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“Dal disprezzo del bene comune o sociale uno può
essere indotto a tutti i peccati”
(S.
Tommaso d’Aquino, S. Th., II-II, q. 59, a. 1).
Prologo
Per il ‘buon governo’, che è la vera virtù di
‘prudenza sociale’ ossia la politica nel senso classico del termine,
occorrono soprattutto due virtù oltre la prudenza: la
giustizia e l’amore naturale e soprannaturale, le quali virtù
sono sostanzialmente diverse dall’egalité et fraternité della
modernità. Qui le studieremo nell’ottica sociale e non strettamente
individuale, poiché ci occupiamo di filosofia politica o sociale, che
studia la vita in comune o in società dei singoli uomini, i quali si
uniscono prima in una famiglia e poi in più famiglie, le quali formano
una societas o polis (= città) e più città formano infine
uno Stato. Nell’articolo sul “Diritto naturale” pubblicato su
questo stesso sito abbiamo visto come la legge sia eterna o divina,
naturale e positiva e come queste leggi reggano la società e senza di
esse si cada inevitabilmente nella “dis-società” o dissociazione
anarchica, che è il ‘pessimo governo’.
Nel presente articolo ci occupiamo della giustizia e della sua
perfezione, che è l’amicizia o amore (naturale e soprannaturale),
per metter bene a fuoco che senza di esse non è possibile una vera virtù
di prudenza sociale o politica, vale a dire il ‘buon governo’.
Nel libro in due volumi citati in nota, si è affrontato il tema della
politica intesa da Aristotele e S. Tommaso d’Aquino come virtù sociale,
delle basi metafisiche di essa, della natura, causa efficiente e finale
della società, della società internazionale, dell’origine del potere,
della tirannide e del tirannicidio, delle tre forme di governo
(monarchia, aristocrazia e polizia), della regalità sociale di Cristo,
dei rapporti tra Stato e Chiesa, del machiavellismo quale inizio della
“politica” moderna, concepita in maniera diametralmente opposta a quella
aristotelico-tomistica come scissa dalla virtù e dalla morale e perciò
‘cattivo governo’ (1° volume). Nel 2° volume si è affrontata la
problematica dei rapporti tra la virtù politica classica e le deviazioni
“politiche” moderne: la guerra giusta, la pena di morte, la tortura e la
rappresaglia, la questione sociale e la sua vera soluzione contro i due
errori - per eccesso e per difetto - del collettivismo socialista e
dell’individualismo liberista, della vera natura del comunismo, anche di
quello dal “volto umano” ossia dell’ “euro-comunismo” e del
“catto-comunismo”, del liberalismo classico, della democrazia cristiana,
quale modernismo sociale o liberalismo-cattolico, del fascismo e del
nazismo, anche se questi due capitoli sono datati (risalgono al 2002) e,
penso, eccessivamente severi nella critica. Conclusione a)
diritto naturale, divino e positivo; b) carità e giustizia sono i
due pilastri che reggono l’impalcatura della prudenza sociale o politica
classica.
Definizione di giustizia e carità
1°)
La giustizia generale ordina l’uomo al bene comune o della
società e può riguardare gli atti di tutte le virtù; si chiama anche
giustizia legale poiché è fissata dalla legge e spinge l’uomo a dare
quanto è dovuto alla società di cui è parte per il bene interno o comune
di essa (la giustizia particolare, invece, è quella virtù che
mira al bene privato e consiste nel dare a ciascuno il suo o ciò che gli
è dovuto in senso stretto; essa rispetta i diritti altrui e la sua
materia sono le cose materiali e le azioni esterne).
La giustizia sociale esige che si diano a tutti i mezzi sufficienti e
necessari per vivere in modo degno dell’uomo, che vive in una società.
2°) L’amicizia, o amore naturale, ci fa vedere nel
prossimo un alter ego, per il quale si desidera tutto il bene che
si vorrebbe per se stessi. I rapporti di amicizia sociale portano a
volere il bene integrale - anche quello non dovuto strettamente - di
tutte le persone costituenti la comunità, societas o polis,
nella misura del possibile. Perciò i membri di una famiglia, città o
nazione sono portati a sovvenire, per quanto possono, alle necessità di
ogni altro membro bisognoso della medesima società, affinché possa
vivere sufficientemente bene. 3°) La carità soprannaturale
richiede qualcosa di più perché ama Dio principalmente e secondariamente
in Dio il prossimo, creatura di Dio.
Giustizia e carità sociali
Le due virtù sono considerate qui socialmente,
evitando l’errore liberale e liberista, che vorrebbe una giustizia
puramente individuale, mentre “l’uomo è naturalmente socievole o
politico”
onde «colui che non sa risolversi a vivere con gli altri uomini e a
partecipare alla vita civile o politica non può che essere un dio o una
belva».
Infatti da solo l’uomo è povero sia materialmente che intellettualmente
e moralmente o spiritualmente; egli è pieno di indigenze sia economiche
che razionali. Preso individualmente e isolato dagli altri, l’uomo non
ha in sé gli elementi del suo perfezionamento come animale razionale e
libero, perciò ha bisogno della collaborazione costante dei suoi simili
ad bene vivendum ut animal rationale, il quale bisogno lo inclina
naturalmente e necessariamente verso la societas, polis o
Stato.
Onde la giustizia regola anche i rapporti dei cittadini verso il bene
comune, mentre la carità sociale si rivolge alle persone non più
considerate solo individualmente e separatamente, ma unite in società,
ed essa rafforza così la giustizia sociale facendoci amare e sopportare
l’ordine sociale e politico. La giustizia legale è chiamata virtù
generale in quanto ordina gli atti di tutte le altre virtù al bene
comune così come la carità può dirsi virtù generale in quanto ordina gli
atti di tutte le virtù al bene divino.
Occorre fare bene attenzione a non presentare giustizia e carità come
contrarie, poiché nella realtà esse sono unite in quanto entrambe
finalizzate al bene e all’amore. Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange
scrive che la giustizia e la carità sono “apparentemente contrarie, ma
realmente o di fatto si conciliano nell’Amore divino e sono in tal guisa
subordinate. […]. La giustizia è la virtù per la quale si dà il
necessario. […]. La carità, lungi dal restringere la giustizia, a lei si
unisce e la sopravanza. […] Se la giustizia à il sufficiente, la carità
dà oltre il necessario. […]. ”.
La soluzione dei problemi socio-politici, nazionali ed internazionali
dipende dalla loro unione. Infatti, né la sola carità né la sola
giustizia bastano a risolverli, ma solo se sono fatte convergere
finalizzandole all’amore. Studiando i rapporti umani regolati dalla
giustizia, ossia ciò che è dovuto a ciascuno, si capisce che manca
ancora qualcosa per il buon funzionamento della vita sociale. La
giustizia deve essere perfezionata dalla carità, il diritto dall’amore
naturale. Su queste fondamenta si può costruire una società civile ben
ordinata perché solo così il diritto e la giustizia, perfezionati e non
distrutti dalla carità, produrranno la pace e la felicità nell’unione e
nell’amicizia (o amore) tra gli uomini. San Tommaso insegna che
«mediante la giustizia si mantiene la pace della società, mentre la
trasgressione della legge è causa di sedizione».
Pio XII esorta a dare una dimensione sociale alla giustizia e carità,
correggendo l’errore dei razionalisti, che vorrebbero la sola giustizia
alla base della vita politica, e quello degli spiritualisti esagerati,
che vorrebbero la società diretta dalla sola carità senza la giustizia,
mentre la giustizia sociale ci fa rispettare il bene comune della
società e l’amicizia naturale sociale ce lo fa amare. Siccome la carità
unisce l’uomo a Dio e ci aiuta a cogliere il nostro vero fine ultimo,
essa deve vivificare non solo la vita individuale e privata dell’uomo,
ma anche quella comunitaria o sociale in quanto “homo naturaliter est
animal sociale”.
Perciò l’oggetto della carità sociale è l’insieme di tutti gli uomini
viventi in società, ordinandoli al bene comune temporale e
soprannaturale.
Distinzione e complementarità tra giustizia e carità
Guai a noi se presumessimo di vivere di sola
giustizia. I Romani dicevano: “summum jus, summa injuria” (la
sola stretta giustizia produce la massima ingiustizia). Infatti la vera
giustizia nasce dalla equità o epicheia e dalla bontà o amore,
che la temperano e la perfezionano, proprio come “la grazia non
distrugge la natura, ma la presuppone e la perfeziona”.
Giustizia e carità, «pur essendo distinte, formano in qualche modo una
cosa sola».
Vi è, dunque, l’ordo juris, che è un dovere giuridico, e l’ordo
amoris, che è un dovere morale; essi sono distinti, ma non opposti,
bensì complementari perché l’ordo amoris perfeziona l’ordine
giuridico senza distruggerlo. Il primo è dovere ad un altro ciò che gli
è strettamente dovuto legalmente; il secondo, pur non essendo
strettamente dovuto, è pur sempre un dovere di carità o morale. Non
bisogna confondere il dovere con l’esigibilità legale. Un dovere di
carità, anche se non è esigibile con la forza della legge, è sempre un
dovere esigibile non giuridicamente, ma in forza dell’amore, moralmente
o spontaneamente. Per cui la carità non è facoltativa moralmente; essa è
un dovere etico-morale, pur non essendo esigibile legalmente da un
altro; è una obbligatio, anche se non è un debitum.
Diversità tra giustizia e carità
a) Diversità di origine:
L’origine della giustizia è umana o naturale,
non è specificamente connessa alla fede o da essa richiesta; invece la
carità è soprannaturale, di origine divina e perfeziona l’amicizia o
amore naturale come la grazia perfeziona la natura. L’omissione del
dovere di carità non è punibile con la forza o coercizione della legge
umana positiva, ma è pur sempre una violazione del diritto
divino-naturale, della quale dovremo rispondere a Dio solo e non agli
uomini.
L’unione delle persone o bene comune è ottenuta dalla giustizia
perfezionata dall’amore naturale, il quale è elevato soprannaturalmente
dalla virtù infusa o teologale di carità. Per cui è la giustizia che
permette di superare i contrasti e di instaurare la pace sociale, ma è
la carità che effettivamente ed efficacemente la realizza e la mantiene.
b) Diversità di oggetto:
Sia la giustizia che la carità hanno per
oggetto la persona e il bene; esse dirigono gli atti umani in ordine
agli altri. Tuttavia la giustizia ha come fine un bene, da dividere in
maniera uguale dando a ciascuno il suo o ciò che gli è dovuto
strettamente, né più né meno, all’interno della legge positiva. Invece
la carità ha come fine le necessità del prossimo senza limiti e
restrizioni, poiché si desidera con la volontà (e non sentimentalmente)
il bene dell’altro. La giustizia vuole solo ciò che è giusto,
strettamente dovuto, ciò che spetta di diritto o per legge; l’amore
desidera il raggiungimento per gli altri del Summum Bonum che è
Dio, vale a dire la massima quantità di bene. Come si vede l’obbligo
della giustizia è molto più ristretto e limitato dell’obbligo della
carità. Ma, insegna Aristotele, «il punto più alto della giustizia
sembra appartenere alla natura dell’amicizia»:
la giustizia assicura il minimum di relazioni di amicizia da
salvaguardare come conditio sine qua non per progredire
ulteriormente nell’amore, onde “justitia est minimum caritatis”.
La carità mi spinge o obbliga ad amare il prossimo, senza che questo ne
abbia una vera e stretta esigenza o diritto legale, ma per benevolenza.
Un amore limitato o chiuso, sarebbe egoismo interesse o piacere proprio.
Invece il vero amore di benevolenza (de bono alieno) è la
negazione di ogni egoismo o amor concupiscentiae e quindi esige
illimitatezza ed ha come termine l’infinito e l’Assoluto.
c) Diversità di funzionamento:
L’incredulo, che, non avendo la fede, non può
avere la carità soprannaturale, tuttavia può mantenere la giustizia e
l’amore naturali. Quindi la giustizia, per essere ben praticata, ha
bisogno di un minimum di carità che è l’amore naturale. Infatti,
insegna l’Angelico, mentre l’amore o amicizia è unitivo (“congregativus”),
l’egoismo genera la disunione (“disgregativus”).
Relazioni tra giustizia e carità
S. Tommaso insegna che «la misericordia senza
la giustizia è madre della dissoluzione, mentre la giustizia senza la
misericordia è crudeltà».
Infatti, sarebbe chimerico e ipocrita voler essere caritatevoli quando
non si è prima giusti: la carità deve basarsi sulla giustizia se vuole
davvero essere efficace ed effettiva e non solo affettiva. L’amore
spinge a riconoscere i diritti del prossimo; altrimenti non sarebbe vero
amore, ma una maschera o un’ipocrisia, che copre con l’apparenza di
benevolenza una reale violazione dei diritti che appartengono ad ogni
uomo. Già gli antichi Romani dicevano “nemo liberalis nisi liberatus”,
nessuno può far del bene agli altri se prima non si è liberato dei
propri doveri verso il prossimo. Prima bisogna dare all’altro ciò che
gli spetta e solo poi si può fare la carità o elargire il sovrappiù.
Infatti, insegna il Dottore comune, «la povertà non è buona in se
stessa, ma in quanto libera l’uomo da ciò che gli impedisce di attendere
alle cose spirituali o di Dio»,
ed è per questo che la povertà è un consiglio e non un precetto. Mentre
è proprio delle sette fare del consiglio un obbligo, così da rendere i
sudditi o ipocriti oppure fanatici. Conseguentemente il diritto alla
proprietà privata non è un diritto assoluto, ma secondario e derivato
all’uomo da Dio, che solo ha il dominio principale ed assoluto sui beni
di questo mondo; l’uomo invece ha un dominio su di essi solo in quanto
amministratore di Dio. L’uomo deve usare i beni che Dio gli concede non
solo per se stesso, ma anche per gli altri, che possono essere
sostentati da ciò che l’uomo possiede in sovrappiù o superfluo.
Nella stessa Scrittura S. Paolo (I Cor., IV, 7) ci rivela: «Cosa
hai che non abbia tu ricevuto da Dio? E se lo hai ricevuto, perché te ne
glori come se non l’avessi ricevuto?». La proprietà privata ha quindi
una funzione anche sociale
o per il bene degli altri. L’Angelico è molto chiaro ed esplicito in
proposito: «l’uomo non deve considerare le cose come esclusivamente
proprie, ma come comuni: cioè deve essere disposto a parteciparle nelle
altrui necessità»,
per cui non può abusarne secondo i suoi capricci. Poi ci dà un esempio:
«i ricchi i quali considerano solamente loro le cose comuni, che hanno
occupato per primi, e non ne fanno partecipare anche gli altri nelle
loro necessità, sono come coloro che, arrivando per primi a teatro,
allontanano quelli che vi giungono dopo, appropriandosi di tutti i
posti. Mentre se il ricco, quando si impossessa per primo di una res
nullius [quae est primi possidentis] o negativamente di
tutti, non è ingiusto, se ne fa parte agli altri nelle loro necessità.
Pecca, invece, se impedisce agli altri di usufruirne e di goderne».
Quindi l’Angelico come Aristotele
ammette la liceità e la bontà del dominio o possesso privato, ma l’uso
deve essere aperto a tutti coloro che ne hanno necessità. La dottrina
cattolica è assai diversa da quella liberistica anglo-americana o
latifondistica dei teo-conservatori italo-brasiliani. Infatti l’uomo non
è solamente un ens isolatum (come vorrebbe l’individualismo
liberista), né solo un ens sociale (come vorrebbe il
collettivismo social-comunista), ma è contemporaneamente individuo ed
ens sociale, quindi deve rispettare tutti e due gli aspetti della
proprietà, che è privata, ma ha anche una funzione sociale.
Conclusione
Per ottenere il buon governo ed evitare il
pessimo ed il cattivo, dobbiamo, perciò, non solo osservare la
giustizia, il rispetto del diritto divino-naturale e positivo, ma anche
promuovere la “amicizia politica” o “amicizia sociale”,
come S. Tommaso l’ha chiamata per primo, coniando il termine “socialis
dilectio”,
la quale «sia tra i cittadini di una stessa città, sia tra diverse
città, è la stessa cosa che la concordia».
Senza concordia regna il caos e non è possibile una buona vita in
comune; con la concordia tutto si supera e le difficoltà si appianano.
Si possono consultare le encicliche di
Leone XIII, In
scrutabili Dei consilio (1878); Immortale Dei (1885);
Sapientiae christianae (1890); Rerum novarum (1891);
Graves de communi re (1901); Mirae caritatis (1902);
San Pio X, Il fermo
proposito (1905); Singolari quidam (1912);
Benedetto XV, Ad
beatissimi Apostolorum Principis (1914); Pacem Dei munus
pulcherrimum (1920); Pio XI,
Ubi Arcano (1922); Quadragesimo Anno (1931);
Divini Redemptoris (1937); Pio
XII, Summi Pontificatus (1939); Allocuzione natalizia
(24 dicembre 1939); Omelia pasquale per la pace (1939);
Radiomessaggio per il Natale (24 dicembre 1940 e 1942).
d. Curzio Nitoglia
20 dicembre 2010
http://www.doncurzionitoglia.com/caritas_giustizia_politica.htm
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