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Introduzione
Ho già
scritto sul problema delle leggi razziali italiane del 1938, mettendo in
risalto gli elementi
di
esse che erano in opposizione con la dottrina cattolica.
Ma a
distanza di settant’anni (1938-2008) e soprattutto vedendo la situazione
di degrado
(intellettuale, morale, civico ed igienico) in cui è piombata
oggi
l’Italia, e specialmente Roma, a
causa
della immigrazione di massa, penso che occorra studiare serenamente non
tanto e solo
la
legislazione razziale del 1938 (con i suoi eccessi e difetti), quanto il
problema razziale che ci
affligge
attualmente
e che
è sotto gli occhi di tutti (anche di coloro che fanno finta di non
vedere, poiché non fa loro comodo, vale a dire i «governanti»).
«Historia magistra vitae»
La
Chiesa e l’Impero, per fare un esempio, sin da Costantino e specialmente
con il «Corpus
juris
civilis» di Giustiniano (528-534) che andava di pari passo con il
diritto ecclesiastico, hanno
negato
il diritto comune agli israeliti che non volevano rinunciare alla loro
peculiarità e
pretendevano di essere accolti negli Stati, una volta cattolici, senza
assimilarsi a loro e
costituendo così uno Stato dentro lo Stato.
Quindi
gli Stati cattolici (da Costantino sino alla rivoluzione francese)
concedevano agli israeliti
solo
un diritto particolare o eccezionale, ossia «restrittivo», per poterli
governare impedendo
loro
di portare il caos e l’anarchia nelle nazioni cristiane.
Oggi
si nota analogamente («ne parlano i giornali, quindi è vero», direbbe un
Cartesio
aggiornato) che la
popolazione «gitana»
porta
e diffonde una delinquenza non controllabile
dallo
Stato che li accoglie, proprio perché gli zingari si rifiutano di
assimilarsi ai Paesi che li
ospitano e, mantenendo il loro stile di vita vagabondo e girovago,
delinquono più facilmente
non
essendo censiti in nessuna città, provincia o regione (tranne le
eccezioni che confermano
la
regola); lo stesso problema è posto in Italia e in Europa dai musulmani
integralisti (non solo
arabi
ma soprattutto nordafricani) che non solo non vogliono integrarsi ma
vorrebbero
sottometterci e islamizzarci.
Di
fronte a tali fenomeni lo Stato dovrebbe reagire e difendere i suoi
soggetti, ma oramai il
singolo cittadino è lasciato in balìa di se stesso.
Allora, senza scoraggiarsi, bisogna cercare di far luce sul problema e
di porvi rimedio
praticamente, ciascuno secondo le sue possibilità lecite e legali.
Occorre specificare che quelle leggi speciali civili dette
«giustinianee» erano anche teologiche,
dacché
lo Stato era subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima e non
scientiste o
biologiche, ossia materialiste, come quelle che vedranno la luce
coll’Illuminismo
(1).
Pio XI
nella bozza dell’enciclica («Humani generis unitas») che non fu mai
pubblicata poiché
Papa
Ratti morì (10 febbraio 1939) qualche giorno prima della sua revisione,
scriveva che «la
vera natura della separazione sociale degli ebrei dal resto
dell’umanità, ha un carattere
religioso e non razziale
(…). Constatiamo in questo popolo un’inimicizia costante rispetto al
cristianesimo (…). Fino a che persiste l’incredulità del popolo ebraico
la Chiesa deve
prevenire i pericoli che questa incredulità potrebbe creare per la fede
e i costumi dei fedeli».
Purtroppo con il Concilio Vaticano II è entrata anche in ambiente
cattolico la mentalità
dell’«accoglienza illimitata ed imprudente», foriera di gravi sciagure
che già oggi riempiono le
cronache dei giornali e sono destinate ad aumentare.
I
principali artefici di tale apertura al «cavallo di Troia» sono i
politicanti e gli ecclesiastici
carrieristi.
Se sia lecito parlare di «razza»
Nell’antichità pagana Platone ed Aristotele parlavano di greci e
barbari, ove il barbaro era colui
che
non parlava il greco e il suo linguaggio risultava incomprensibile al
greco come la
ripetizione continua della stessa sillaba («bar-bar»); infatti barbaro
viene dall’aramaico
«barbarah» che vuol dire balbuziente.
Tuttavia per i due filosofi tale diversità tra greco e barbaro non era
qualcosa di puramente
biologico.
Per
Platone più che di «razza « biologica si deve parlare di «genere»,
«stirpe» o origine
comune
(2);
infatti per lui l’essenza dell’uomo non è il corpo (e quindi la razza
biologica) ma
l’anima e dunque la virtù intellettiva e morale, la quale è troppo rara
per appartenere a
un’intera razza in maniera eguale; sia perché la virtù naturale è
acquisita e non innata, sia
perché
è qualcosa di spirituale e quindi non può essere biologica
(3).
La
vera virtù appartiene soprattutto ai filosofi che sanno elevarsi alla
conoscenza delle idee e
sono
padroni della propria volontà.
Per
Aristotele, che insegnava la composizione essenzialmente ilemorfica
(anima e corpo)
dell’uomo, il discorso varia ma solo accidentalmente; infatti egli fa
dipendere la virtù
soprattutto dall’anima ma anche e secondariamente dal corpo che è
inferiore allo spirito.
Per
Aristotele la perfezione umana (vivere virtuosamente) viene raggiunta
nel suo fine che è la
società e non viene dalla «origine», «radice», razza o famiglia da cui
si discende carnalmente
(vivere «simpliciter»); quindi si esclude il razzismo biologico, per un
sistema di valori che si
acquisisce nella «polis» sia coll’anima che col corpo.
La
diversità tra greco e barbaro, per Aristotele, non è biologica ma
sociale: il barbaro è
ancora
legato ad un modello primitivo e imperfetto di vita comune, la famiglia
o la tribù, mentre
il
greco è giunto allo Stato o società politica, che non è fondata sulla
sola nascita o
discendenza genetica
(4).
Quindi
anche per lo stagirita la superiorità di valori e virtù propria dei
greci ha un carattere di
cultura, di educazione e di costituzione legislativa e sociale, e non è
strettamente razziale.
Il
pensiero greco antico sulla razza può essere riassunto così: il genere
umano è diviso in
diversi gruppi detti ceppi o «razze», diversi tra loro sia culturalmente
che «somaticamente».
Coloro
che appartengono allo stesso ceppo hanno molte cose in comune e si
assomigliano più
che
quelli di stirpe diversa.
La
sopravvivenza della stirpe o «razza» è un bene che ogni civis deve
mantenere e difendere
dai
pericoli di assorbimento da parte di altre genie o «imbastardimento»
(mistura di diverse
«razze», senza nessuna valenza offensiva).
Tuttavia tale diversità razziale è soprattutto differenza di virtù e di
valori più che di «carne e
sangue», come pretende il razzismo genetico e materialista illuminista e
ottocentesco, e non
deve
sfociare in odio o disprezzo verso l’altro, ma solo nella custodia delle
proprie origini e
radici, senza le quali ogni «albero» secca e muore, come ricordava
all’Europa anche Giovanni
Paolo
II.
La terminologia viene precisata
Sin
verso il XX secolo la terminologia non è ancora fissata, da parte
cattolica: si parlava,
infatti, ancora comunemente e indistintamente di popolo, stirpe,
schiatta, nazione e
«razza»
(da
«radice o origine»,
non in senso strettamente medico genetico o biologico).
Bruno
Vespa
(5)
cita
un saggio di padre Raffaele Ballerini («La Civiltà Cattolica», 1890) in
cui
il
gesuita scriveva: «Se
non si rimettono gli ebrei al posto loro, con leggi
umane
e cristiane
sì, ma di eccezione, che
tolgano loro l’eguaglianza
civile a cui non hanno diritto (…) non
si farà nulla o si farà ben poco».
Vittorio Messori su «Il Timone» (2004) spiega le ragioni di tale
atteggiamento de «La Civiltà
Cattolica», che a prima vista potrebbe sembrare eccessivamente duro: «Il
giudaismo da
secoli ha voltato le spalle alla legge mosaica, surrogandovi il Talmud
(…). Il Talmud, oltre a
riportare una serie di espressioni ingiuriose verso il Cristo (…),
afferma la superiorità
d’Israele su ogni altro popolo annunciando (…) il trionfo mondiale dei
figli circoncisi di
Abramo, cui tutti gli altri finiranno per versare tributo e prestare
omaggio»
(6).
Di qui
la conclusione dei gesuiti sulla opportunità - scrive ancora Messori – «di
una
legislazione di
‘legittima difesa’,
dunque, che non perseguiti, ma
separi
(…), una
segregazione
dai cittadini [cristiani] come quella praticata per gli stranieri ostili»
(7).
Fino
al 1937 il pericolo razzista era (per «La Civiltà Cattolica» e quindi la
Santa Sede)
rappresentato (paradossalmente, ma fondatamente) dall’ebraismo talmudico
come modo di
vivere
che produce una cultura e una «credenza» o mentalità razzista, che può
essere anche
(ma
non necessariamente) religiosa, poiché ritiene il popolo ebraico
superiore e padrone del
mondo,
proprio come la razza germanica si riteneva negli anni Trenta superiore
e dominatrice.
Tuttavia verso il 1938, di fronte alle leggi razziali fasciste, la Santa
Sede e la «La Civiltà
Cattolica» precisarono i termini, onde evitare ogni ambiguità
materialista e scientista, temendo
che
l’Italia si accodasse alla Germania.
Si
preferì parlare di nazione, di popolo, piuttosto che di «razza» (anche
se etimologicamente
la
parola «razza» non sia riprovevole in sé, significa soltanto «radice»).
Ora,
siccome il popolo ebraico è nemico delle nazioni cristiane, queste
possono e debbono
difendersi con una legislazione di
«separazione caritatevole»
e non
di odio razzista, senza
uso
ingiustificato o sproporzionato di coazione.
Lo
stesso Pio XI il 28 luglio del 1938, durante un discorso tenuto agli
alunni di «De
Propaganda Fide», asseriva: «Con
l’universalità c’è l’essenza della Chiesa cattolica, ma con
questa universalità stanno bene assieme - bene intese e al loro posto -
l’idea di
razza,
stirpe, nazione e nazionalità (…). Non occorre essere troppo esigenti,
come si dice nazione
si può dire razza,
e si deve dire che gli uomini sono innanzitutto un solo e grande genere
(…), una sola, universale,
cattolica razza.
Né si può negare che in questa
razza universale
non ci sia luogo per le
razze speciali
(…). Ecco che cos’è per la Chiesa il vero, il proprio, il
sano razzismo»
(8).
Quindi, non solo è lecito parlare, specificando il significato dei
termini, di «razza», ma anche di
«sano
razzismo».
Tutto
questo non lo diceva Alfred Rosenberg, ma Pio XI.
Oggi,
solo a parlare di «razza», si suscitano gli attacchi isterici (e penali)
dell’«establishement», che si straccia le vesti a mo’ di Caifa.
Persino il senatore Marcello Pera, quando mise in guardia (nel 2004) dal
pericolo del
«meticciato» (da «mixtum» o mescolanza di diverse etnie), lui, laico,
liberale, popperiano e
kantiano, venne accusato di essere fascista o meglio nazista ed è stato
fatto scomparire dalla
scena
politica e poi rimpiazzato da… «Quagliariello», proveniente dal partito
radicale di
Pannella e infiltratosi nella quinta colonna teoconservatrice italiana
(Alleanza Cattolica,
Lepanto, eccetera)
(9),
che continua a inquinare e addormentare, per poi distruggere gli
ambienti cattolici potenzialmente più sani e reattivi alla dissoluzione
del post ‘68 (come fece
Giuditta con Oloferne, ma in senso contrario, perché ora è il cattivo
che addormenta e uccide
il
buono) come potrebbero essere le riviste
«Il
Timone», «Immaculata Mediatrix», «Fides Catholica» e le edizioni «Il
Verbo Incarnato».
Le leggi razziali del 1938
Il
«Manifesto degli scienziati razzisti» fu pubblicato il 14 luglio 1938 su
«Il Giornale d’Italia» e la
«Carta
della razza», venne approvata il 7 ottobre 1938 dal Gran Consiglio del
fascismo.
La
Chiesa e il Papa accettavano in linea di principio «una legislazione
discriminatoria
nei
confronti degli ebrei» e loro preoccupazione era quella di «ottenere
dal governo la modifica
degli articoli che potevano ledere le prerogative della Chiesa sul piano
giuridico
concordatario specialmente per quanto riguardava gli ebrei convertiti»
(10).
Anzi
«La Civiltà Cattolica» il 6 agosto del 1938, commentando il «Manifesto
degli scienziati
razzisti», scriveva che: «Chi
ha presente le tesi del razzismo tedesco, rileverà la notevole
differenza di quelle proposte da questo gruppo di studiosi fascisti
italiani. Questo
confermerebbe che il fascismo italiano non vuol confondersi col nazismo
o razzismo
tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico ed
anticristiano»
(11).
Ciò
che preoccupava la Santa Sede era il fatto che si attaccasse l’ebraismo
in quanto razza in
senso
strettamente biologico o materiale e non in quanto cultura nazionale o
visione della vita.
Renzo
De Felice,
il più grande storico del fascismo, comunista e di lontana origine
israelitica,
scriveva che se la Santa Sede non approvava il razzismo materialistico,
«al
tempo stesso, non
era contraria ad una moderata azione antisemita, estrinsecatesi sul
piano delle
minorazioni
civili»
(12).
Insomma la Chiesa ribadiva la sua dottrina bimillenaria, che è stata
riassunta ed ha toccato il
suo
apice di elevazione e genialità in San Tommaso d’Aquino, il quale
scriveva che non si
possono convertire gli ebrei con la forza, si può tollerare l’esercizio
regolamentato della loro
religione, ma occorre prendere delle «misure prudenziali di difesa» nei
loro confronti, in modo
da
«limitare e restringere» il loro influsso sulla società.
Onde è
lecito proibire l’accesso degli israeliti alle funzioni pubbliche (S.
Th., II-II, q. 10, aa.
9-12).
Le varie correnti del razzismo italiano
1)
Guido
Landra morto nel 1980 (un giovane assistente universitario volontario
presso la
cattedra di antropologia del professor Sergio Sergi) e Giorgio Almirante
morto nel 1988 (vice
direttore di «Difesa della razza» diretta da Telesio Interlandi, morto
nel 1965) sostenevano la
linea
del razzismo biologico puro, ossia «della carne e del sangue», di
matrice genetica
illuministico-ottocentesca.
Nel
dopo guerra Interlandi si riciclò con la DC, Almirante, pur fondando il
MSI, rinnegò il suo
passato razzista, anzi nel 1945 si fece nascondere da una famiglia di
ebrei a Torino.
Di
Landra non sono riuscito a saper nulla, tranne l’anno della sua morte.
2)
Julius
Evola (+ 1974) parlava di «razzismo spirituale», da un punto di vista
magicoesoterico,
alla
luce delle filosofie estremo-orientali (razza ariana pura, miti
iperborei,
indoeuropei e spirito atavico).
Nel
dopo guerra ha continuato a sostenere (con coerenza e forse è stato
l’unico) le sue tesi
ed ha
attirato a sé un vasto numero di giovani universitari controcorrente.
3)
Nicola
Pende (+ 1970), direttore dell’Istituto di Patologia Medica
dell’Università di Roma,
prospettava misure di preservazione della «razza» europea e metteva in
risalto le qualità delle
stirpi
mediterranee
(13).
Così
pure Sabato Visco (+1971), ordinario di Fisiologia e preside di Scienze
all’Università di
Roma,
e Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei
ministri (+ 1969).
I tre
rappresentavano la linea filo cattolica del razzismo sano, ossia
nazional-culturale, una
sorta
di «nazional - ‘razzismo’ », teso a combinare la nozione biologica di
razza con quella
culturale e spirituale di nazione o di stirpe.
Non si
può parlare di razzismo biologico o materialista per Pende e Visco, i
quali nel
dopo-guerra hanno continuato tranquillamente la loro carriera
universitaria e le loro ricerche
scientifiche.
Varie tipologie di razza
Per
tutti e tre i filoni del razzismo italiano, se l’africano suscitava le
reazioni paternalistiche del
razzismo coloniale e civilizzatore, che vedeva in esso una etnia non
sviluppata e adulta,
l’ebraismo invece era qualcosa di molto pericoloso per le nazioni non
ebraiche.
«Quando trattano di popoli arabi, invece, le monografie di Difesa della
razza adottano un tono
relativamente neutro ed equanime, se non addirittura ammirato»
(14).
Filippo Giannini fa notare che la politica razziale fascista derivava
anche
dall’esperienza
coloniale in Africa (1936), ove si manifestò «il pericolo del
meticciato»
(15).
Sempre
il Giannini fa notare come l’economia iper-liberale, ossia il mondo del
denaro, negli
anni
Trenta aveva preso di mira il fascismo italiano (assieme e quello
spagnolo e portoghese)
e che
conseguentemente «tutto l’ebraismo mondiale aveva dichiarato guerra
all’Italia, molto
prima
della promulgazione delle leggi razziali (…). La storia moderna non è
che la storia del
grande
capitale internazionale controllato dagli ebrei che, di volta in volta,
si è alleato con
questi
o quelli per distruggere o modificare quelle situazioni che minacciavano
di diventare
pericolose per i suoi piani»
(16).
Persino Bruno Vespa scrive che: «Secondo De Felice, ‘galeotte’ furono le
guerre d’Etiopia e di
Spagna. Molti ebrei influenti e alcune organizzazioni ebraiche si
opposero apertamente alle
due
campagne, che provocarono l’isolamento morale dell’Italia. Mussolini
incaricò alcune
personalità ebraiche di farsi mediatrici a Ginevra, Parigi e Londra, e
poiché la loro missione
fallì,
si convinse che l’Internazionale ebraica tramava contro il fascismo»
(17).
Onde
le leggi del 1938 furono
anche
la
reazione ad una guerra dichiarata al sistema sociale
quasi-corporativo fascista che si difese in maniera ora eccessiva nel
linguaggio, ora carente
nella
pratica e specialmente nell’ultima fase (1943-45) a «rimorchio» del
paganesimo
pangermanista, che non era capito dalla maggior parte degli italiani, i
quali non hanno nulla di
«germanico», né pregi né difetti.
Il problema odierno
Tutto
ciò non deve impedirci di guardare con serenità ed obiettività al
problema «razziale»,
che ci
sta devastando, senza complessi di colpa o paure di essere tacciati di
razzismo e
ghettizzati.
Monsignor Antonio De Castro Mayer - già vescovo di Campos in Brasile -
scriveva negli anni
Settanta («Problemi dell’apostolato moderno») che «L’unità del Paese
nella vera fede,
costituisce il più alto dei suoi valori spirituali. Questa unità può
essere spezzata se si aprono le
frontiere a correnti immigratorie che vengono a costituire dei tumori
religiosi. Tale
immigrazione non deve andare a detrimento spirituale delle popolazioni
cristiane».
Quindi
occorre preservare:
a)
la
propria
identità religiosa,
rifiutando il modello, impostoci «democraticamente» (a suon
di
bombe e quattrini) dagli USA, della società multireligiosa;
b)
quella
culturale,
basata sulla metafisica greca (Platone-Aristotele), il diritto e l’etica
romana
(Cicerone-Seneca), e la patristica e scolastica medievale (Sant’
Agostino - San
Tommaso), rifiutando il miscuglio «filosofico» orientaleggiante come
quello anglo-americanista
o
idealista;
c)
quella
linguistica,
che va sempre più impoverendosi a discapito del lessico greco-latino e
dello
stile dantesco-manzoniano, a favore di un linguaggio povero e
commerciale qual’è
l’(anglo)-americano;
d)
e
infine quella
etnica,
evitando i due eccessi opposti:
α)
quello
della purezza «assoluta» della razza, che non esiste, dacché la stirpe o
popolo
italico ha conosciuto, come tutti gli altri popoli, invasioni e
mescolanze;
β)
quello
del miscuglio (o meticciato) «come ideale», poiché vi sono - come si
studiava a
scuola
ai miei tempi - quattro grandi etnie/continenti: la bianca (Europa), la
gialla (Asia), la
rossa
(America indiana) e la nera (Africa).
Ora
(tranne casi eccezionali, che vanno «tollerati ma non incoraggiati»)
sarebbe meglio evitare
di
«unire ciò che Dio ha diviso», (mentre oggi col divorzio «si separa ciò
che Dio ha unito»); vi
sono -
infatti - enormi diversità psicologiche, di temperamento e carattere tra
l’europeo e
l’asiatico (per fare un esempio) e la loro unione normalmente
risulterebbe infelice, i figli si
sentirebbero semi-sradicati e privi di una identità integrale, ossia
«mezzi-mezzi», il che non è
l’ideale («natura abhorret a vacuo»).
Quindi
lungi dal lasciarci condizionare dal martellamento mediatico e dalla
paura della
persecuzione, dobbiamo prima riflettere e poi agire (usando solo tutti i
mezzi leciti) con
prudenza e franchezza, per mantenere l’identità europea che sta per
essere travolta dal
meticciato afro-asiatico e da tale mistura non si esce più; il sangue
non è tutto, ma non è
neppure acqua.
La
tanto deprecata illustrazione che rappresentava una daga romana
separante l’europeo dal
semita
e dall’africano, non è «forse» - col senno di oggi - così tanto
«gravemente»
deprecabile, anzi «può darsi che» ci inviti ad una seria riflessione.
Gli
spettacoli che vediamo continuamente (anche di insano razzismo
all’incontrario), non solo
più
nelle grandi metropoli, ma anche nei paesini dovrebbero svegliarci e
farci ritornare a quel
«sano
razzismo» di cui parlava Pio XI settant’anni fa, che «esclude» ogni
forma di odio di
malevolenza e di violenza ingiustificata, ma ammette la «legittima
difesa» comandata anche
dal
diritto naturale.
«Vim
vi repellere licet».
Don Curzio Nitoglia
1)
Confronta l’ottimo libro di Marco Marsilio, «Razzismo. Un’origine
illuminista», Firenze,
Vallecchi, 2006. In cui si dimostra come Herder (+ 1803), Voltaire (+
1778), i giacobini
(1791-1794), il positivismo (seconda metà XIX secolo), Saint Simon (+
1825), Darwin (+
1882)
hanno influito sulla nascita del razzismo biologico, che non è stato
solo germanico, ma
anche
francese, statunitense, svedese, sino agli anni Settantacinque, e
sovietico.
2)
«Repubblica», V, 470 B-C, «Opere», Laterza, 1967.
3)
«Fedone», 69 B-D, 80 D-82 C.
4)
Aristotele, «Politica», l. 2, 1252b 32.
5)
Bruno
Vespa, «Vincitori e vinti», Milano, Mondatori, 2005, pagina 55.
6)
Citato
da Bruno Vespa, «Vincitori e vinti», pagina 56.
7)
Ibidem, pagina 57.
8)
«L’Osservatore Romano», 29 luglio 1938.
9)
Confronta L. Copertino, «Spaghetticons», Il Cerchio, 2008.
10)
F.
Tagliacozzo - B. Migliau, «Gli ebrei nella storia e nella società
contemporanea», La
Nuova
Italia, 1993, pagine 254-255.
11)
Fascicolo 2115, pagine 277-278.
12)
«Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo», Einaudi, terza
edizione, 1988, pagina 298.
13)
Nicola
Pende, «Scienza dell’ortogenesi», Bergamo, Istituto Italiano Arti
Grafiche, 1939.
Idem,
«I principi scientifici del razzismo», in «Razzismo, autarchia della
stirpe», a cura di E.
Poletti, Bergamo, Tavecchi, 1939. Idem, «La politica fascista della
razza», Roma, Tipografia
Operaia Romana, 1940. Idem, «Medicina e sacerdozio», Ancona, Flamini,
1943.
14)
V.
Pisanty, «La difesa della razza», Milano, Bompiani, 2006, pagina 180.
15)
«Uno
schermo protettore. Mussolini, il fascismo e gli ebrei», Roma, Nuove
Idee, 2006,
pagina
20.
16)
Ibidem, pagina 39.
17)
«Vincitori e vinti», Mondatori, 2005, pagina 34. |