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QUARTA e ULTIMA PARTE
La Perfezione in sé
considerata
● Etimologicamente “Perfezione” viene dal verbo latino perficere,
ossia fare completamente, sino alla fine, terminare, da cui viene
perfectum: ciò che è compiuto, terminato o ultimato. Quindi una
cosa è perfetta quando possiede tutto ciò che le conviene secondo la
sua natura. Per esempio, un uomo cieco o sordo non è perfetto, gli
manca qualcosa che è dovuto alla natura umana, mentre non è
imperfetto se gli manca la capacità di volare, perché questa non è
richiesta alla Perfezione umana. Invece un sasso o un albero, benché
cieco e sordo, è perfetto nel suo genere minerale e vegetale, né la
capacità di ragionare è dovuta alla sua Perfezione.
● La definizione reale di “Perfezione” ci dice che “unumquodque est
perfectum in quantum est in actu”. Dio che è Atto puro senza
alcuna potenza, è la Perfezione stessa sussistente, mentre non lo è
l’Angelo, composto di essenza ed essere partecipato e
finito-creaturale, e a fortiori non lo è l’uomo, che per di
più è composto anche di anima e corpo. Perciò l’unico Essere
assolutamente perfetto è Dio; tutti gli altri mancano di Perfezione
totale. Essi possono tendere alla Perfezione ossia a unirsi a Dio,
loro Fine ultimo, ma la Perfezione assoluta sarà solo di Dio e mai
della creatura, che è solamente “perfettibile”, cioè suscettibile di
avvicinarsi e unirsi, tramite la Grazia santificante, a Dio che è
per natura la Perfezione stessa.
● San Tommaso D’Aquino
insegna che “unumquodque dicitur esse perfectum per
partecipationem, in quantum attingit Finem suum, qui est ultima et
absoluta Perfectio ” (S. Th., II-II, q. 184, a. 1).
Perciò quando un ente creato raggiunge e si unisce al suo Fine, che
è Dio, la “Perfezione per essenza”, si può dire che è “perfetto per
partecipazione”; mentre quando si muove e cammina verso il suo Fine
è “tendenzialmente perfetto”.
La Perfezione cristiana
● In cosa consiste la Perfezione spirituale o cristiana? L’Angelico
risponde: «soprattutto e principalmente nella Carità infusa» (S.
Th., II-II, q. 181, a. 1). Infatti la creatura razionale giunge
alla Perfezione per partecipazione solo quando raggiunge il proprio
Fine ultimo, che è Dio, la Perfezione per essenza. Ora la Carità è
la Virtù che ci unisce a Dio, rendendoLo presente realmente e
fisicamente nella nostra anima. Quindi la Perfezione per
partecipazione o spirituale dell’uomo risiede nella Carità
soprannaturale (ivi, in corpore).
● La Carità è l’essenza stessa o l’elemento principale, ma non esclusivo
e totale, della Perfezione della vita cristiana. Naturalmente la
Carità è la massima delle Virtù. Tuttavia ciò non significa che le
altre Virtù siano puramente contingenti o accidentali e non entrino
in nessun modo nella Perfezione spirituale umana. La Carità iniziale
è l’elemento principale e più nobile della Perfezione cristiana,
mentre la Virtù di Carità iniziale più le altre Virtù infuse (=
Carità perfetta) sono proprietà necessarie della Perfezione
integrale dell’uomo, che vive la vita della Grazia. Per esempio,
l’essenza o l’elemento più nobile dell’uomo, naturalmente preso, è
di essere “animale razionale” o “anima spirituale e corpo”; ma
l’integrità della sua perfezione naturale richiede anche le membra,
gli occhi, le mani…, che sono necessari all’uomo, anche se
non sono l’essenza dell’essere umano. Quindi la Perfezione della
vita cristiana, oltre la Carità, abbraccia necessariamente anche le
altre Virtù la cui trasgressione costituisce colpa grave e
indirettamente ci fa perdere la Carità o l’unione con Dio. Invece le
Virtù, la cui trasgressione comporta solo peccato veniale e non
spezza l’unione con Dio, non sono strettamente necessarie alla
Perfezione cristiana, ma sono necessarie ad melius esse per
la Carità perfetta ed è bene che siano presenti nell’uomo in quanto
abbelliscono la Carità e la completano anche se non ad esse
simpliciter o in maniera strettamente necessaria. I Consigli
invece, che non obbligano neppure sotto pena di peccato veniale,
sono strumenti o accidenti contingenti, che aiutano a vivere più
facilmente in Grazia di Dio, ma senza di essi la Grazia abituale e
la Carità, sia iniziale che perfetta, restano intatte nell’animo del
cristiano (S. Th., II-II, q. 184, a. 3). Tuttavia sappiamo
che le Virtù infuse, compresa la Carità, sono vissute da noi in un
modo umano e quindi imperfetto. Quindi la Carità deve essere
perfezionata dai Doni dello Spirito Santo e ultimamente da quello di
Sapienza.
La “Carità” perfezionata
dal “Dono di Sapienza”
È l’applicazione e la specificazione della dottrina già esposta sui Doni
del Paraclito, che perfezionano il modo umano in cui viviamo le
Virtù in un modo sovrumano o soprannaturale, sotto l’impulso della
mozione o Grazia attuale speciale e sovrabbondante del Consolatore,
che attua i sette Doni o abiti soprannaturali.
Siccome quanto alla sostanza anche le Virtù sono soprannaturali, esse
reclamano, per essere perfette, un modo di azione soprannaturale,
che è conferito loro solo dallo Spirito Paraclito (San
Tommaso D’Aquino, In III Sent., dist. 34, q. 1, a. 1).
Ora ciò vale massimamente per la Carità, che è la più nobile delle
Virtù infuse e quindi reclama un modo soprannaturale di essere
vissuta, di maniera che l’anima umana e specialmente la volontà
cessino di essere il principio attivo o motore dell’atto di Amor di
Dio e del prossimo per diventare soggetto passivo (come le vele di
una barca spiegate al vento, al posto dei remi), che riceve con
docilità e senza alcuna resistenza la mozione del Consolatore, il
quale la fa correre a vele spiegate verso Dio.
Tre gradi di Carità e di
Perfezione
● San Tommaso
cita S. Agostino (In
Ep. I Jo., tratt. V, n. 4) e insegna che «la Carità quando nasce
viene nutrita; dopo esser stata nutrita è rafforzata;
e dopo essersi irrobustita è perfezionata» (S. Th.,
II-II, q. 24, a. 9, sed contra). Perciò vi sono tre gradi di Carità:
“l’incipiente o principiante, il progrediente o colui che avanza e
il perfetto” (S. Th,.ivi, in corpore). Sempre nel corpo
dell’articolo l’Angelico fa un paragone con il corpo naturale
dell’uomo, che attraversa tre tappe fondamentali: “l’infanzia,
l’adolescenza e la maturità”, ognuna delle quali ha nuove attività
sempre più perfette. Così nell’ordine soprannaturale «la prima tappa
è la lotta contro il peccato o conversione e ciò appartiene ai
‘principianti’ che debbono nutrire la Carità affinché non muoia. La
seconda tappa consiste nel progredire dell’uomo nel bene o nelle
Virtù; essa appartiene ai ‘proficienti o progredienti’, i quali
agiscono affinché la Carità aumenti e si rafforzi. La terza tappa
consiste nel tendere ad aderire o unirsi a Dio per beatificarsi in
Lui e questi sono i “perfetti” per partecipazione. Lo stesso si nota
nel moto corporale: prima si lascia il punto di partenza, poi ci si
avvicina al traguardo e infine ci si riposa nel raggiungimento di
esso» (S. Th., II-II, q. 24, a. 9). I ‘principianti’ hanno la
Grazia santificante con le Virtù infuse e i Doni del Consolatore, ma
resta ancora in essi la lotta contro il peccato e le sue reliquie di
cui devono ancora purgarsi e quindi non hanno ancora la pace piena,
che è presupposta dalla Perfezione cristiana. I ‘proficienti’ hanno
i Doni e le Virtù in maniera un po’ più sviluppata dei principianti,
ma non ancora sufficientemente, di modo che non possono esercitare
tutta la loro virtualità. Nei ‘perfetti’ gli abiti infusi, ossia
Doni e Virtù, sono perfettamente sviluppati e possono sfociare
nell’unione con Dio, che è l’essenza della Perfezione cristiana e
della vita mistica, e normalmente, ma non necessariamente,
nella contemplazione infusa e nell’esperienza gustata dei misteri di
Dio, una conoscenza immediata quasi intuitiva di Dio, ma non di Dio
così come Egli è (che avverrà solo nella Visio beatifica del
Paradiso, grazie al Lumen gloriae). Vi è dunque un contatto
con Dio non nella sua Essenza, ma per mezzo degli effetti
soprannaturali che produce nell’anima del mistico, dandogli il modo
di vivere le Virtù in maniera sovrumana, “divina” per partecipazione
ed eroica. Tali effetti divini prodotti da Dio nell’anima sono
guardati con amore e persino gustati o assaporati nel Dono di
Sapienza.
● Attenzione! Queste tre tappe sono solamente degli schemi che il Dottore
Comune ci dà per facilitare la comprensione della natura della vita
spirituale. Ma ogni anima ha il suo itinerario, che aggiunge a
queste tre tappe altri particolari molto più complessi e specifici,
con molte sfumature e transizioni. Non dobbiamo, perciò, applicarle
ai singoli casi e alle anime in maniera troppo rigida e
immodificabile accidentalmente.
La Perfezione è possibile
in questa vita?
La Perfezione
assoluta e totale,
che esclude ogni limite e presuppone la totalità dell’Amore
soprannaturale, è impossibile all’uomo “in via ad Patriam”,
data la sua natura finita e limitata. In Paradiso sarà possibile una
certa Perfezione con la totalità dell’Amore da parte del Beato, ma
con una sproporzione quanto all’oggetto amato, che è Dio infinito e
quindi illimitatamente superiore alle capacità del Beato, elevato
alla Visione beatifica tramite il Lumen gloriae, ma sempre in
maniera limitata e partecipata-creaturale. Quindi è esclusa la
totalità assoluta della Carità riguardo l’oggetto amato, che è Dio
infinito, anche da parte dei Santi del Cielo; essa appartiene solo a
Dio. Vi è un terzo grado di Perfezione relativa che non esige
né la totalità o proporzione riguardo all’oggetto amato che è Dio
infinito, né da parte del soggetto amante, cioè di colui che vive in
Grazia di Dio e Lo ama soprannaturalmente, non con la massima
intensità e sempre in atto (ciò può avvenire solo in Cielo),
ma escludendo solamente tutto ciò che impedisce l’Amore verso Dio:
peccato mortale e veniale di proposito deliberato. Tale Perfezione
relativa è possibile in questa vita (S. Th., II-II, q. 24, a.
8), poiché allontana da noi ciò che è contrario alla Virtù di
Carità, come il peccato mortale che dà la morte alla Grazia
santificante, radice della Carità. Infine allontana da noi anche
tutto ciò che impedisce alla volontà di dirigersi verso Dio “con
tutte le forze”, come ci dice il massimo Comandamento, e
rimpicciolisce la totalità dell’Amor di Dio, senza la quale la
Carità sussiste ancora, ma non è perfetta. Non può trovarsi nella
vita ascetica (prima e seconda via dei ‘principianti’ e dei
‘progredienti’), ma solo nella vita mistica o dei ‘perfetti’ (S.
Th., II-II, q. 184, a. 2). Quindi per l’Aquinate la Perfezione “in
via” richiede l’assenza di tutto quel che impedisce l’Amore
totale di Dio “con tutto il cuore, le forze, lo spirito”, ossia
l’assenza non solo del peccato mortale, ma anche quello veniale di
proposito deliberato. Infatti è di Fede che “in via” non
possiamo evitare tutti i peccati veniali di fragilità e le
imperfezioni (DB, 833). Quindi i peccati veniali di fragilità e le
imperfezioni, che sono atti buoni ma meno perfetti o fervorosi di
ciò che potrebbero essere (“acti caritatis remissi”) e non
sono nemmeno leggermente peccaminosi, non escludono la Perfezione
cristiana. Di fatto tutti i Santi ebbero delle imperfezioni e dei
peccati veniali di fragilità (S. Th., II-II, q. 24, a. 8).
La Perfezione implica la
mistica
● Le Virtù infuse non possono raggiungere la loro Perfezione quanto al
modo di agire, se non sono elevate dai Doni dello Spirito Santo,
“attuati”, o fatti passare dalla potenza all’atto, abitualmente
dagli impulsi o Grazie attuali sovraeminenti del Consolatore. Ma
tale attuazione dei sette Doni al modo divino di agire è la natura
della terza via dei ‘perfetti’ o mistica. Quindi essa è necessaria
per giungere alla Perfezione relativa “in via ad Patriam”.
● La mistica è il termine e il compimento normale e non straordinario
della vita cristiana. Tutti sono chiamati da Dio alla Perfezione e
quindi almeno remotamente alla vita mistica. Questa tesi è
sostenuta, oltre che dal Dottore Comune della Chiesa
S. Tommaso D’Aquino (S.
Th., II-II, q. 24, a. 9), anche dai grandi Dottori della vita
spirituale: S. Giovanni della
Croce (Fiamma viva d’amore, strofa II, n. 27;Notte
oscura, I, 9, 9 ) e
S. Teresa D’Avila (Cammino di perfezione, XVII, 2).
● La natura della mistica è l’attuazione dei Doni del Paraclito al modo
divino o sovrumano. Ciò normalmente produce un’esperienza
passiva di Dio, che è gustato come presente nell’anima specialmente
dal Dono di Sapienza. Attenzione! L’esperienza mistica è totalmente
diversa dal sentimento religioso o “esperienza religiosa”
del modernismo. Infatti la vera esperienza mistica è passiva, ossia
l’esperienza non è prodotta dal mistico, ma soprattutto dai Doni
intellettivi e in maniera più completa dal Dono di Sapienza,
che è estrinseco al mistico.
Invece l’esperienza religiosa del modernismo è un prodotto del
sentimento umano, che erompe dal subconscio dell’uomo e che
predomina sull’intelletto e la volontà illuminate dalla Fede ed
aiutate dalla Grazia attuale di Dio. Inoltre non si sperimenta Dio
presente coi suoi Doni nell’anima, ma si sente
sentimentalisticamente e a livello subumano o subconscio
il “divino”, percepito vagamente come qualcosa che non è esterno e
trascendente l’uomo ma immanente ad esso;
l’esperienza religiosa del modernismo non ha nulla a che spartire
con la mistica, ma è propria del falso misticismo.
● Bisogna distinguere, inoltre, molto bene tra atto mistico, che è
passeggero e transeunte e si ha quando l’influsso del Paraclito su
un Dono ci fa produrre un’azione soprannaturale quanto all’essenza e
al modo, e stato mistico, che è abituale e permanente, cioè
quando l’anima, dopo una lunga vita ascetica (il ‘principiante’ e il
‘proficiente’), arriva all’unione abituale con Dio (il ‘perfetto’) o
vita mistica. In questo secondo caso l’attuazione dei Doni è
predominante e talmente frequente che prevale sull’esercizio
delle Virtù al modo umano abitualmente e non in maniera
transitiva tramite qualche azione passeggera.
● L’esperienza di Dio presente con la sua Grazia nell’anima non è
essenziale alla vita mistica, invece, ne rappresenta solo il
completamento
dal momento che può mancare in alcuni stati mistici, come le
notti dei sensi e dello spirito o purificazioni passive,
in cui si sperimenta l’assenza e quasi l’abbandono di Dio, ed anche
nell’attuazione dei Doni affettivi dello Spirito Santo, che non
conducono all’esperienza saporosa di Dio, la quale avviene in
maniera perfetta specialmente con i Doni intellettivi e ultimamente
ed in maniera specifica col Dono di Sapienza. Tuttavia tale
passività non va intesa nel senso dei quietisti, come assoluta, ma è
una passività relativa nei confronti del motore principale,
che è lo Spirito Santo, e non nei confronti delle buone opere, che
l’anima, spinta dal Paraclito, compie docilmente e cooperando
liberamente o non opponendo resistenza alla mozione del Paraclito.
Doni affettivi e
intellettivi
● La ragione profonda della eccezionalità o non necessità dell’esperienza
di Dio nella vita mistica va ricercata nella distinzione tra Doni
pratici o affettivi e Doni intellettivi e conoscitivi. Vi può essere
vita mistica senza esperienza diretta e specifica dei frutti di Dio
gustato come realmente presente nell’anima del giusto tramite i Doni
intellettivi e specialmente il Dono di Sapienza. Infatti questo è il
più alto dei Doni intellettivi (Intelletto e Scienza). Ora può
esservi vera vita mistica coll’attuazione abituale dei quattro Doni
affettivi o pratici del Paraclito (Timor di Dio, Fortezza, Pietà e
Consiglio), senza che i tre Doni speculativi o intellettivi siano
attuati abitualmente. Vi potranno essere atti di mozione
dei Doni intellettivi, ma senza il loro influsso abituale.
Lo stesso vale per la “contemplazione infusa”
che è prodotta dai Doni intellettivi e specialmente nel suo grado
più alto da quello di Sapienza. Padre
Reginaldo Garrigou-Lagrange
in La vie spirituelle (marzo 1923) sostiene questa tesi.
Padre Antonio Royo Marin
sostiene che tale fu il caso di
S. Teresina del Bambin Gesù,
la quale certamente era nella terza via dei “perfetti” o vita
mistica, ma “non godeva le abituali dolcezze della contemplazione”
né tanto meno la saporosa presenza di Dio in lei grazie al Dono
della Sapienza, anzi addirittura si sentiva abbandonata da Dio (Teologia
della perfezione cristiana, cit., p. 321). Essa aveva sviluppati
e attuati abitualmente i quattro Doni affettivi, poneva qualche atto
di quelli intellettivi, ma non abitualmente. Quindi mistica e
assenza di contemplazione infusa o esperienza soave della presenza
degli effetti di Dio sulle anime sono compatibili. Tuttavia ciò è
eccezionale, mentre la norma sarebbe che la pienezza della vita
mistica comporti anche l’attuazione abituale dei Doni intellettivi,
Sapienza compresa.
● Inoltre ascetica e mistica non sono due vie parallele e separate,
ma si compenetrano vicendevolmente: dopo la vita ascetica seriamente
condotta, Dio chiama l’anima e la introduce in quella mistica, ma
una volta entrata nella terza via dei “perfetti” o unitiva, l’anima
porrà sempre qualche atto ascetico pur vivendo
abitualmente nello stato mistico relativamente passivo,
contrariamente all’insegnamento dei quietisti.
Lo stato ascetico è quello in cui predominano gli atti ascetici;
stato mistico quello in cui prevalgono gli atti mistici. L’asceta,
però, può emettere qualche volta un atto mistico sotto l’influsso
dello Spirito Santo, così come il mistico qualche volta procede con
atti ascetici. Quindi non esiste un puro stato ascetico e un puro
stato mistico. La mistica e l’ascetica non sono due vie
indipendenti che conducono (ordinariamente o normalmente la prima e
straordinariamente o anormalmente la seconda) alla santità, ma sono
soltanto due tappe di un’unica via, la quale è quella della
Perfezione della vita cristiana, che tutti sono chiamati a
percorrere per avvicinarsi sempre più al loro Fine ultimo e
riposarsi nel suo pacifico possesso. L’ascetica serve coma base e
preparazione alla mistica, nella quale risiede la perfezione della
vita soprannaturale.
● Attenzione! La mistica non ha nulla a che vedere con i carismi
straordinari o gratiae gratis datae, che sono soltanto
epifenomeni della vita soprannaturale in quanto non santificano
l’anima di chi li riceve ma gli sono dati per l’edificazione del
prossimo e possono coesistere persino con lo stato di peccato
mortale. La mistica, invece, è lo sviluppo normale e pieno della
Gratia gratum faciens o Grazia santificante soprannaturale nella
sua essenza, la quale è in un certo modo “incohatio Vitae
aeternae”.
Conclusione
Come si può vedere la mistica e la devozione allo Spirito Santo con i
suoi sette Doni non sono qualcosa di facoltativo o accidentale, ma
sono necessarie per la nostra vita spirituale e anche per la nostra
salvezza eterna. Cerchiamo quindi di mettere in pratica ciò che
abbiamo letto, tramite la lotta contro il peccato e la meditazione
quotidiana, poi la pratica delle Virtù infuse e solo così saremo
pronti a ricevere con docilità la mozione speciale del Paraclito sui
Doni, che - dopo lo sforzo ascetico - si saranno finalmente
sviluppati come le vele di una barca completamente spiegate per
potere ricevere il soffio del vento e correre sempre più velocemente
verso la meta.
Fine
d. CURZIO NITOGLIA
9 maggio 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/devozione_spirito_santo_4_fine.htm
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