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SE VI POSSA ESSERE L’ERRORE NEI
DOCUMENTI DEL MAGISTERO

La teologia
ci fornisce numerose ragioni a sostegno della tesi secondo cui, in via
di principio, vi possono essere errori in documenti del magistero
non forniti delle condizioni di infallibilità. Tali
ragioni sono tante e di tale peso che ci pare sufficiente fare cenno ad
alcune di esse per dare al lettore una visione sommaria dell'argomento.
Possibilità di errori in documenti episcopali
Dobbiamo anzitutto notare che il magistero
della Chiesa è dato dal Papa e dai vescovi, unici autorizzati a parlare
ufficialmente a nome della Chiesa, come interpreti autentici della
Rivelazione. Sacerdoti e teologi non godono del privilegio
dell’infallibilità, in nessuna ipotesi, neppure quando insegnano con la
missione canonica ricevuta dal Papa o da un vescovo. Anche i vescovi,
quando parlano isolatamente o insieme, possono errare, a meno che, in
Concilio o fuori di esso, definiscano un dogma, assieme al Sommo Pontefice
(cum Petro et sub Petro). Nella dottrina della Chiesa è pacifico
il principio secondo cui i vescovi non sono mai infallibili quando si
pronunciano senza il Sommo Pontefice. In proposito mons. Antonio de
Castro Mayer, vescovo di Campos, scrive: «essendo infallibile il
magistero pontificio, e fallibile, anche se ufficiale, quello dei
singoli vescovi, è possibile, per la fragilità umana, che uno o altro
vescovo cada in errore; e la storia registra alcune di tali eventualità»[29].
A questo punto, dunque, s’impone una conclusione: quando, ragioni
evidenti mostrano che un vescovo, alcuni vescovi insieme o anche tutto
l’episcopato di un Paese o di una parte del globo sono caduti in errore,
niente autorizza il fedele ad abbracciare questo errore adducendo la
scusa che non gli è lecito divergere da coloro che sono stati posti da
nostro Signore a capo del suo gregge. Sarà per lui lecito, o persino
doveroso, dissentire da simili insegnamenti episcopali. Questo dissenso,
a seconda dei casi, potrà essere anche pubblico.
Una definizione del Concilio Vaticano I
Passando dai documenti episcopali a quelli
pontifici, vedremo inizialmente che, in via di principio, anche
nell'uno o nell'altro di questi vi può essere qualche errore, anche in
materia di fede e di morale. Il fatto si ricava dalla definizione stessa
della infallibilità pontificia data dal Concilio Vaticano I. Vi si
stabiliscono le condizioni secondo le quali il Papa è infallibile. È
dunque facile comprendere che, quando non vengano osservate tali
condizioni, in via di principio potrà esservi errore in un
documento papale[29].
In altri termini, potremmo dire che il semplice fatto che i documenti
del magistero si dividano in infallibili e in ‘non infallibili’, lascia
aperta, in tesi, la possibilità di errore in qualcuno di quelli non
infallibili. Questa conclusione si impone in base al principio
metafisico enunciato da san Tommaso d'Aquino; «quod possibile est non
esse, quandoque non est», «ciò che può non essere [infallibile],
talora non è [infallibile]»[29].
Se, in via di principio, in un documento pontificio vi può essere
errore per il fatto di non osservare le quattro condizioni
dell’infallibilità, lo stesso si deve dire a proposito dei documenti
conciliari, quando non osservino le stesse condizioni. In altri termini,
quando un Concilio non intende definire con la voluntas obligandi
verità di fede come divinamente rivelate, a rigore può cadere in
errore. Questa conclusione deriva dalla simmetria esistente tra la
infallibilità pontificia e quella della Chiesa, messa in evidenza dallo
stesso Concilio Vaticano I
[29].
Sospensione dell’assenso interno
A favore della tesi secondo cui, de jure,
vi può essere errore anche in documenti pontifici e conciliari, milita
pure l’argomento che teologi tra i più quotati ammettono, in casi
molto specifici e straordinari, che il cattolico sospenda il suo
assenso a una decisione del magistero. Di per sé, le decisioni
pontificali, anche quando sono non infallibili, postulano 1'assenso sia
esterno (“silenzio ossequioso”) che interno dei fedeli. Pio XII nella
Humani generis ha espresso questa verità in termini incisivi: «Né si
deve ritenere che gli insegnamenti delle encicliche non richiedano,
per sé, il nostro assenso, col pretesto che i Pontefici non vi
esercitano il potere del loro magistero supremo. Infatti questi
insegnamenti sono del magistero ordinario, per cui valgono pure le
parole: “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lc. X, 16)»
[29].
Tuttavia, quando vi sia «un’opposizione precisa tra un testo di
enciclica e le altre testimonianze della Tradizione apostolica»[29],
allora sarà lecito al fedele dotto e che abbia studiato accuratamente la
questione, sospendere o negare il suo assenso al documento papale. La
stessa dottrina si trova in teologi molto autorevoli. Ne citiamo alcuni.
«Questi atti non infallibili del magistero del Romano Pontefice non
obbligano a credere e non postulano una sottomissione assoluta e
definitiva. Tuttavia bisogna aderire con un assenso religioso e interno a
tali decisioni, dal momento che costituiscono atti del supremo magistero
della Chiesa, e che si fondano su solide ragioni naturali e
soprannaturali. L'obbligo di aderire ad esse può cominciare a cessare
solo nel caso, che si da soltanto rarissimamente, in cui un uomo
idoneo a giudicare l'argomento in questione, dopo una diligente e
ripetuta analisi di tutte le ragioni, giunga alla convinzione che nella
decisione si è introdotto l'errore»
[29].
«[...] Si deve assentire ai decreti delle Congregazioni Romane, finché
non diventi positivamente chiaro che hanno errato. Siccome le
Congregazioni, per sé, non forniscono un argomento assolutamente
certo a favore di una data dottrina, si possono o perfino si devono
indagare le ragioni di questa dottrina. E così, o succederà che tale
dottrina sia lentamente accettata in tutta la Chiesa raggiungendo in
questo modo la condizione d’infallibilità, o succederà che l'errore sia
a poco a poco individuato. Infatti, siccome il citato assenso religioso
non si basa su una certezza metafisica, ma solo morale,
non esclude ogni timore di errore per accidens. Perciò appena
sorgano sufficienti motivi di dubbio, l'assenso sarà prudentemente
sospeso: ciò nonostante, finché non si presentino tali motivi di dubbio,
l'autorità delle Congregazioni basta per obbligare ad assentire. Gli
stessi princìpi si applicano senza difficoltà alle dichiarazioni che il
Sommo Pontefice emette senza coinvolgere la sua autorità suprema e anche
alle decisioni degli altri superiori ecclesiastici, che non sono
infallibili»
[29].
«[...] Finché la Chiesa non insegna con autorità infallibile, la
dottrina proposta non è di per sé irreformabile; perciò, se per
accidens, in un’ipotesi per altro rarissima dopo un esame
assai accurato, a qualcuno sembra che esistano ragioni gravissime contro
la dottrina così proposta, sarà lecito senza temerarietà, sospendere
l'assenso interno [...]»
[29].
«[...] Se alla mente del fedele si presentano ragioni gravi e solide,
soprattutto teologiche contro decisioni del magistero autentico, sia
episcopale che pontificio gli sarà lecito respingere l’errore, assentire
condizionatamente, o perfino sospendere anche l'assenso [...]»
[29].
Nell'ipotesi di decisioni non infallibili «deve il suddito, eccetto il
caso in cui abbia l’evidenza che la cosa comandata sia illecita, dare un
assenso interno. [...] Se poi qualche dotto studioso avesse delle
ragioni gravissime per sospendere l'assenso, può sospenderlo senza
temerità e senza peccato [...]››
[29].
Il consiglio dato con frequenza al fedele, in tali casi, è di
«sospendere il giudizio» sull'argomento. Se questa «sospensione del
giudizio» comporta un’astensione, da parte del fedele, da qualsiasi
presa di posizione di fronte all'insegnamento pontificio in questione,
essa rappresenta soltanto una delle posizioni lecite nell’ipotesi
considerata. Di fatto, la «sospensione dell’assenso interno», di cui
parlano i teologi, ha maggiore ampiezza della semplice «sospensione del
giudizio» del linguaggio corrente. A seconda del caso, il diritto di
«sospendere l'assenso interno›› comporterà quello di temere che vi sia
errore nel documento del magistero, o quello di dubitare
dell’insegnamento in esso contenuto, o anche quello di respingerlo.
Qualche teologo non ammette la sospensione dell'assenso
interno
Alla tesi che stiamo sostenendo sarebbe
possibile obbiettare che non tutti gli autori ammettono questa
sospensione dell'assenso interno. È il caso di Choupin[29],
Pègues[29]
e Salaverri[29].
Tuttavia anche questi autori non negano la possibilità di errore
nei documenti del magistero: «posto che la decisione non viene garantita
dall’infallibilità, la possibilità di errore non è esclusa»[29].
Essi sostengono soltanto che la grande autorità religiosa del Papa, il
valore scientifico dei suoi consiglieri, e tutto quanto circonda i
documenti non infallibili, consigliano di non sospendere
l'assenso interno, anche quando uno studioso abbia ragioni serie per
ammettere che la decisione pontificia sia affetta da errore. Non è il
caso di analizzare in questa sede con maggiori particolari la posizione
di questi teologi. Per il momento ci basta provare, come abbiamo fatto,
che anch'essi ammettono la possibilità di errore in documenti del
magistero ordinario. Quanto al giudizio da emettere a proposito della
loro tesi secondo cui non è mai permesso sospendere l'assenso interno[29],
crediamo che questi autori non abbiano preso in considerazione
esplicitamente l'ipotesi che si trovino uniti nello stesso caso i
seguenti fattori: 1°) che le circostanze della vita concreta obblighino
il fedele, in coscienza, a prendere posizione di fronte a un problema;
2°) che gli appaia evidente un’opposizione precisa tra l'insegnamento
del magistero ordinario sull'argomento e le altre testimonianze della
Tradizione; 3°) che la decisione infallibile, capace di mettere termine
alla questione, non sia stata proferita. Nell'ipotesi, dottrinalmente
ammissibile, che questi tre fattori si uniscano, ci sembra che nessun
teologo condanni la sospensione dell'assenso interno ad una decisione
non infallibile. Condannarla sarebbe perfino un'azione contro natura, e
violenta, perché significherebbe obbligare a credere, contro
l’evidenza stessa, in qualcosa che non è garantito
dall’infallibilità della Chiesa.
Altri teologi negano la possibilità di errore in
documenti non infallibili
Contro la tesi secondo cui vi possono essere
errori in documenti del magistero ordinario pontificio o conciliare, si
presenterebbe anche un'altra obbiezione: secondo alcuni autori di
valore, come i cardinali Franzelin e Billot, anche i documenti non
infallibili sono garantiti contro qualsiasi errore dall’assistenza dello
Spirito Santo[29].
In questo modo, la tesi che stiamo sostenendo potrebbe sembrare incerta.
E ci si potrebbe chiedere se non sarebbe più consono allo spirito
eminentemente gerarchico, e perfino monarchico, dell’organizzazione della
Chiesa, adottare il parere di questi eminenti teologi. Non sarebbe più
conforme alla condizione di figli della Chiesa ammettere che è assurdo
che vi sia qualche errore anche in pronunciamenti non ex cathedra?
Un’analisi esauriente di questo problema ci porterebbe molto oltre gli
obiettivi del presente studio. Perciò, ci interessa soltanto mostrare
che anche i cardinali Franzelin e Billot, come gli altri teologi che ne
adottano la posizione, in ultima analisi ammettono la possibilità
di errore in documenti infallibili. Essi partono dal presupposto che i
documenti della Santa Sede o insegnano una dottrina infallibile, oppure
dichiarano che una determinata sentenza è sicura o non è sicura: «In
queste dichiarazioni, benché la verità. della dottrina non sia
infallibile - ammesso per ipotesi che non vi sia intenzione di
definire l’argomento - vi è tuttavia sicurezza infallibile, in
quanto per tutti è sicuro abbracciarla, e non è sicuro respingerla, e
questo non può essere fatto senza violare la sottomissione dovuta al
magistero costituito da Dio»[29].
Così, dunque, questi autori sostengono che nei pronunciamenti non
infallibili il magistero non si compromette con l’affermazione della
verità della dottrina che propone, ma sostiene soltanto che questa
dottrina non presenta pericolo per la fede, nelle circostanze del
momento. Questi teologi riconoscono chiaramente che l’insegnamento
contenuto in questi documenti può essere falso: «La dottrina a
favore della quale esiste una solida possibilità che non si opponga alla
regola di fede, sarà forse teologicamente falsa sul terreno
speculativo, cioè, se presa sin rapporto alla norma di fede,
oggettivamente considerata»[29].
Diventa evidente che, pertanto, anche questi autori ammettono la
possibilità di errore per quanto riguarda la dottrina contenuta in
documenti del supremo magistero ordinario. Che pensare della teoria
secondo cui i pronunciamenti non infallibili mirano soltanto a
dichiarare che una dottrina è sicura o non è sicura? Questa teoria non
sembra concordare con i termini della maggior parte dei documenti della
Santa Sede. In alcuni, chiaramente si tratta soltanto della sicurezza o
del pericolo di una certa dottrina. Ma in molti altri - nelle
encicliche; per esempio - è manifesto il proposito di presentare
insegnamenti come certi, e non solo come sicuri. Inoltre, gli autori in
generale hanno abbandonato questa teoria[29].
Tuttavia, ora non dobbiamo analizzare dettagliatamente la citata
posizione dei cardinali Franzelin e Billot. Vogliamo solo sottolineare
che, anche secondo loro, in via di principio non si può escludere
la possibilità di errore dottrinale in documenti pontifici e
conciliari.
Conclusione
Da tutto
quanto esposto si deduce che, in via di principio, non ripugna
1'esistenza di errori in documenti non infallibili del magistero, anche
del magistero pontificio e conciliare. Indubbiamente tali errori non
possono essere durevolmente proposti nella Santa Chiesa, al punto da
mettere le anime nel dilemma di accettare l’insegnamento falso oppure di
rompere con la Chiesa. Tuttavia è possibile, in via di principio,
che per qualche tempo, soprattutto in periodi di crisi e di grandi
eresie, si trovi qualche errore in documenti del magistero. Come è
evidente, facciamo queste osservazioni senza alcun obbiettivo
demolitore. Non miriamo a fondare le «contestazioni» ereticali con cui i
progressisti cercano, in ogni momento, di scuotere il principio di
autorità nella Chiesa. Quello a cui di fatto miriamo, mettendo in
risalto la possibilità di errore in documenti non infallibili, è aiutare
a illuminare i problemi di coscienza e gli studi di molti
antiprogressisti che; per il fatto di ignorare tale possibilità, si
trovano spesso in condizione di perplessità per quanto riguarda il
Concilio Vaticano II e le riforme da esso scaturite.
Arnaldo Vidigal
Xavier Da Silveira
«Catolicismo»
n° 223, luglio 1969, San Paolo del Brasile.
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