cristo, riguardi solo la fine di Gerusalemme…; però sarebbe
un grosso errore riferire tutto quanto è stato detto solo alla
distruzione della Città santa e quindi la spiegazione è diversa, … cioè
che tutti gli uomini e i fedeli in Cristo sono una sola generazione e
che il genere umano e la fede cristiana durerà sino alla fine del mondo»
(Expos. In Matth. c. XXIV, 34).
L’Angelico, si basa su tale testo per confutare l’errore gioachimita,
secondo il quale la Nuova Alleanza o la Chiesa di Cristo non durerà sino
alla fine di tempi; egli riprende l’insegnamento patristico
(specialmente del Crisostomo e di San Gregorio Magno) e lo sviluppa
anche nella Somma Teologica (I-II, q. 106, a. 4, sed contra).
Perciò, il cristianesimo durerà sino alla fine del mondo, non ci sarà
bisogno di una «terza Alleanza pneumatica e universale» (Catolikòs), ma
la Chiesa di Cristo è il Regno del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo (con buona pace di Gioacchino e seguaci), non occorre sognare il
rimpiazzamento del cristianesimo, basta solo viverlo sempre più
intensamente.
β) I
primi discepoli di Gioacchino
1) Il francescano Gerardino da Borgo San Donnino nel 1254 scrisse
un libro intitolato «Il Vangelo eterno» nel quale «rivela un aspetto
sorprendentemente filo-giudaico: ‘Il Signore riserverà loro delle
benedizioni… anche se persistono nel giudaismo’. (…) questa proposizione
errata, si trovava [secondo Gerardino] nel Liber de Concordia [di
Gioacchino] (…), coloro che appartengono ai collegi dei monaci
dovranno provvedere… ad allontanarsi dal clero secolare e prepararsi al
ritorno dell’antico popolo d’Israele» (9).
Tuttavia, il Lerner nota che - secondo lui - Gerardino avrebbe forzato
il pensiero di Gioacchino in maniera «radicalmente filo-giudaica» ancora
più dell’abate fiorense stesso.
2) Un altro discepolo di Gioacchino, dopo Pietro di Giovanni
Olivi (+ 1298) fu Giovanni da Rupescissa, un francescano francese nato
attorno al 1310, che profetizzava «la miracolosa conversione del
popolo d’Israele, destinato a divenire il nuovo campione di una nuova
fede cristiana purificata… Dal popolo d’Israele convertito sarebbe sorto
un nuovo imperatore [una sorta di Messia militante] che avrebbe
distrutto Roma… per rendere ancora più esplicita l’idea per cui gli
ebrei avrebbero rimpiazzato Roma, Giovanni da Rupescissa definì il nuovo
sovrano un ‘Augusto della stirpe di Abramo’. Non solo, dunque, gli ebrei
avrebbero preso il posto dei romani come titolari dell’impero
universale, ma nessun altro popolo li avrebbe scalzati dalla loro
posizione sino alla fine dei tempi» (10).
La Chiesa si sarebbe trasferita da Roma a Gerusalemme.
3) Un altro discepolo dell’abate Gioacchino è stato Federico di
Brunswick, un francescano nato nel 1389 in Sassonia.
Egli è ancora più esplicito di Rupescissa e afferma che vi sarebbe
stato, nella terza èra, un secondo Messia (reparator) che sarebbe stato
«sacerdote e assieme re e avrebbe regnato sino alla fine dei tempi,
cioè per un millennio. In sostanza, fecero del reparator un secondo
Cristo, senza tuttavia asserirne in maniera esplicita la natura divina.
(…) Il reparator, avrebbe regnato realmente come un re…, rappresentando
effettivamente un messia per gli ebrei (…), tutto il popolo d’Israele si
sarebbe convertito. L’impero romano e quello bizantino sarebbero stati
riunificati dando vita a un nuovo impero universale da affidare agli
ebrei divenuti la nuova nazione dominante (...). L’accento posto sulla
conversione del popolo d’Israele e sulla trasformazione del mondo sotto
la guida degli ebrei, giungeva ai profeti da Giovanni da Rupescissa, ma
essi mostravano un atteggiamento ancor più filo-giudaico, arrivando ad
asserire che a compiere tale trasformazione sarebbe stato un ebreo (…),
sotto la [sua] guida sarebbe avvenuta quella che, di fatto,
rappresentava la riedificazione del terzo tempio, [che] si poneva in
aperta contraddizione con la tradizionale credenza cristiana, secondo
cui il popolo d’Israele non avrebbe mai… ricostruito Gerusalemme»
(11).
4) Mentre il nostro faceva proseliti in Germania, un altro
francescano Francesc Eiximenis (12) (1327-1409), in Catalogna,
scriveva trattati millenaristi, egli dedicò la sua esistenza oltre che a
scrivere trattati, ad intrecciare relazioni con i grandi di allora
(Pietro IV d’Aragona e i suoi familiari), secondo Francesc «gli ebrei
si sarebbero convertiti, la sede papale si sarebbe trasferita a
Gerusalemme, dove avrebbero regnato un nuovo papa e un nuovo imperatore,
entrambi provenienti dal popolo d’Israele» (13).
Conclusione
Il problema attuale dell’americanismo, del filo-sionismo e dello
«scontro tra civiltà».
La fobia della cultura del mondo arabo e mediterraneo (anche di quello
classico della metafisica greca e dell’etica romana; di quello medievale
della cristianità patristico-scolastica e del Papato romano) è assai
vasto e complesso.
Non lo si riesce a capire se non si risale alle fonti della civiltà
mediorientale (Assiro-Babilonesi, egiziani…), vicino-orientale
(israeliti) e mediterranea (greci, romani e cristianità europea).
Alla luce di questi principi si scorge quanto sia incompatibile
cattolicesimo romano (erede della metafisica greca e dell’etica romana)
con americanismo, giudaismo-talmudico e sionismo politico-nazionale.
Oggi ci ritroviamo sull’orlo di una guerra atomica mondiale tra Iran,
Siria, Libano e Iraq da una parte, contro USA e Israele.
Con la crisi georgiana, pilotata da Israele e USA, non ci si ferma al
vicino-medio/oriente, ma il conflitto ci penetra in casa (Polonia e
Paesi dell’ex Patto di Varsavia) e fa entrare direttamente in ballo la
Russia (con Afghanistan e Pakistan del dopo Musharraff) e probabilmente,
anche se indirettamente, la Cina.
I teoconservatori italiani
a) sia laicisti (Pera, Ferrara),
b) sia ex cattolico integrali (Alleanza Cattolica, Lepanto
Foundation) cercano di conciliare l’inconciliabile.
Il fatto che ci provino dei laicisti di formazione liberale
popperiano-kantiana (Pera/Antiseri) o addirittura anarco-capitalista
(Quagliariello/Piombini) e post-marxista (Ferrara), non deve
sorprenderci, data la loro filosofia immanentista, soggettivista e
pragmatista.
Quello che lascia di stucco è il campo ex cattolico integrale, il quale
si fonda(va) sul principio di non contraddizione, sul primato della
realtà riguardo al pensiero e sull’etica naturale.
Purtroppo si deve registrare - proprio in questi giorni - che Massimo
Introvigne, il quale poteva essere presentato come un elemento «deviato»
(dottrinalmente parlando) di Alleanza Cattolica, è stato nominato da
Giovanni Cantoni (l’attuale reggente nazionale e fondatore della
medesima), vice-reggente nazionale di «Alleanza Cattolica» e suo futuro
successore.
Alleanza Cattolica, quindi, è sostanzialmente l’«Introvigne-pensiero»,
il quale si allontana impressionantemente dalla retta dottrina
cattolica, dalla sana filosofia e dalla concezione della politica come
l’hanno costruita Aristotele, San Tommaso e il magistero tradizionale
della Chiesa.
I suoi contatti col mondo massonico, giudaico ed esoterico (ampiamente
documentati) hanno sollevato molte perplessità, anche in ambienti
ufficiali (vedi GRISS). Si voleva sperare che egli fosse una voce
«minoritaria» e «singolare» di Alleanza Cattolica, ma non è così.
Anche la «Lepanto Fountation» di Roberto De Mattei, accoglie scritti su
«Radici Cristiane» di Guglielmo Piombini, anarco-capitalista,
proveniente dal Partito Radicale, in funzione anti-islamica ma
certamente non ortodossamente cattolica; organizza convegni sul
giudeo-cristianesimo (ossia il «cerchio-quadrato») all’Università
Europea con Giorgio Israel ed Emanuale Ottolenghi (redattori della
rivista della Comunità israelitica romana «Shalom») e il noto attivista
omosessualista americano Bruce Bawer (che è stato chiamato e presentato
pubblicamente quale relatore nei cartoncini d’invito, anche se non è
intervenuto).
Tutto ciò ci mostra la contraddittorietà (dottrinale e pratica) di un
mondo che vorrebbe conciliare americanismo-giudaizzante e cattolicesimo
(«esteriorizzante»).
Cosa dire?
Che «bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finisce per pensare
come si vive»
Ora andare contro-corrente è scomodo, però Gesù ci ha insegnato che la
strada la quale conduce al Paradiso è stretta ed angusta, mentre quella
che porta alla perdizione (se si persevera in essa, Dio non voglia, ma
«talis vita, mors ita») è larga e spaziosa.
Che Dio ci aiuti a perseverare nella strada del Calvario e ci tenga le
mani in capo, poiché «qui reputat se stare, timeat ne cadat» (san
Paolo).
Don Curzio Nitoglia
29
agosto 2008
1) R. E. Lerner, «La festa di Sant’Abramo. Millenarismo
gioachimita ed Ebrei nel Medioevo», Roma, Viella, 2002, pagina 8.
2) Ivi, pagina 29.
3) Ivi, pagine 35-36.
4) Ivi, pagina 36.
5) Ibidem.
6) Ivi, pagina 39. Confronta anche: Gioacchino da Fiore, Invito
alla lettura, G.L. Potestà (a cura di), Cinisello Balsamo (Milano), San
Paolo, 1999. Tale tesi è confermata da Yoseph Caro (rabbino di Ferrara)
che ha scritto: «Quanto al luogo della dimora del Messia (…) alcuni
testi [della letteratura rabbinica e talmudica] lo pensano nascosto e
sofferente a Roma, come nella città che determinò la caduta del regno
ebraico (Sanhedrìn, 98, a)… Molti luoghi talmudici descrivono i tempi
messianici. La prima conseguenza della venuta del Messia consiste nel
ritorno degli ebrei, numericamente aumentati, in Palestina e la
riedificazione della città di Gerusalemme e del Tempio…, cesserà il
peccato, e di conseguenza anche la morte. I figli d’Israele diverranno,
perciò, immortali. Ma gli effetti della venuta del Messia non si faranno
sentire solo per Israele [bontà loro]: un’epoca di beatitudine si aprirà
per tutte le nazioni che, pentite delle loro colpe, saranno perdonate.
L’idolatria [Cristo = Dio] cesserà, tutte le Genti adoreranno un solo
Dio» (Enciclopedia Italiana, voce «Messia» e in particolare «L’idea
messianica nell’ebraismo postbiblico», Roma, Istituto dell’Enciclopedia
Italiana, 1929-1936, volume XXII, pagine 957-958. Come si vede questa
stessa dottrina del Talmùd sul Messia (come ci è spiegata dal rabbino
Yoseph Caro) la si ritrova fedelmente riportata negli scritti di
Gioacchino da Fiore e dei suoi discepoli (come ci sono presentati dal
professore israelita Robert Lerner). Quindi asserire che l’origine del
millenarismo gioachimita è certamente talmudica, non è frutto di
stereotipo e pregiudizio antisemita, ma è la verità storica com’è
insegnata dagli stessi rabbini e talmudisti israeliti.
7) Per quanto riguarda l’Anticristo i Padri della Chiesa,
fondandosi sul Deposito della fede rivelata (specialmente in San Paolo
2^ Ep. Tess., II, 3-12; e San Giovanni 1^ Ep., II, 18-22; IV, 3; 2^ Ep.
VII; Apocalisse, XI, 7ss.; XIII-XIV), insegnano unanimemente che la fine
del mondo deve essere preceduta dal regno dell’Anticristo (II Tess.) che
è «l’uomo del peccato», ossia «il mistero d’iniquità operante nel mondo»
il quale si manifesterà pienamente quando l’ostacolo o «colui che lo
trattiene» (il Papa) verrà parzialmente meno. Egli sarà un uomo, non un
personaggio metaforico (errore per difetto) e neppure il diavolo
incarnato (errore per eccesso). Sarà ebreo, accolto come il messia
giudaico. Vorrà farsi adorare al posto di Dio. Prevarrà per un certo
tempo, poiché gli uomini avranno perso «l’amore per la verità» (II
Tess.). Dio invierà due testimoni (Enoch ed Elia) per aiutare i fedeli a
resistere alla sua persecuzione (Apocalisse XI) che sarà la più
sanguinosa della storia, ispirata dall’odio diretto contro Dio. Quasi
tutti apostateranno, ma Gesù ucciderà l’Anticristo «col soffio della sua
bocca» (San Paolo) e Israele si convertirà al cristianesimo.
Monsignor Salvatore Garofalo scrive: «L’interpretazione comune tra gli
scrittori cristiani vede nell’Anticristo un personaggio distinto da
Sàtana, ma da lui sostenuto, che si manifesterà negli ultimi tempi,
prima della fine del mondo, per tentare un attacco e un trionfo decisivo
su Gesù e la sua Chiesa. (…). Ciò che impedisce lo scatenarsi di questa
formidabile potenza è un misterioso ‘ostacolo’ che è nello stesso tempo
considerato, in astratto, come una potenza [la Chiesa romana] e, in
concreto, come una persona [il Papa]. (…) L’ostacolo impedisce la
manifestazione dell’Anticristo, non la sua opera personale. L’Anticristo
persona, si rivelerà nell’ultima fase della lotta anticristiana, che
imperversa in tutti i secoli, e prepara lentamente l’apparizione del
‘figlio della perdizione’ alla fine dei tempi» («Dizionario di Teologia
dommatica», Roma, Studium, 4^ edizione, 1957, pagina 23).
8) Ivi, pagina 44.
9) Ivi, pagina 65.
10) Ivi, pagina 112.
11) Ivi, pagine 130-131.
12) F. Eiximenis, «Estetica medievale. Dell’eros, della mensa e
della città», Milano, Jaca Book, 1986.
13) Dizionario di Teologia dommatica, citato, pagina 147.
Confronta anche: R. E. Lerner, «Refrigerio dei santi. Gioacchino da
Fiore e l’escatologia medievale», Roma, Viella, 1995;
H. Grundmann, «Gioacchino da Fiore. Vita e opere», Roma, Viella, 1997;
H. de Lubac,
«La posterità spirituale di Gioachino da Fiore», Milano, Jaca Book, 2
volumi, 1983.
In tale studio l’autore dimostra (specialmente nel 2° volume, «Da
Saint-Simon ai giorni nostri») che il gioachimismo ha esercitato (e
continua ad esercitare) un profondo influsso sui filosofi moderni e
odierni e sui movimenti politici che si sono succeduti dalla fine della
cristianità sino al mondo attuale (Cousin, Fourier, Saint-Simon,
Lamennais, Mickiewicz, de Maistre, Marx, Hitler, Soloviev, Berdiaev,
Bloy, Péguy). Anche la questione del millenarismo giudaico e
medievale-fiorense non è sorpassata, ma mantiene tutta la sua attualità,
soprattutto oggi, con il dominio dello Stato d’Israele e degli Stati
Uniti d’America sul mondo intero e la reazione del mondo arabo che hanno
suscitato, la quale ci sta portando in uno stato di caos universale e di
guerra perpetua. Non bisogna, infatti, dimenticare che la maggior parte
dei neo o teo-conservatori «cristianisti» (non «cristiani») americani
(che oggi influenzano la politica di «destra» dell’amministrazione Bush)
ha un «passato» politico di «ultra-sinistra» o meglio trozkista, sono in
gran parte di origine ebraica e discepoli della Scuola di Francoforte,
trasferitasi in America nel 1933 e rimastavi con Teodoro Adorno sino al
1950 e con Herbert Marcuse sino al 1979. Tale scuola politica era
caratterizzata dalla sostituzione dell’odio di classe del proletariato
(nella rivoluzione comunista), che veniva rimpiazzato dal pansessualismo
freudiano, lo scatenamento degli istinti e la perdita della padronanza
di sé;
la maggior parte dei suoi membri erano di origine israelita (G. Lukàcs,
E. Fromm, T. Adorno,
W. Reich, W. Benjamin, H. Marcuse, M. Hokheimer, F. Pollock).
Il trozkismo è il comunismo più radicale e pericoloso; esso è una setta
segreta o esoterica, rispetto al comunismo pubblico o essoterico di
Stalin. Il soggettivismo relativista è la natura del trozkismo, secondo
il quale la teoria è al servizio della prassi o del movimentismo che
deve portare al caos «infinito e perpetuo», servendosi d’ogni mezzo
(anche un politicante «conservator-cristianista»).
Occorre, per il trozkismo, prima distruggere i valori greco-romani e
cristiani. Corrompere il mondo dei valori e dei princìpi, pervertire la
gioventù scatenando gli istinti e le passioni disordinate come strumento
di sovversione (nichilismo filosofico individuale e anarchia sociale),
poi si potrà esportare il comunismo libertario-movimentista (alla
Bertinotti, contrariamente a quello ingessato militar-burocratico
stalinista, alla Cossutta) in tutto il mondo e vi sarà, così, una
società perfetta (millenarismo) su questa terra. La rivoluzione
studentesca del maggio 1968, è stata la vittoria del trozkismo secondo
il quale «un cervello vuoto (dei sedicenti ‘studenti’) è più ricettivo
di comunismo che un ventre operaio affamato». Il trozkismo ha fatto la
rivoluzione non grazie al proletariato, ma tramite la corruzione della
gioventù studentesca, grazie al freudismo di massa e alla sfrenatezza
dei costumi. Il sindacalismo rappresenta un altro cavallo di battaglia
del trozkismo, esacerbando
i contrasti (e non risolvendoli): tra imprenditore e lavoratore, maestro
e studente, padre e figlio, marito e moglie, prete e fedele. Infiltrando
la magistratura; corrompendo la scuola, l’insegnamento, la cultura;
neutralizzando le forze dell’ordine. La moda e l’abbigliamento hanno
esercitato un influsso notevole sul cambiamento di mentalità degli
uomini, la musica pop, la droga detta «leggera», le canzonette realmente
leggere che arrivano là ove il libro e neppure il volantino non
giungono; il tipo di vita frenetico, instabile, vagabondo hanno
rivoluzionato o cambiato la faccia al mondo. I rotocalchi rosa, sotto
apparenza di «innocenza» hanno fabbricato una «cultura» di massa
psicoanalitica e freudiana. Freud è diventato, così, una forza politica
popolare che ha terremotato l’universo. Moda + musica + psicoanalisi di
massa hanno cambiato la faccia del mondo e lo hanno reso una bolgia
infernale, il regno sociale di satana pronto, oramai, ad accogliere
l’anticristo. Non c’è da stupirsi se costoro si sono serviti di una
potenza militare apparentemente conservatrice, per portare la
rivoluzione permanente nel mondo intero, dal Medio Oriente (1990-2002),
all’America stessa (2001) e all’Europa (2003-2005).
Confronta anche: M. Reeves-W. Gould, «Gioacchino da Fiore e il mito
dell’Evangelo eterno nella cultura europea», Roma, Viella, 2000. In tale
opera gli autori riprendono e approfondiscono lo studio del de Lubac,
specialmente quanto a Blake, Lessing, Schiller, Schelling, Renan, Wilde,
Huysmans, Nietzsche, Joyce. Tra i maestri dei teo-conservatori troviamo
anche Abraham Joshua Heschel uno degli artefici di «Nostra Aetate», i
cui libri sono stati fatti conoscere in Italia da Cristina Campo e dalla
case editrici conservatrici Borla e Rusconi negli anni Settanta-Ottanta.
Inoltre vi sono anche Jacob Taubes e Leo Strauss (oggi molto in voga in
ambiente teo-conservatore italiano). Su Jacob Taubes confronta: E.
Stimilli, «Jacob Taubes. Sovranità e tempo messianico», Brescia,
Morcelliana, 2004. Su Leo Straruss confronta: Kenneth L. Deutsch- John
A. Murley, «Leo Strauss, the Straussians and the American Regime», Roman
& Litlefield. D. Tanguay, Leo Strauss, «Une biographie intellectuelle»,
Parigi, Grasset, 2003. |