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PIO XII
● Pio XII,
il 14 ottobre del 1956, in occasione di un pellegrinaggio a Loreto,
parlò della dignità della donna, asserendo la sua complementarità con
l’uomo.
Qualcuno potrebbe vedere in ciò un certo filo-femminismo di papa
Pacelli, il quale avrebbe eliminato la gerarchia tra uomo e donna. In
realtà le cose non stanno così; basta studiare attentamente il discorso
di Pio XII e scandagliarne ogni parola.
Innanzitutto complementare non significa
eguale, ma che completa l’altra parte in ciò che non ha. Ora l’uomo,
non può generare da solo e quindi la donna, nella generazione, è
assolutamente complementare all’uomo e viceversa. Quel che la donna dà
all’uomo, però, non la mette in uno stato di superiorità, ma di
subordinazione, come il corpo è complementare all’anima, la materia alla
forma, la potenza all’atto, l’essenza all’essere. La donna ha la
femminilità che l’uomo non ha, e l’uomo ha la virilità che la donna non
ha: essi sono vicendevolmente complementari, ma l’uomo come co-principio
attivo e superiore, la donna come co-principio passivo e subordinato.
SAN TOMMASO
E I PADRI ECCLESIASTICI
● San Tommaso
d’Aquino parla della questione a più riprese, specialmente nella
Somma Teologica. Occorre studiare attentamente l’Angelico, per
evitare di farne un filo-misogino (errore per eccesso), come occorre ben
interpretare Pio XII per non farne un filo-femminista (errore per
difetto). Vediamo l’insegnamento dell’Aquinate.
Nella Summa Theologiae I parte, questione 92
in corpore egli insegna che la donna fu creata da Dio come “aiuto
dell’uomo” quanto alla cooperazione nella procreazione. Qui occorre
notare che san Tommaso non vede la donna solo come mezzo per la
generazione o riproduzione, ma ripudia e corregge l’opinione di alcuni
antichi teologi, specialmente orientali, che tendevano al manicheismo e
allo gnosticismo e perciò vedevano nella materia, nel corpo, nella
generazione qualcosa di intrinsecamente cattivo, frutto di un “dio”
malvagio. San Tommaso, invece, insegna che anche la materia è buona,
come tutto ciò che Dio ha creato, e che anche prima del peccato
originale la procreazione sarebbe avvenuta per l’unione sessuale, ma
senza il disordine che è sopraggiunto dopo il peccato di Adamo e che
consiste nel mettere il piacere, che è solo un mezzo, al posto del fine,
che è la procreazione. La procreazione sessuata non è un peccato, il
piacere unitole neppure, solo il disordine di mettere il piacere al
primo posto, come fine e non come mezzo, escludendo la procreazione, è
un abuso (moralmente cattivo) della generazione sessuata
(ontologicamente buona) ed è peccato. Quindi l’asserzione tomasiana non
è sprezzante verso la donna, ma valuta giustamente la realtà materiale
(corpo umano, unione generativa sessuata) come buona in sé e non
intrinsecamente peccaminosa. È vero, altresì, che il Dottore Comune,
spiega che nelle altre cose, al di fuori della generazione, l’uomo può
essere aiutato “convenientius” (che può essere interpretato come
comparativo: “meglio”) da un altro uomo piuttosto che da una
donna. Siccome qui l’Angelico sta parlando della funzione specifica
della donna, ossia la procreazione, all’infuori della generazione non vi
sarebbe motivo che Dio creasse la donna. Tuttavia il “convenientius”
può essere letto anche come comparativo assoluto: “molto
convenientemente” e ciò viene a dire che al di fuori della
generazione (per es. per giocare a pallone, per fare la boxe, per
parlare di “cose da uomo”) l’uomo può trovare in un altro uomo un aiuto
“molto conveniente” e non “più conveniente” o “migliore”, affermazione,
quest’ultima, che tenderebbe a deprezzare eccessivamente la donna,
soprattutto se isolata dal caso che l’Angelico tratta: la generazione.
La gerarchia esiste, per s. Tommaso, anche nell’atto generativo
(fisiologicamente e non dal punto di vista genetico-medico-scientifico),
poiché la parte o la virtù attiva sarebbe propria del sesso
maschile, mentre quella passiva sarebbe del sesso femminile.
Infatti alla prima obiezione che, citando Aristotele (Libro II De
generatione animalium, cap. 3), dice: “femina est mas
occasionatus” (la donna è un maschio mancato, imperfetto, ossia un
essere umano al quale manca qualcosa rispetto all’uomo), l’Angelico
risponde: la donna è manchevole di virtù generativa attiva,
la quale è propria dell’uomo. Invece, per quanto riguarda la natura di
essere umano in quanto animale razionale fornito di intelletto e
volontà, la donna non è sostanzialmente “manchevole”. Vi sono differenze
accidentali tra maschio e femmina, contro l’omosessualismo, ma
sostanzialmente la donna è un essere umano, razionale e libero, come
l’uomo: più intuitiva, sensibile, generosa, ma anche meno razionale,
costante, forte. Tuttavia se l’unione tra uomo e donna non si termina
nella generazione, ma tende a formare una famiglia, anche in questo
campo il ruolo di capo spetta all’uomo (S. Th., I, q. 92, a. 2,
ad 2um).
Infatti era conveniente che la donna fosse formata dalla costola
dell’uomo (S. Th., I, q. 92, a. 3, in corpore):
non dovendo dominare sull’uomo, non fu formata dalla testa di
quest’ultimo, ma, non dovendone essere la schiava e da lui disprezzata,
non fu formata dai suoi piedi. Fu perciò formata dalla costola, vicino
al cuore, per significare il legame o vincolo d’amore che deve vigere
tra uomo e donna. Infatti il matrimonio è figura dell’unione mistica tra
Cristo e la Chiesa: Cristo è il capo del Corpo mistico, che è la Chiesa,
e la Chiesa nacque dal costato di Cristo in Croce,
squarciato dalla lancia di Longino.
Per quanto riguarda lo stato di “subordinazione” della
donna nei confronti dell’uomo, san Tommaso (S. Th., Suppl., q.
39, a. 1),
riprendendo la S. Scrittura (I Cor., XIV, 34; I Tim., II,
12) e la Tradizione (i Padri greci e latini),
afferma che la donna nella Chiesa non ha nessun potere di insegnamento e
non può accedere al Sacerdozio. Inoltre molto realisticamente non cade
nel difetto opposto di eguagliare l’uomo alla donna, poiché essi sono
realmente distinti e complementari anche se in maniera subordinata. La
donna è un essere umano e ne ha tutta la dignità, è il cuore della
famiglia, mentre l’uomo ne è il cervello o il capo (cfr.
Pio XI, Casti Connubii,
1930). Senza gerarchia vi è l’anarchia; ma la tirannia produce il
“tirannicidio”. L’uomo non deve disprezzare sua moglie, ma neppure
esserle sottomesso (tranne casi eccezionali e patologici; ad es. marito
alcolizzato…).
CONCLUSIONE
Pio XII non è femminista, i Padri greci (s. Epifanio)
e latini (Tertulliano, S. Gregorio, S. Agostino), il Magistero
tradizionale della Chiesa (Concilio di Vienne, 1311-1312; Pio XI,
Casti Connubii, 1930) non sono misogini. Vi è un sano realismo da
rispettare: le diversità accidentali e qualitative assieme alla
sostanziale uguaglianza di essere umano intelligente e libero, ove il
più e il meno non distruggono la natura umana. La donna ha bisogno
dell’uomo e l’uomo ha bisogno della donna, anche indipendentemente dalla
procreazione. Se il prete non avesse la perpetua che gli cucina, gli
lava i vestiti, gli pulisce la casa, sarebbe un uomo finito, pur avendo
fatto voto di castità. La perpetua a sua volta, non può assolversi da
sola né assolvere altri, assistere alla Messa, ricevere l’estrema…
unzione, ha bisogno del prete. Così il marito ha bisogno della sposa per
sé e soprattutto per la cura affettuosa dei figli, che è tipicamente
muliebre più che maschile, ma la sposa ha bisogno (almeno una volta,
quando l’uomo si comportava ancora da uomo) della forza del marito per
correggere le birichinate dei figli. I figli hanno bisogno dell’autorità
e certe volte delle “bòtte” del padre e dell’affetto e del “parafulmine”
della madre, che si mette tra marito e figli quando le “bòtte” paterne
sono troppe.
d. CURZIO NITOGLIA
2 marzo 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/dignita_donna.htm
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