Prologo
È uscito recentemente un interessante libro di
Elena Bianchini Braglia,
Donna Rachele. Con il Duce, oltre il Duce, (Milano, Mursia, 2007,
18 €, pagine 313).
Da esso traspare soprattutto la forza d’animo di Donna Rachele; infatti
«nessuno può negare che in certe circostanze estreme, di fronte
al crollo di un mondo, di tutta una vita […], occorra molto più
coraggio per continuare a vivere di quanto non ne occorra per morire»
(p. 14). Donna Rachele ha dato prova di fortezza eroica particolarmente
dal 1943 al 1979, per lunghi trentasei anni; essa ripeteva spesso: “era
meglio essere finiti tutti a Piazzale Loreto”, ma, non essendoci
finita, fece di necessità virtù ed affrontò la dura realtà con coraggio,
pazienza e speranza. In questo piccolo articolo non voglio fare opera
apologetica né storica, ma cercare di trarre una lezione morale
dalle vicende di una donna che ha conosciuto prima la miseria, poi la
celebrità ed infine è risprofondata nella disgrazia dopo aver perso
tutto, ma non la fede, la speranza e la carità, che l’hanno aiutata a
perdonare i peggiori traditori della sua famiglia e a vivere in pace con
se stessa, col prossimo e con Dio.
I primi
anni
Rachele perse suo padre a soli otto anni e a causa
dell’estrema povertà in cui cadde la sua famiglia dovette rinunziare a
proseguire gli studi preso la scuola elementare (per raggiungere la
quale doveva percorrere 12 km tra
andata e ritorno), ove la sua maestra era la madre di Benito Mussolini,
Rosa Guidi, figlia di un veterinario conosciuto e benestante, di
profonda fede cattolica e animata da un grande spirito di preghiera, la
quale, però, si era innamorata dell’uomo “sbagliato”, il fabbro ferraio
Alessandro Mussolini, noto socialista anarcoide e violento agitatore
politico, che entrava e usciva dalla galera per motivi ideologici.
Rachele fu accolta, dopo la morte del padre, in casa di sua sorella
Rosa, che si era sposata ed aveva bisogno di un aiuto. Ben presto, però,
l’aiuto divenne servitù, lavoro pesante e faticoso con un vitto del
tutto inadeguato per una bambina che cresceva. Rachele, che aveva
manifestato sin da piccola un carattere vivace e forte, fuggì dalla casa
di sua sorella e si riunì a sua madre Annina a Forlì, dove assieme
all’altra sorella Augusta iniziarono a fare tutte e tre le cameriere. Lì
imparò ad alzarsi ogni dì alle cinque e a non restare mai con le mani in
mano sino alla notte, quando poteva coricarsi, stanca ma felice e con la
coscienza tranquilla di aver fatto il suo dovere; laboriosità di cui non
perse mai l’abitudine sia nella gloria (1922-1943) sia nella rinnovata
miseria (1943-1979). Nell’autunno del 1908 Rachele (1892-1979) appena
sedicenne e Benito oramai venticinquenne (1883-1945) si incontrarono e
si innamorarono. Nel 1909 andarono a vivere assieme a Forlì. Benito
faceva il giornalista e per il suo magro stipendio quei tempi furono
segnati da una grande miseria economica, ma furono anche anni pieni di
speranza, felicità e serenità (ivi, p. 67). Il 1° settembre 1910
nacque Edda.
Dalla
sbornia alla camomilla
Una sera due amici di Benito lo riaccompagnarono sotto
braccio a casa, poiché si era ubriacato. La sbornia lo aveva reso
euforico e cominciò a prendere a calci il povero e scarso mobilio di
casa. Lo dovettero legare a letto, quando il mattino si svegliò «la
prima cosa che vide fu Rachele furente», la quale gli disse, dandogli
per la prima volta del tu e abbandonando definitivamente il voi: «“se ti
vedo un’altra volta ubriaco, prendo la bambina e me ne vado!”. Da
quel momento Benito non bevve più nemmeno un caffè corretto e alla sera,
prima di addormentarsi, si abituò a prendere solo una tazza di camomilla»
(p. 71). Soltanto la moglie del futuro Duce poteva riuscire a produrre
un “Mussolini alla camomilla”. Tanto è vero l’adagio popolare che se “il
marito è il capo della moglie” (S. Paolo), “la moglie è il collo della
famiglia” e… “il collo fa girare la testa a destra o a sinistra com’esso
vuole”… Nel 1912 si trasferirono a Milano, ove Mussolini era divenuto
Direttore de L’Avanti! portando la sua tiratura da 12 mila a 100
mila copie. Ma nel 1914, mentre si avvicinava la prima grande
guerra, L’Avanti si trovò su posizioni non-interventiste e
Mussolini, che era un acceso interventista, diede le dimissioni e la
breve pausa di benessere economico finì. Ma il 14 novembre 1914 divenne
Direttore de Il Popolo d’Italia; nel 1915 Benito partì per la
guerra come bersagliere, il 16 dicembre del 1915 sposò civilmente
Rachele e il 27 settembre 1916 nacque Vittorio e il 22 aprile 1918
Bruno. Il 19 marzo 1919 Benito fondò il Fasci Italiani di Combattimento
a piazza San Sepolcro in Milano. Iniziarono i primi scontri e anche la
casa dei Mussolini ne fu oggetto. Perciò Rachele si munì di numerose
bombe a mano, pronta a scagliarle contro eventuali assalitori (p.
95); anzi si fornì anche di una pistola, con regolare porto d’armi,
che portava di giorno con sé nella sporta per le spese e di notte teneva
sotto il cuscino (p. 96). Il 28 ottobre del 1922 ebbe luogo la
marcia su Roma e il giorno seguente Mussolini fu convocato a Casa reale,
ma «Rachele era turbata da un presentimento, temeva, non a torto,
il prezzo della gloria. Uscì di casa ed entrò nella prima chiesa
aperta. Si inginocchiò ed iniziò a pregare: “Signore, fai i modo che
non cambiamo, che Benito resti quello che è, che io non ceda né
all’orgoglio, né alla vanità”» (p. 109). Rachele non aveva in
simpatia il re: lo definiva «troppo piccolo per la sua statura» (p.
110). Nel 1923 Benito e Rachele fecero battezzare a Milano Edda,
Vittorio e Bruno, e nel 1925 a
Camaldoli presso La Verna in maniera del tutto privata li fecero
comunicare e cresimare. Il 29 dicembre del 1925 si sposarono
religiosamente, sempre in maniera privata, nel loro appartamento di
Milano, con grande gioia di Rachele, che aveva sempre rimpianto la
mancanza dell’unione religiosa con Benito. Donna Rachele ha narrato che
«Benito era contrario al divorzio e spesso le ripeteva: “Non permetterò
mai che in Italia venga introdotto il divorzio. La famiglia non si
può dissolvere a proprio capriccio e
la Chiesa è
una provvida tutela della famiglia”» (p. 121). Il 26 settembre 1927 nacque Romano e il 3
settembre del 1929 nacque l’ultima figlia, Anna Maria, che, colpita da
poliomielite, soffrirà per tutta la vita e si spegnerà a Roma in Viale
Libia nel 1968.
Tu bada a
governare l’Italia ché a casa ci bado io!
La casa era il regno di Donna Rachele, la quale non si
immischiava negli affari politici di Benito, «tanto riservata in
pubblico, tanto energica in privato» (p. 145); esattamente il
contrario delle donne di oggi. Al massimo si limitava a dargli qualche
consiglio e solo prima dell’entrata in guerra, avendo scorto con il suo
intuito smaliziato, il quale mancava totalmente a Mussolini, che questi
era circondato da persone poco affidabili, iniziò a fare opera di
“controspionaggio” per difendere suo marito, come vedremo poi. Mussolini
temeva la tenacia della moglie, la quale ha lasciato scritto: «mi
ripeteva spesso che aveva più paura di me che dell’America» (p.
139). Tra gli altri particolari Rachele ci ha lasciato la notizia che
«sul comodino Mussolini teneva il rosario di sua madre e il libro delle
Massime eterne di S. Alfonso De Liguori» (p. 143). Rachele vide
Benito baciare la corona del rosario che era appartenuto a sua madre il
20 giugno del 1936 quando i medici, che disperavano della salute di Anna
Maria gli annunciarono che era fuori pericolo (p. 175).
L’incidente
di motocicletta
Italo de Rugeriis, un milite della strada, ricordava
che un giorno vide sfrecciare, sull’autostrada per Ostia, a tutta
velocità una potente motocicletta rossa fiammante con a bordo un
centauro ed una donna sul sellino posteriore con un fazzolettone in
testa. «Una curva spericolata fece improvvisamente saltare la donna dal
sellino, rovinando disastrosamente tra i rovi, mentre il centauro
proseguì indisturbato senza essersi accorto di nulla. Poi vide il
motociclista tornare indietro e riconobbe il Duce. Donna Rachele, ancora
a gambe per aria in mezzo ai rovi, stava strillando parole
“incomprensibili” in romagnolo» (p. 158).
Rachele e
la Sarfatti
Mussolini aveva avuto una relazione con Margherita
Sarfatti. Donna Rachele lo perdonò, ma gli ingiunse di non incontrarla
più neppure nella sede de “Il Popolo d’Italia” sul quale
anch’essa scriveva. Quando pensava di aver vinto, un giorno, esattamente
il 9 febbraio 1931, mentre si trovava a Merano e leggeva il giornale
diretto da suo marito, vide la firma della Sarfatti in fondo ad un
articolo che occupava una pagina intera. Naturalmente andò su tutte le
furie e mandò un telegramma a Benito, il quale sulle prime rispose
adirato, ma Donna Rachele calma calma gli rispose: se vedo ancora la
firma della Sarfatti su Il Popolo d’Italia «“prendo una bomba e
faccio saltare in aria il palazzo de Il Popolo d’Italia. E tu sai
che ne sono capace” […]. L’ultimatum riscosse il successo sperato: la
firma della Sarfatti sul giornale non apparve mai più» (p. 159). Ma
Rachele volle prendersi un’ultima rivincita: Benito la raggiunse a Villa
Carena, «la cena era già in tavola e quando lui bussò lei non volle
aprirgli. “Rachele, ho fame!” implorava lui. “Bene!” gli rispose lei da
dietro la porta, e gli passò un piatto di minestra dalla finestra: “Lo
vidi sedersi mestamente su un gradino e iniziare a mangiare.
Naturalmente dopo un po’ gli aprii. Fu pieno di premure e di carezze”»
(p. 160).
Verso la
guerra
Dopo la conquista dell’Etiopia Rachele - in seguito ad
una delle sue frequenti intuizioni - cercò di convincere il marito ad
uscire dalla scena politica per evitare di fare la fine di Napoleone (p.
170), che “pieno di superbia finì all’isola d’Elba”, com’era solita
cantare da bambina. Mussolini vi pensò, ma le cose precipitarono e, alla
vista dell’Europa che si divideva, Benito si decise a continuare la sua
lotta politica. Infatti diceva alla moglie: «l’Europa si deve unire e
l’ideale sarebbe poterla unire pacificamente. Ma vi sono troppe
resistenze, troppi accesi nazionalismi e perciò l’unione europea
arriverà solo con un’azione militare. Spero di circoscrivere l’azione
militare al minimo, e che io serva a convincere i capi di Stato europei
che l’Europa si deve unire economicamente, politicamente e
militarmente in un solido blocco, che sarà l’unica difesa valida contro
il bolscevismo» (p. 179). Mai aspirazione fu tanto giusta. Purtroppo
l’Inghilterra e la Francia,
tramite la Polonia, montate dall’America, vollero mettere la Nazioni
europee l’una contro l’altra per dividere il Vecchio Continente in due
parti: l’una sotto il tallone del comunismo sovietico e l’altra sotto
quello del materialismo plutocratico e liberista americano. Mussolini
temeva anche “l’eliminazione della civiltà latina” (p. 185),
qualora la Germania da sola avesse occupato tutta l’Europa ed è per
questo che si decise, dopo la conquista della Francia in tre settimane
da parte del III Reich, a scendere in guerra.
La Beata
suor Elena Aiello
Era nata in provincia di Cosenza nel 1895 e nel 1920
aveva fondato l’ordine delle ‘Suore Minime della Passione’. Il 22 aprile
del 1939 «ebbe una visione di Gesù Cristo che la invitava ad avvisare
Benito Mussolini di non entrare in guerra» (p. 198). Inviò una prima
lettera a Mussolini, ma non ebbe risposta. Il 22 aprile 1940 ebbe una
seconda visione e il giorno dopo spedì un’altra lettera a Roma. Partì
alla volta di Roma da Cosenza il 1° maggio 1940 e giunse nella Capitale
il 2; il 5 fu ricevuta dalla sorella di Mussolini, Donna Edvige. «Mi
riferì - racconta la Beata -
che questi era rimasto molto turbato dalle mie precedenti missive… In
quel pomeriggio, molto addolorate, ripartimmo per Cosenza, sennonché,
appena il Duce ebbe dalla sorella la mia lettera, in quello stesso
pomeriggio fu telefonato alla baronessa Rossi-Ruggi che ci voleva
ricevere il Duce. Ma la risposta fu: “Ora è tardi. Sono partite”» (p.
199).
Il 26
luglio 1945
Donna Rachele aveva intuito ed aveva anche raccolto
notizie della congiura che, con il procedere della guerra, si preparava
contro suo marito. Sapeva che Badoglio, Grandi e il re erano pronti a
defenestrare Mussolini; dubitava anche di Ciano. Invano aveva
scongiurato il marito di non convocare il Gran Consiglio la notte del 25
luglio, ma l’ingenuità di Benito era tanta che mai avrebbe pensato ad
una sua delegittimazione. Il 26 Mussolini era stato convocato a Villa
Savoia dal re. Rachele gli disse che lo avrebbero arrestato, ma lui
ancora una volta non vedeva ciò che era più che probabile. Il nuovo capo
della Polizia, Carmine Senise, non era della stessa qualità del suo
predecessore Bocchini e Donna Rachele se ne era accorta subito.
Naturalmente Mussolini venne fatto arrestare e Donna Rachele rimase sola
con Buffarini-Guidi a Villa Torlonia ove per sicurezza si trasferì
nell’abitazione dei custodi e il 29 luglio festeggiò con essi il 60°
compleanno del marito che non sapeva dove fosse. Qualche giorno dopo il
generale Saverio Polito consegnò una lettera di Benito a Rachele con la
quale la informava di essere prigioniero e di aver bisogno di qualche
indumento e di cibo. Polito mostrò a Rachele anche una lettera di
Badoglio, che la invitava a mandare indumenti e denaro per l’acquisto
del cibo per il prigioniero, che altrimenti non ne avrebbe ricevuto.
Rachele sbottò: «In venti anni di lavoro Mussolini ha rinunciato a
titoli e prebende, ha regalato quanto gli veniva offerto. Che ora
Badoglio, carico di milioni guadagnati col regime, neghi un pezzo di
pane a un simile prigioniero supera ogni limite» (p. 234). Rachele mandò
a suo marito ciò che gli occorreva più la Vita
di Gesù Cristo
dell’abate
Giuseppe Ricciotti. Il 23 agosto Polito accompagnò Rachele a Rocca delle
Caminate; durante il tragitto si divertì ad importunare nella maniera
più lurida Donna Rachele, che lo denunciò il 4 aprile del 1944 al
Commissario di Polizia Alberto Maddalena (p. 236). Durante la loro
prigionia ricorreva l’anniversario della morte di Bruno e sia a Benito
che a Rachele, i quali avevano fatto celebrare una Messa per la sua
anima, venne impedito di assistere alla funzione. Poi venne l’8
settembre e il 12 Mussolini fu liberato dalla sua prigione sul Gran
Sasso e Rachele dalla sua custodia vigilata a Rocca delle Caminate. Il
13 si incontrarono a Monaco. Benito confidò a Rachele
di voler fondare la RSI; la moglie gli disse che non ne sarebbe valsa la
pena, ma lui rispose che doveva tener fede alla parola data. Quindi
ritornarono a Rocca delle Caminate per qualche giorno e poi a Gargnano
sul Lago di Garda.
La
fucilazione di Ciano
Per Benito fu una prova terribile, simile alla morte
di suo figlio Bruno. Soprattutto perché la moglie di Ciano, Edda, era la
sua figlia prediletta. Mussolini diceva: “Da quella mattina ho
cominciato a morire”(p. 250). Era l’11 gennaio 1944. Edda ebbe un
crollo del sistema nervoso, che fu aggravato poi dalla notizia avuta via
radio dello scempio di Piazzale Loreto il 29 aprile 1945 mentre si
trovava in Svizzera, e dovette essere ricoverata in una Clinica per
malattie nervose. Invece Benito, «quando ne fu informato – racconta
Romano Mussolini – ostentò indifferenza, ma io ricordo il pianto dirotto
in cui quella sera scoppiò a Villa Feltrinelli» (p. 253).
Donna Rachele invece non aveva mai stimato suo genero ed aveva avuto un
rapporto conflittuale con Edda, per cui non fu troppo scossa da
quell’avvenimento.
Indifferenza verso la vita
La tragedia intima di Benito lo portò a vivere come
se non vivesse più già dal gennaio del ‘44. Villa
Feltrinelli, in cui abitava la famiglia Mussolini, «era continuamente
sorvolata da aerei nemici. Era stato costruito un rifugio. Quando
l’agghiacciante suono dell’allarme interrompeva le loro attività
quotidiane, tutti correvano a mettersi al riparo…, tutti tranne
Mussolini, che non aveva mai voluto accettare di scendere nel rifugio»
(p. 257). Rachele raccontava: «Mi sarebbe piaciuto che Benito fosse
venuto con noi, soprattutto di notte, quando il silenzio ingigantiva il
ronzio degli apparecchi e avevo paura. Invece continuava a dormire:
non per spavalderia, me ne resi conto ben presto, ma per
indifferenza verso qualsiasi cosa potesse riservargli il destino»
(ivi).
Una
premonizione
Rachele si scontrò con Claretta Petacci a Villa
Fiordaliso sul Lago di Garda. Durante l’epica battaglia Rachele dimostrò
tutta la sua energia strattonando la rivale e Claretta tutto il suo
savoir faire, tra uno svenimento e l’altro, trattenendo
momentaneamente l’assalto di Donna Rachele. Siccome a Milano nel
mese di agosto i partigiani, analogamente a via Rasella in Roma nel mese
di marzo, avevano fatto scoppiare una bomba, che aveva ucciso
repubblichini, tedeschi e civili italiani, i quali si stavano rifornendo
di latte presso i militi italo-germanici, vi fu una rappresaglia tedesca
e vennero fucilati a Piazzale Loreto quindici partigiani italiani. Da
allora cominciarono ad arrivare alla famiglia Mussolini svariate lettere
anonime in cui stava scritto: “Vi porteremo tutti a Piazzale
Loreto!”. Alla fine dello scontro Rachele disse a Claretta:
“Lasciate Benito e, se non mi darete retta, finirete male! Vi
porteranno a Piazzale Loreto!”. Non era certo una profezia, ma
un’ossessione, che le lettere anonime avevano impresso nel pensiero di
Rachele, però essa si avverò alla lettera il 29 aprile del 1945.
L’ultima
intervista
Nel marzo del 1945, circa un mese prima di morire,
Mussolini concesse un’intervista a Maddalena Collier, una crocerossina
moglie dell’addetto stampa dell’ambasciata germanica. Mussolini, che le
aveva già rilasciato una prima intervista nel 1938 a
Palazzo Venezia, nella seconda esordì così: «Sette anni fa ero ancora un
personaggio interessante, adesso sono un defunto. Cosa volete
sapere?» (p. 271). Come conditio sine qua non Mussolini pose che
l’intervista venisse pubblicata solo dopo la sua morte fisica; poi
aggiunse: «La morte mi è diventata amica e non mi spaventa,
perché è una grazia di Dio per chi ha sofferto troppo. Per me non
si apriranno le porte se non per la morte. Ed è anche giusto. Ho
sbagliato e pagherò. Sì, signora, sono finito. Lavoro e faccio
sforzi, pur sapendo che tutto non è che una farsa. Aspetto la fine
della tragedia e – stranamente distaccato da tutto – non mi sento più
attore, mi sento come l’ultimo degli spettatori» (ivi). Suo figlio
Vittorio avrebbe voluto portarlo in Spagna anche contro la sua volontà e
con la forza, ma Mussolini aveva rifiutato l’invito di Franco e «l’unica
cosa che voleva evitare era di cadere nelle mani degli anglo-americani»
(ivi). Forse questa è la spiegazione della sua resa ai partigiani
comunisti, che lo avrebbero passato subito per le armi, evitandogli lo
strazio di una vita prolungata in attesa di una Norimberga bis.
Dopo la
tempesta
La parte più eroica della vita di Donna Rachele penso
che sia stata quella che va dal 29 aprile del 1945 al 30 ottobre del
1979. Non amava parlare della sua vita e di Benito. Soprattutto con i
giornalisti era estremamente riservata e, se insistevano, anche
sgarbata. Una volta gettò un secchio d’acqua sulla testa di un
giornalista troppo insistente e alla sua minaccia “Vedrete cosa scriverò
sul vostro conto!”, Rachele rispose con una totale assenza di rispetto
umano: “Scrivete pure che faccio la prostituta, non me ne importa
nulla!”. Tuttavia ad Ischia, dove era stata portata dagli
anglo-americani sotto stretta sorveglianza della polizia della
Repubblica italiana, incontrò il giornalista Bruno D’Agostini. Quello
che mi ha colpito di più è il giudizio che dà pieno di amore,
compassione, tenerezza e misericordia su suo marito: «Pareva un
leone, e invece, tutto sommato, era un pover’uomo» (p. 275). Nel
1957 la famiglia Mussolini poté lasciare Ischia e recarsi a Roma ove
affittò un modesto appartamento in viale Libia. Quando ero giovane
studente universitario e abitavo in un appartamentino con altri studenti
in viale Etiopia incontravo spesso Romano Mussolini (un uomo
evidentemente povero, dall’aria dimessa e molto malvestito) all’edicola,
ove comprava Il Secolo d’Italia.
Riavere il
corpo di Benito

Oramai l’unica preoccupazione di Donna Rachele era
quella di riavere il corpo del suo defunto marito. Fece richiesta al
ministro degli Interni Scelba, il quale, da perfetto demo-“cristiano”,
rispose aspramente e scortesemente che il corpo non poteva esserle
restituito (p. 279). Anche il primo ministro Alcide De Gasperi,
nonostante che la richiesta fosse perorata da Sua Eccellenza mons.
Facchinetti, vescovo di Tripoli, negò la salma di Benito alla moglie e
ai figli (p. 280). Nel 1957 Andreotti e Adone Zoli, un romagnolo
divenuto primo ministro, dettero il consenso. Giunta al cimitero di
Predappio, Rachele si trovò faccia a faccia con l’ex questore di Roma
Vincenzo Agnesina, il quale era stato a fianco di Mussolini per venti
anni ed era stato il capo della sua scorta, ma il 25 luglio non aveva
mosso un dito per difenderlo e il 26 luglio 1943 era andato a Villa
Torlonia ad arrestare Buffarini-Guidi, che faceva compagnia a Donna
Rachele, lasciandola sola e in balìa di qualsiasi scalmanato che avrebbe
potuto ucciderla (p. 226). Agnesina era diventato poi questore di Milano
e, siccome la salma di Mussolini era stata portata da Milano a
Predappio, doveva essere presente per redigere il verbale di consegna
del cadavere. Egli, come se nulla fosse accaduto il 25-26 luglio, tese
la mano a Donna Rachele, la quale «incrociò le braccia e gli chiese: “E
allora?”» (p. 284). Il corpo di Mussolini era stato posto in una
cassa da imballaggio, simile ad un contenitore di frutta e verdura,
con cerchi di ferro e maniglie arrugginite. Rachele non crollò, come
temeva chi la accompagnava, ma ritrovò quella energia che sempre
riemergeva nei momenti più drammatici della sua dolorosissima vita.
Ella dette l’ordine di portare la cassa nella camera mortuaria. Agnesina
tentò di opporsi e di accelerare la procedura facendola trasportare
nella cappella della famiglia Mussolini, ove sarebbe bastato che Rachele
avesse firmato il verbale già stampato della consegna avvenuta, che
conteneva i ringraziamenti di Donna Rachele al governo italiano, per
averle riconsegnato il corpo di Benito… in una cassa da frutta. Ciò
non andava giù a Rachele, la quale esplose: «Io ringraziare il governo?
Per quale favore dovrei ringraziarlo? Per avermelo nascosto per dodici
anni? Per avermelo mandato così, in una cassa da imballaggio. Poi si
rivolse ad Agnesina: “Voglio che tu apra la cassa”» (p. 284). Il prof.
Cazzaniga, che teneva sotto il braccio un misterioso pacchetto,
contenente il cervello di Mussolini, il quale era stato studiato dai
neurologi italiani, che lo avevano trovato del tutto normale, ma al
quale era stato sottratto un pezzo dai medici americani per studiarlo
anche loro, dovette farsi forza e dare a Rachele il cervello del marito
in un barattolo di vetro. Per consolarla le rivelò che la Scienza
aveva trovato perfettamente sano e normale il cervello di Mussolini.
Rachele commenta: «Non dissi nulla. Cosa avrei potuto dire? Che
ringraziavo la Scienza? Dopo aver vissuto per trentasei anni accanto
a Benito, avevo forse bisogno di loro per sapere che mio marito non era
pazzo?» (p. 285). Quando aprirono la cassa lo spettacolo fu
impressionante e Donna Rachele coprì il corpo con un lenzuolo funebre
ricamato da lei stessa. Vincenzo Agnesina si sentì male e Rachele lo
apostrofò così: “Molti traditori si sentono male qua dentro” (p.
286); poi, quando lui cercò di biascicare qualche parola di circostanza
dicendo “Donna Rachele il suo è un doloroso destino”, lei gli
rispose: “No, è più tremendo il suo di destino, perché la mia
coscienza è tranquilla” (p. 287). Sempre nel 1957 Einaudi e De
Gasperi avevano disposto che tutto ciò che apparteneva a Rachele le
fosse restituito e così tornò, con Romano ed Anna Maria, a Villa Carpena
e vi rimase sino al 30 ottobre 1979 quando si spense serenamente.
Frattanto sua figlia Anna Maria era morta il 25 aprile del 1968 consunta
dalla poliomielite nella sua casa di viale Libia in Roma.
Bisogna
perdonare tutti, anche Badoglio
«Rachele in quegli anni di dolori, umiliazioni e
solitudine aveva imparato a perdonare, aveva compreso quanto
fosse importante alla fine riuscire a dimenticare le offese passate, a
superare il dolore ricevuto, a cancellare la rabbia, per poter vivere in
pace» (p. 296). L’unico che le suscitava ancora un certo fastidio nella
parte sensibile del suo animo era Dino Grandi. Per Claretta aveva solo
parole di pietà: “l’unica della quale Benito potesse veramente fidarsi”
(p. 292). Arrivò a perdonare anche Badoglio. Infatti una notte sognò suo
marito che «trasfigurato le diceva: “qui non ci sono rancori, Rachele”.
Lei rispose: “proprio per nessuno?”, lui confermò “per nessuno”, lei
insistette stupita: “neanche per Badoglio?”, “neppure per lui”» (p.
297). Siccome Rachele e anche Benito erano stati molto devoti di padre
Pio, a Rachele venne il desiderio di recarsi a S. Giovanni Rotondo per
chiedere al santo frate cappuccino se Benito si fosse salvato l’anima.
Giunta a destinazione chiese a padre Pio: «Che ne è di mio marito? Ha
salvato la sua anima?» e padre Pio le rispose: «Non ve lo ha già detto
in sogno? Alzatevi, pia donna, e andate in perfetta pace» (p. 299). Nel
1961 suor Elena Aiello ebbe una visione di Mussolini che le disse di
essersi salvato l’anima (p. 300).
Conclusione

Quale morale trarre da questa breve storia? 1°) La
forza d’animo di Rachele, che ha saputo sopportare e resistere nella
sventura dal 1943 al 1979. S. Tommaso d’Aquino insegna che la virtù di
forza consta di due parti: il sopportare le avversità (sustine) e
il sormontare gli ostacoli (aggredi). La parte più difficile è
quella di sopportare. Infatti il soldato che va all’assalto del nemico
ha bisogno di meno coraggio e forza d’animo di quello che deve attendere
per lungo tempo in trincea e respingere gli attacchi di un avversario
aggressivo e potente. Ora, mentre Benito, che ha sfondato nel 1919-22 ed
ha trionfato sino al 40, nella prova ha ceduto e si è lasciato andare,
Rachele invece ha lottato con tutte le sue forze sino alla sua morte.
2°) L’infanzia difficile non l’ha spezzata, ma l’ha temprata e le ha
dato la forza di ricominciare da zero ogni volta, senza restare mai
passiva o con le mani in mano. 3°) Fu riservata in pubblico, ma energica
in casa, ove faceva regnare l’ordine e per difendere la sua famiglia non
esitò a munirsi di pistola e bombe a mano. 4°) Non ha voluto né cercato
la gloria di questo mondo, anzi la temeva poiché sapeva che essa è
effimera e passeggera e può far male all’anima, se ci si monta la testa.
È sempre restata una semplice lavoratrice, arguta, intuitrice, né si è
mai lasciata abbindolare dall’alta società, ove spesso più si sale e più
il fetore aumenta. 5°) Ha sempre avuto e mantenuto un sincero e profondo
spirito cattolico, anche se fu tradita e delusa dalle alte sfere
clericali (il card. Schuster, la abbandonò nel dopo-guerra e Giovanni
XXIII, non volle riceverla in udienza privata per motivi “prudenziali” o
di opportunità politica, mentre ricevette il genero di Krusciov). Non ha
confuso la Chiesa
con gli uomini di Chiesa ed ha mantenuto la Fede, che ha saputo
trasmettere anche al marito. 6°) Totalmente priva di rispetto umano, del
falso culto della personalità, proprio dei traditori che osannavano in
pubblico il Duce e lo tradivano in segreto, Rachele lo amò come uomo,
nonostante le sue debolezze (“infondo era un pover’uomo”) e lo ha difeso
con le unghie e coi denti, come ogni brava moglie dovrebbe fare. 7°) La
tranquillità di una buona coscienza di madre e di sposa l’ha resa serena
e le ha dato la capacità non solo di sopportare, ma anche di perdonare
tutti sinceramente, col cuore, senza show pubblicitari. 8°) Dopo aver
riavuto il corpo del marito si è preoccupata di sapere se si fosse
salvato l’anima ricorrendo a padre Pio e quindi ha potuto rendere in
pace l’anima a Dio. Rachele è il vero “uomo forte” della Forza di
Dio, che dovrebbe essere presa ad esempio da tutti noi, per non
abbatterci nelle difficoltà e per non insuperbirci nelle buone riuscite
di questa breve e povera vita.
d. Curzio
Nitoglia