|

SECONDA
PARTE
Necessità dei Doni dello Spirito Santo
1°) I Doni sono necessari al perfezionamento delle Virtù
poiché quest’ultime quanto al modo di agire sono umane
e quindi imperfette, hanno bisogno di essere soprannaturalizzate o
perfezionate anche quoad modum. Ora questo è esattamente il
compito dei Doni del Paraclito. Quindi i Doni sono necessari alla
vita cristiana in quanto mossi o attuati dalla Grazia attuale
speciale dello Spirito Santo stesso e non dalla ragione anche se
illuminata dalla Fede come nelle Virtù infuse. I Doni, perciò,
conferiscono alle Virtù infuse la forza sovrabbondante anche quanto
al modo di sviluppare tutta la loro energia soprannaturale (S.
Th., I-II, q. 68, a. 2). Attenzione! l’imperfezione delle Virtù
è solamente e puramente accidentale, ossia quanto al nostro modo
umano e quindi imperfetto di agire, e non essenziale, poiché in sé
esse sono sostanzialmente soprannaturali. Ecco la necessità che i
Doni vengano a perfezionare le Virtù, disponendo le facoltà
dell’animo umano ad essere mosse soprannaturalmente, anche quanto al
modo di agire, dall’influsso del Paraclito. L’Angelico lo spiega
mirabilmente: «in ordine al Fine ultimo soprannaturale, verso il
quale la ragione umana tende in quanto è informata imperfettamente -
quanto al modo di agire - dalle Virtù teologali, non basta la
mozione della ragione se non le si sovraggiunge il soffio dello
Spirito Santo» (S. Th., I-II, q. 68, a. 2). Tale soffio del
Paraclito perfeziona le Virtù quanto al modo e le rende “eroiche o
divine” (S. Th., I-II, q. 65, a. 2; II-II, q. 23, a. 8; I-II,
q. 68, a. 4).
2°) I Doni sono necessari alla salvezza eterna?
È la questione che si pone
San Tommaso nella
Somma Teologica (I-II, q. 68, a. 2) e risponde di sì. L’Angelico
si basa sull’imperfezione con cui l’uomo possiede e usa le Virtù
infuse al modo umano e conclude scrivendo: «nessuno può giungere
all’eredità della Terra beata se non è mosso e condotto dallo
Spirito Santo. Quindi, per conseguire il Fine è necessario
all’uomo il Dono dello Spirito Santo». Padre
Antonio Royo Marin
commenta: «molti si salvano senza gli atti, ma non senza gli
abiti dei Doni. I bambini battezzati, che muoiono prima
dell’uso di ragione, si salvano senza gli atti delle Virtù e dei
Doni, ma non senza i loro abiti. Così come coloro che si convertono
in punto di morte e coloro che vivono una vita spirituale tiepida,
senza manifesta attuazione dei Doni, ma muoiono in Grazia. Le Virtù
senza i Doni possono produrre atti imperfetti. Se non si presentano
delle occasioni difficili che richiedono l’aiuto dei Doni, questi
atti sono sufficienti a salvarli, ma sempre attraverso il fuoco del
Purgatorio».
De facto o l’eccezione è che ci si può salvare con la sola
Grazia santificante e il suo corteo: le Virtù infuse e i Doni dello
Spirito Santo, senza compiere atti soprannaturali anche quanto al
modo e persino senza atti di Virtù, come succede ai neonati che
hanno ricevuto il Battesimo, la Grazia, l’abito delle Virtù infuse e
dei Doni, ma, non avendo l’uso di ragione, non possono compiere atti
volontari. Tuttavia, se muoiono in Grazia di Dio senza aver ancora
compiuto atti di Virtù infuse, vanno in Paradiso. De jure o
la regola, invece, è che per salvarsi occorre la Grazia
abituale con il suo corteo: le Virtù e i Doni vissuti con atti
imperfetti quanto al modo mediante le Virtù o perfetti tramite i
sette Doni che ogni uomo, il quale ha l’uso di ragione, deve
compiere per cogliere il Fine ultimo. Quindi nella vita normale di
ogni uomo l’attuazione dei Doni è moralmente necessaria per vivere
in Grazia di Dio e salvarsi l’anima. Per esempio nella minaccia di
martirio o si compie l’atto eroico di fortezza, grazie alla Virtù di
forza sopraelevata dal Dono di fortezza, o si apostata e ci si
perde.
I “Frutti” dello Spirito Santo e le “Beatitudini”
● Quando l’anima non resiste, ma coopera docilmente
all’azione o mozione della Grazia attuale speciale o sovrabbondante
dello Spirito Paraclito, che attua i Doni, allora produce i
Frutti dello Spirito Santo,
che sono degli atti eroici di Virtù paragonabili ai frutti di un
albero, come i Doni ai rami e l’effetto alla causa. Questi atti, che
sono eroici quanto al modo di azione, sono effetto dei Doni e della
mozione attuale e sovrabbondante del Paraclito essi sono
caratterizzati dalla facilità, soavità e dolcezza con cui sono posti
e che fanno sperimentare all’anima.
S. Tommaso scrive che
«sono Frutti dello Spirito Santo tutti quegli atti buoni nei quali
l’anima trova consolazione spirituale» (S. Th., I-II, q. 70,
a. 2). La Vulgata ne ricorda dodici: “carità, gioia, pace, pazienza,
benignità, bontà, longanimità, mansuetudine, fede, modestia,
continenza e castità” (Gal., V, 22-23). I Frutti del
Paraclito producono le opere dello spirito, mentre i frutti della
natura umana decaduta e ferita dal peccato originale e tentata dal
demonio producono le opere della carne (S. Th., I-II, q. 70,
a. 3, ad 4). I Frutti del Paraclito dicono totale opposizione alle
opere della carne, che inclina ai beni sensibili i quali sono
inferiori all’uomo; invece lo Spirito Santo ci spinge verso ciò che
è superiore a noi (S. Th., I-II, q. 70, a. 4).
● Le Beatitudini
sono ancora più perfette dei Doni e dei Frutti. Esse sono il
culmine della vita cristiana su questa terra e danno un certo
avangusto del Paradiso (S. Th., I-II, q. 69, a. 2). Non sono
abiti ma atti, “opera perfecta” li chiama l’Angelico (S.
Th., I-II, q. 69, a. 1), e talmente perfetti che sono effetto
dei Doni più che delle Virtù (S. Th., I-II, q. 70, a. 2).
Gesù nel “Discorso della Montagna” ne enumera otto: “povertà di
spirito, mansuetudine, lacrime, sete di santità, misericordia,
purezza di cuore, pace, persecuzione a causa di Gesù” (Mt.,
V, 3-10).
TERZA PARTE
I
Doni in se stessi
1°) Il Dono del Timor di Dio
San Tommaso
(S. Th., II-II, q. 19, a. 1) lo definisce un abito
soprannaturale per cui il giusto, sotto la mozione dello Spirito
Consolatore, acquista una docilità speciale per sottomettersi e
uniformarsi completamente alla Volontà divina anche nelle cose
avverse e spiacevoli. Certamente Dio, in quanto Bontà infinità, è
oggetto di Amore e non di Timore, ma in quanto Giustizia infinita,
che premia il bene e castiga il male e perciò può castigare le
nostre azioni malvagie, è oggetto del nostro Timore, che può essere
servile (paure del castigo) o filiale (dispiacere di offendere un
Dio infinitamente amabile). Il Dono riguarda il Timor filiale ed
esclude quello servile (cfr. S. Th., II-II, q. 19, a. 1 in
corpore e ad 2).
Tale
Dono è quindi necessario per perfezionare il modo in cui viviamo la
Virtù di Speranza, senza cadere nella presunzione di salvarci senza
merito, oppure nella disperazione (S. Th., II-II, q. 19, a.
9, ad 1 e ad 2), e perfeziona anche la Virtù di temperanza, in
quanto il Dono corregge la tendenza disordinata al piacere
sensibile, rafforzando in maniera soprannaturale ed eroica la Virtù
di Temperanza, che tiene a bada i piaceri della golosità e della
sensualità (S. Th., II-II, q. 141, a. 1, ad 3).
2°) Il Dono di Fortezza
San Tommaso
ne tratta nella Somma Teologica (II-II, q. 139). Esso si può
definire come un abito soprannaturale che irrobustisce l’anima
affinché pratichi, mossa dal Paraclito, tutte le Virtù in maniera
eroica con la fiducia invincibile ed incrollabile di superare i
maggiori ostacoli e sopportare le più grandi avversità.
Il
compito di questo Dono è di elevare le forze dell’animo umano e
farle giungere ad una maniera di agire “divina” per partecipazione,
soprannaturale, perfetta e sovrumana o eroica. Benché il Dono di
Fortezza perfezioni direttamente la Virtù di Forza, non di meno il
suo influsso raggiunge tutte le Virtù, la cui pratica eroica suppone
la Fortezza speciale che è Dono dello Spirito Santo (S. Th.,
II-II, q. 139, a. 1, ad 3; cfr. In III Sent., dist. 34, q. 3,
a. 1, quaest. 2, sol.).
La
differenza specifica tra Virtù infusa di Forza e Dono di Fortezza
consiste nel loro diverso modo di azione. Mentre la Virtù infusa si
appoggia all’aiuto divino, il quale in sé è invincibile ed
onnipotente, ma quanto al suo esercizio si comporta in modo umano,
ossia secondo il discorso della ragione illuminata dalla Fede, che
non riesce a togliere completamente dall’animo la percezione delle
proprie debolezze e dei limiti della propria forza, il Dono fa sì
che l’anima sia mossa dall’impulso del Paraclito in modo totalmente
soprannaturale e quindi toglie ogni apprensione dovuta alla
coscienza dei propri limiti e fa abbandonare all’azione diretta,
immediata e onnipotente dello Spirito non tenendo in nessun conto le
proprie capacità con i propri limiti.
Si vede
perciò che il Dono di Fortezza è necessario non solo per la
perfezione della Virtù di Forza e delle altre Virtù infuse, ma a
volte anche per potere restare in Grazia di Dio, per esempio di
fronte alla minaccia del martirio.
3°) Il Dono di Pietà
È un
abito soprannaturale infuso assieme alla Grazia santificante per
eccitare la volontà, sotto l’influsso dello Spirito Santo, ad amare
Dio come un figlio ama il padre e il prossimo come un fratello.
L’aspetto formale del Dono di Pietà, secondo
San Tommaso (S. Th.,
II-II, q. 121), è l’amore filiale che accende nella nostra
volontà e che lo differenzia dalla Virtù di Pietà. Questa è una
parte della Virtù di Religione, la quale ci fa adorare Dio come
Creatore, con la ragione aiutata e illuminata dalla Fede, mentre il
Dono di Pietà ci fa considerare Dio come Padre amorevole e amante,
che ci ha dato la vita della Grazia (S. Th., II-II, q. 121,
a. 1, ad 2). Inoltre il Dono di Pietà si estende anche a tutti gli
uomini creati da Dio e figli adottivi di Lui, in potenza o in atto
mediante la Grazia abituale o giustificante (S. Th., II-II,
q. 121, a. 1, ad 3).
Questo
Dono è necessario per perfezionare sino all’eroismo del modo
soprannaturale gli atti della Virtù di Giustizia e di quelle Virtù
che da essa derivano, tra cui la Religione e la Pietà. Praticare la
Religione sotto l’impulso del Paraclito, che ci fa vedere in Dio un
Padre amoroso che va riamato con tutte le forze, diventa molto più
facile e perfetto. Così verso il prossimo il Dono di Pietà
perfeziona le inclinazioni della Giustizia e della Carità,
conferendo loro una certa affettuosa e intensa gentilezza,che
sorpassa il modo puramente umano con cui viviamo tali Virtù. Esso
pone nell’anima lo spirito e l’abito di abbandono filiale tranquillo
e fiducioso, senza alcun dubbio, nelle braccia di Dio. Nulla può
alterare la pace dell’anima che possiede tale Dono attuato
abitualmente dall’impulso del Paraclito.
Uno dei
Vizi maggiormente opposti a questo Dono è la”durezza di cuore”, che
nasce dall’amore disordinato ed egoistico di noi stessi, il quale
assorbe tutta la nostra attenzione e ci fa commuovere solo per
quanto riguarda noi stessi, dimentichi del prossimo e di Dio. Donde
l’asprezza, il rancore,la vendetta che alberga nella nostra volontà.
Invece quanto più il Dono di Pietà è sviluppato in un’anima tanto
più essa è sensibile agli interessi di Dio e del prossimo.
4°) Il Dono di Consiglio
È un
abito soprannaturale per il quale l’anima in Grazia di Dio, sotto
l’ispirazione dello Spirito Santo, giudica correttamente nei singoli
casi ciò che conviene fare o non fare in vista della salvezza eterna
(cfr. S. Th., II-II, q. 52, a, 2).
Questo
dono perfeziona la Virtù di Prudenza, in cui vi è un lento e
faticoso lavorio della ragione, illuminata dalla Fede e mossa dalla
Grazia attuale ordinaria, per determinare quale mezzo sia meglio
prendere per conseguire il Fine. Con il Dono di Consiglio cambia la
modalità di operazione, in quanto l’animo umano non opponendo
resistenza segue docilmente il “Consiglio” dello Spirito Santo
ricevuto nell’omonimo Dono e quindi l’uomo o, meglio, lo Spirito
Consolatore muove l’uomo a scegliere con prontezza, facilità, senza
difficoltà e dubbi quale mezzo prendere, cosa fare hic et nunc
per cogliere il Fine ultimo.
Questo
Dono è necessario nei casi difficili da risolvere e che richiedono
una decisione immediata, senza avere il tempo di consultare un
manuale di teologia morale o un moralista. A volte tali casi ci
pongono di fronte alla responsabilità morale di fare il male o
evitarlo e perciò il Dono in questione è necessario per la salvezza.
Per esempio, a volte è molto difficile conciliare in concreto la
fermezza con la dolcezza, la vita interiore con l’apostolato,
l’affetto e la bontà verso il prossimo con la purezza. Esso è
necessario soprattutto ai sacerdoti, che, avendo studiato teologia
morale, riescono a far diventare bene il male e viceversa attraverso
i cavilli e i sofismi della casuistica. Giustificare
l’ingiustificabile, conciliare l’inconciliabile è assai difficile
per i semplici fedeli, ma diventa facile per i “teologi” che pongono
la teologia al servizio della passione dell’amor proprio e non della
verità che è conformità alla realtà oggettiva. S. Agostino insegna:
“quel che ci piace diventa buono e quel che desideriamo diventa
santo”. Allora solo il Dono del Consiglio, che sopranaturalizza la
ragione naturale ferita dal peccato originale e incline a seguire
piuttosto i propri capricci che la verità, può farci emettere un
giudizio vero immediatamente e senza dover troppo indagare, anche se
esso contrasta i nostri desideri naturali.
Tale
Dono corregge la precipitazione nell’agire senza dovuta riflessione
o “consiglio” da parte di un saggio, che nel caso è lo Spirito
stesso di Sapienza, come pure la ostinazione, per eccessiva fiducia
in se stessi, nel proprio parere, anche quando esso si rivela non
vero.
Questi
sono i primi quattro Doni pratici (quello di Consiglio è
speculativo-pratico), che ci aiutano ad agire soprannaturalmente ed
eroicamente; poi vengono i tre Doni speculativi (Intelletto, Scienza
e Sapienza) che ci aiutano a conoscere ed amare Dio in maniera più
soprannaturale e “divina” per partecipazione. Vediamoli!
5°) Il Dono di Intelletto
È un
abito soprannaturale, infuso assieme alla Grazia abituale e alle
Virtù, per cui l’intelligenza umana, mossa direttamente dall’impulso
o Grazia attuale speciale e sovrabbondante del Paraclito, riesce a
penetrare sempre più profondamente (“intus legere”) il senso
o lo spirito delle verità Rivelate ed anche quelle naturali viste
alla luce di Dio o sub specie aeternitatis.
Sappiamo che solo la Grazia sovrabbondante del Paraclito può attuare
i Doni e non basta quella ordinaria che attua le Virtù. Quindi
l’uomo può soltanto predisporsi, tramite un lungo sforzo ascetico, a
sviluppare i Doni e a ricevere docilmente l’impulso o Grazia attuale
del Consolatore, come il marinaio che spiega le vele della barca e
le dispone a ricevere docilmente il soffio del vento.
L’elemento specifico di questo Dono è la capacità di farci penetrare
o “leggere dentro” in modo profondo e quasi intuitivo, che supera il
ragionamento umano, le verità Rivelate (S. Th., II-II, q. 8,
a. 6, ad 2). L’Angelico lo definisce lapidariamente “simplex
intuitus veritatis” (S. Th., II-II, q. 180, a. 3, ad 1).
Il Dono di Intelletto è la simplex apprehensio e si distingue
dai Doni speculativi di Scienza, Sapienza e da quello
speculativo-pratico di Consiglio (che emette un giudizio sul come
applicare le verità Rivelate al singolo caso pratico), che invece
oltrepassano la semplice conoscenza della verità ed emettono un
giudizio sulle verità Rivelate, cosa che l’Intelletto non fa (S.
Th., II-II, q. 8, a. 6).
Questo
Dono è necessario poiché la Fede si esercita in modo umano e
discorsivo o ragionato (adesione dell’intelligenza umana spinta
dalla volontà, mosse entrambe dalla Grazia attuale ordinaria, ad una
verità Rivelata da Dio e proposta a credere dal Magistero della
Chiesa). L’uomo ragiona non intuisce. Solo il Dono di Intelletto gli
dà il potere di intuire le Verità Rivelate.
6°) Il Dono di Scienza
San Tommaso
ne parla nella Somma Teologica (II-II, q. 9) e lo definisce
un abito soprannaturale infuso con la Grazia giustificante e le
Virtù, mediante il quale l’intelligenza umana, sotto l’impulso della
Grazia attuale eccezionale del Paraclito, giudica correttamente le
cose create e finite in ordine al Fine soprannaturale ultimo.
Scientia est cognitio certa per causas (Aristotele), perciò
questo Dono ci dà la certezza sulla natura delle creature in ordine
al Fine ultimo, ossia sulla loro bontà per aiutarci a coglierlo.
Infatti “chi vuole il Fine , prende i mezzi”. Ora come si fa ad
essere certi che tale mezzo creato è buono per farmi giungere al
Fine ultimo? Il ragionamento, anche se aiutato dalla Grazia attuale
ordinaria delle Virtù infuse, agisce nel modo umano e quindi vi è
possibilità d’errore. Solo la Grazia o mozione attuale e
sovrabbondante del Paraclito, che attua l’abito del Dono di Scienza,
toglie ogni dubbio e possibilità di errore (S. Th., II-II, q.
8, a. 6). Infatti le creature possono allontanarci o avvicinarci al
Fine e chi ci dice con certezza e immediatamente se tale creatura o
mezzo (“ea quae sunt ad finem”) per noi è buona o inadatta a
conseguire il Fine è il Dono di Scienza (S. Th, II-II, q. 9,
a. 4).
Questo
Dono è necessario poiché non basta la conoscenza più approfondita
delle verità di fede o Rivelate (Dono di Intelletto), ma per
salvarci dobbiamo sapere con certezza se i mezzi che prendiamo o le
creature che ci circondano ci aiutano o ci ostacolano per giungere
al Fine dovendo noi usare di esse “tanto quanto, né più né meno” (S.
Ignazio da Loyola, Esercizi Spirituali).
7°) Il Dono di Sapienza
È il più alto dei sette Doni. L’angelico lo definisce
come un abito soprannaturale, infusoci assieme alla Grazia
santificante e alle Virtù, che ci fa giudicare rettamente di Dio e
delle cose divine nelle loro ultime e altissime cause ed inoltre ce
le fa gustare per una certa connaturalità (S. Th., II-II, q.
45, a. 1). Questo Dono si differenzia da quello di Scienza in quanto
giudica delle cose divine e ce le fa sperimentare con piacere e
soavità (“Gustate e vedete quanto soave è il Signore”,
Sal., XXXIII, 9 e San
Bernardo Di Chiaravalle canta: “Nec lingua valet dicere, /
nec littera exprimere; /expertus potest credere, / quid sit Jesum
dirigere, Inno Jesu, dulcis memoria), mentre il Dono di
Scienza ci fa giudicare delle creature in rapporto a Dio. Il Dono di
Sapienza è perciò inferiore solo alla “Visione beatifica”.
Nei ‘perfetti’ gli abiti infusi, ossia Doni e Virtù
sono completamente sviluppati e possono sfociare nell’unione con
Dio, che è l’essenza della vita mistica e normalmente, ma non
necessariamente, nella contemplazione infusa e nell’esperienza
gustata dei misteri di Dio, che è una conoscenza immediata quasi
intuitiva non di Dio così come è (che avverrà solo nella Visio
beatifica del Paradiso, grazie al Lumen gloriae) ma dei
suoi misteri. Vi è dunque, col Dono di Sapienza, un contatto con Dio
non nella sua Essenza, ma per mezzo di suoi effetti soprannaturali
prodotti nell’anima del mistico, dandogli il modo di vivere le Virtù
in maniera sovrumana o “divina” per partecipazione. Tali effetti
divini sono guardati con amore e persino gustati o assaporati nel
Dono di Sapienza.
Questo
Dono è necessario perché perfeziona sino all’eroismo del modo
sovrumano la Virtù di Carità, la quale è “il vincolo della
Perfezione” in quanto ci unisce a Dio e senza la quale non si ha la
Grazia abituale.
Novena per ottenere i Doni dello Spirito Santo
Beata Vergine Maria, che siete la Mediatrice e
dispensatrice di ogni Grazia, ottenetemi da Gesù:
1°)
Il Dono del Timor di Dio, affinché mi aiuti a non cadere
nel peccato per non dispiacere al Signore e ad amar Dio come Padre
affettuosissimo.
Pater, Ave e Gloria.
2°)
Il Dono di Pietà, affinché possa sempre
servir Dio con il massimo fervore ed amare sinceramente e
generosamente il prossimo mio quale Suo figlio e mio fratello e
specialmente i bisognosi e i sofferenti.
Pater, Ave e Gloria.
3°)
Il Dono di Fortezza, affinché possa superare
risolutamente tutti gli ostacoli e sopportare tutte le avversità
di questa vita, che possono impedire la salvezza dell’anima mia.
Pater, Ave e Gloria.
4°)
Il Dono di Consiglio, affinché possa ben
scegliere tutto ciò che mi aiuta meglio a santificarmi e a
raggiungere il mio Fine e a scoprire gli inganni del demonio
tentatore.
Pater, Ave e Gloria.
5°)
Il Dono di Intelletto, col quale possa
intendere bene e correttamente i Misteri divini e distaccarmi,
così, dalle cose di questo mondo per aderire a Dio solo.
Pater, Ave e Gloria.
6°)
Il Dono di Scienza, affinché possa conoscere
tutte le cose create in relazione col Creatore e discernere la
loro bontà o malizia per servirmene tanto quanto mi aiutano, né
più né meno.
Pater, Ave e Gloria.
7°)
Il Dono di Sapienza, affinché possa
rettamente giudicare dei Misteri divini, amarli, viverli e gustare
la loro soavità per essere indissolubilmente unito a Dio.
Pater, Ave e Gloria.
Si può terminare col “Veni Creator Spiritus”.
|