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●Per S. Tommaso l’“Essere
considerato in se stesso è infinito [ipsum esse absolute
consideratum infinitum est]” (Summa contra Gentiles, lib. 50, cap.
43); esso attua e perfeziona l’essenza, mentre l’essere per
partecipazione (sicut actus essendi) è atto ultimo che fa uscire le
essenze (atto primo, ordinato all’atto ultimo come la potenza
all’atto) fuori dal nulla e dalla loro causa (“educere extra nihilo
et extra causas”) così che esse esistono (fatto di esistere,
composto di “ex” [da] + “sistere” [uscir fuori]). Onde l’essere è
atto ultimo, che realizza l’essenza e la rende realmente ed
attualmente esistente, facendola ex-sistere o “uscir fuori da” il
nulla o il non-essere e le sue cause. Quindi, l’essere (atto di
essere) è il principio o causa dell’ente esistente realmente, e
l’esistenza è il risultato, effetto o termine dell’essere come atto
ultimo, che attua ultimamente l’essenza, la quale è in atto solo
“inizialmente” (atto primo) rispetto all’essere ultimativo (atto
ultimo). Come si vede, per S. Tommaso l’essere è più nobile
dell’esistenza, che è un suo effetto o risultato, ed anche
dell’essenza, che, pur essendo in atto primo, in sé è in potenza
rispetto all’atto ultimo o essere. Onde l’analogia di rapporti tra
materia/forma, potenza/atto di Aristotele è arricchita da S. Tommaso
con il rapporto tra essenza/essere, che è la grande scoperta della
metafisica tomistica, la quale sarà negata da Scoto e Suarez, che
apriranno così - anche se inizialmente e timidamente - le porte alla
filosofia moderna che va da Cartesio ad Hegel (“parvus error in
principio fit magnus in termino”).
●L’essere è l’elemento più intimo che
penetra un’essenza e la fa esistere. Onde l’essere è la massima
perfezione, fonte di ogni perfezione, atto ultimo, che perfeziona
ogni essenza; tra tutte le cose l’essere è la più perfetta, atto
ultimo di tutti gli atti primi, atto della forma e dell’essenza.
Questo è il cuore del tomismo genuino e originario, a differenza
della scolastica decadente di Scoto (+ 1308) e Suarez (+ 1617), i
quali negano la distinzione reale tra essenza ed essere, potenza e
atto.
●S. Tommaso impiega il
termine existentia nelle opere giovanili (De Ver,.q. 1, a. 2, ad 3;
S. c. Gent., IV, c. 29, n. 3655) per significare che qualcosa
appartiene al mondo reale, oggettivo, esterno e quindi per escludere
che si tratti solo di un ente logico ossia di un’idea. Perciò
l’Angelico non dà al termine existentia il senso forte di actus
essendi, ma il senso debole di realtà di fatto di qualche ente, che
esiste in re e non in intellectu. Mentre il termine ‘essere’ è una
perfezione piena che racchiude e ultima tutte le altre perfezioni:
“Ipsum esse est perfectissimum omnium; ipsum esse est actualitas
omnium rerum et etiam ipsarum formarum” (S. Th., I, q. 4, a. 1, ad
3); “Esse est actualitas omnium actuumm et propter hoc est perfectio
omnium perfectionum” (De Pot., q. 7, a. 2, ad 9). L’ente è
“id quod habet esse” (I Sent., d. 37, q. 1, a. 1, sol.) o “id quod
participat esse” (S. Th., I, q. 4, a. 2, ad 3). Vi è
quindi una distinzione reale tra esse ut actus ultimus omnium
formarum e existentia come fatto di uscire fuori dal nulla e dalla
sua causa. Siccome l’ens est essentia habens esse, l’essere attua
l’essenza che è in atto in sé ma in potenza verso l’essere o atto
ultimo, il quale attuando l’essenza, la fa diventare ente esistente
realmente. L’Angelico insegna che «l’essenza, prima di avere l’atto
di essere, non esiste ancora» (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2) e che «è
necessario che l’atto stesso di essere stia all’essenza, la quale è
realmente distinta da esso, come l’atto alla potenza» (S. Th., I, q.
3, a. 4. Cf. De spir. Creat., a. 1). L’ente è composizione fra
essere per partecipazione (atto) ed essenza (potenza per rapporto
all’essere). Insomma “esse est perfectio existentis” (S. Th., I, q.
14, a. 4), ossia “esse est actualitas essentiae vel substantiae” (S.
Th., I, q. 54, a. 1; ivi, q. 79, a. 1).
Ens est essentia habens esse
●Padre Edouardus Hugon nel Cursus
philosophiae thomisticae, Paris, Lethielleux, 1935, vol.
III, Metaph. ontologica, tratt. 1, q. 1, p. 248
scrive: “Existentia est subiectum quod esse recipit. […] Existentia
importat solam capacitatem ad essendum; id quo essentia ponitur in
actuali exercitio essendi dicitur esse. Est ergo esse ultima
actualitas, seu actus quo aliquid denominatur formaliter existens
[…]; existentia est id quo res a statu possibilitatis exit et in
statu realitatis reponitur. Esse frequentius a Modernis
dicitur existentia; S. Thomas et veteres a voce existentiae potius
se abstinent. Existere importat processione ex
aliqua causa. Esse designat actum essendi”. Insomma tra essere ed
esistere vi è la differenza che intercorre tra causa ed effetto.
L’ente in quanto ente
●Per Aristotele l’ens ut
sic è un’essenza o sostanza che sussiste in sé. Onde la sostanza o
essenza per Aristotele è ente in senso pieno poiché, “per se”
sussistente, sostiene gli accidenti, che sono in alio. Per S.
Tommaso, invece, la sostanza è ente per sé, ma in essa, l’essere non
è l’essenza dalla quale è realmente distinto in quanto la perfeziona
ultimamente. La metafisica tomistica non si ferma (come per
Aristotele) all’atto primo o essenza, ma studia l’ente in quanto
ente o portatore dell’atto di essere. Essa - quindi - risale
all’atto ultimo o essere per partecipazione e creaturale, che
attuando l’essenza, la fa esistere come ente reale o essenza
realmente esistente, per cui la metafisica tomistica non studia
l’ente in quanto ente solo come sostanza, ma come essere creaturale
(e dipendente dall’Esse infinito o Aseitas, che è distinto da ogni
ente ab Alio), il quale attua l’essenza e la fa diventare realmente
ente in atto. Per l’Angelico ciò che costituisce ultimamente l’ente
in quanto ente è l’essere, poiché la sostanza o essenza per esistere
deve ricevere l’essere, che l’attua ultimamente e definitivamente.
Onde solo l’essenza o sostanza più l’essere danno l’ente e il
costitutivo formale di ente in quanto tale o in quanto ente è
l’essere (atto ultimo) e non la sola essenza (atto primo). Inoltre
dall’essere creaturale per partecipazione, atto ultimo di ogni
essenza, S. Tommaso risale all’Essere per essenza che dà alle
creature una parte del suo Essere unicamente per sua libera volontà.
Egli è “Lo stesso Essere per sé sussistente” (Ipsum Esse per se
subsistens) o Aseitas. L’essere per partecipazione riceve in maniera
limitata una perfezione dell’Essere di Dio, che è infinito. Onde il
mondo (effetto) riceve dalla Causa prima incausata (Dio) qualcosa, e
possiede solo una perfezione finita e limitata dipendente
dall’Essere infinito e increato di Dio. L’ente tomistico dice la
totalità di una res, non una sua parte (ad esempio solo l’essenza,
come per Aristotele), onde ente connota il suo rapporto primo con
l’essenza e il suo rapporto ultimo o terminativo e completivo con
l’essere (“quod habet esse”). Onde “ens non dicit [tantum]
quidditatem, sed solum [principaliter et proprie] actum essendi” (I
Sent., dist. 8, q. 4, a. 2, sol.).
●Ogni ente possiede in
modo limitato la perfezione dell’essere dall’essenza che riceve
l’essere. L’ens è una res o sostanza, che è composta da due princìpi
realmente e concretamente diversi e distinti: l’essere per
partecipazione, che è l’atto, e l’essenza come atto primo ma in
potenza all’essere creaturale o atto ultimo. Ente (o “avente
l’essere”) è participio presente del verbo essere ossia “habens
esse” o esistente in atto, cioè esso ha o riceve l’essere in maniera
finita e limitata dalla essenza nella quale l’essere è ricevuto.
a) “Ente comune”
●È l’ente generico,
indeterminato, che è il concetto più astratto e universale di tutti;
può essere tutto in quanto è aperto a tutte le specificazioni; è
universale e senza aggiunte, anche se non le esclude, anzi vi è
aperto. L’ente comune è il primo oggetto del nostro intelletto,
indeterminato ma determinabile in potenza. Ce lo formiamo per
astrazione “in senso largo” a partire dalle cose singole sensibili;
per esempio, vedo Antonio e capisco che è un’essenza umana avente
l’essere o esistente in atto. Ente è un concetto in sé comune o
indeterminato, ma che è aperto in potenza a delle aggiunte,
determinazioni o specificazioni, passando dall’ente comune o
indeterminato all’ente proprio o determinato per esempio: ente
minerale, vegetale, animale, umano, angelico o divino.
b) “Ente proprio” o divino
●È l’Ente per essenza,
increato, singolarissimo, di natura divina, proprio di un solo Ente
che è l’Ens a Se, determinato e determinante, non determinabile, non
misto di potenza e atto, ma Atto puro da ogni potenza. Intensità
massima e infinita di realtà che racchiude ogni perfezione.
Tomisticamente dall’ente comune si risale all’ente proprio o l’Ipsum
Ens per se subsistens, che è per essenza o Atto puro, essenzialmente
distinto dall’ente comune, come il Trascendente dall’immanente, il
Creatore dalla creatura.
L’essenza
●L’“essenza” è ciò per cui
una cosa è quello che è. Essa è chiamata anche “quiddità” (“seu,
‘quid sit’ res”) e S. Tommaso spiega che la “quidditas […], antequam
esse habeat, nihil est” (De potentia, q. 3, a. 5, ad 2.). Essa
riceve, limita e specifica l’essere, come la materia limita e
individua l’essenza. Infatti l’essere comune può esser tutto (dal
minerale a Dio): sarà uomo, angelo o bestia a seconda dell’essenza
(umana, angelica o animale) che lo riceverà, mentre la Forma anima
umana sarà Antonio, Marco o Giovanni a seconda della materia o
“principio d’individuazione” (di Antonio, Marco o Giovanni), che
informerà. L’essenza è la ragione che distingue ente ed essere:
infatti a seconda di quale essenza (umana, angelica o animale)
riceverà l’essere si avrà tale o tale altro ente (uomo, angelo o
animale). Le cose o enti concreti, non si distinguono gli uni dagli
altri a causa dell’essere, che è comune a tutti (dal minerale a
Dio), ma poiché l’essere è ricevuto da essenze diverse (essenza
angelica
à
Angelo; essenza umana → uomo).
Conclusione
●La distinzione reale 1)
tra forma e materia, 2) tra atto e potenza, 3) tra essere ed essenza
è il cuore della vera filosofia tomistica, come ha insegnato anche
il magistero della Chiesa nella promulgazione (1914) e nell’invito a
seguire (1916/17) le XXIV Tesi del Tomismo. Ora in questo trinomio
il principio più importante e radicale è la distinzione tra essenza
ed essere, la quale supera sia Platone che Aristotele. Oltre
l’essere c’è il nulla. È per questo che la filosofia moderna, la
quale ha rimpiazzato l’essere con l’Idea, è stata fagocitata dalla
filosofia contemporanea e post-moderna, la quale ha rifiutato l’Idea
per il nulla.
●Il nichilismo filosofico,
che vuol distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo
gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo
etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per
essenza (nichilismo metafisico), tende a trasformare l’uomo in una
larva o “pecora matta” (Dante) che galleggia sul nulla per esserne
ben presto ingoiato. L’epoca attuale è caratterizzata da un grande
vuoto interiore dell’uomo, vuoto di concetti, giudizi e ragionamenti
razionali, di valori morali e dell’Essere stesso per essenza, che è
Dio: l’uomo attuale vive come se Dio non esistesse, non ha neppure
il “credo” ateo, ma solo l’indifferenza e l’apatia.
●Tuttavia la post-modernità o rivoluzione
nichilistica, non ostante il suo apparente trionfo, è votata allo
scacco. Infatti essa è soltanto contro qualcosa (contro Dio, contro
l’essere partecipato-creaturale, contro la logica, contro la
morale), non ha un progetto positivo, un qualcosa in cui credere e
per cui battersi, le manca un pro. Ora “omne agens agit propter
finem” e il Fine non può essere il nulla, poiché esso porterebbe al
suicidio. Non si può vivere solo “contro” o “senza” (Dio, Patria,
famiglia, ragione e morale); tale via e vita porta immancabilmente
alla morte senza speranza di resurrezione. Correttamente Engels
aveva scritto: “tutto ciò che esiste merita di morire”.
Infatti, se esiste solo la materia e questa per definizione è
corruttibile e mortale, l’esito di tale filosofia è la morte senza
speranza di vita ultra terrena, ed è questa la disperazione e il
fallimento intrinseci alla post-modernità. Come si può fondare una
“religione” su ciò che soffre e muore per sua stessa costituzione
intrinseca? È impossibile, tranne qualche istante di “piacere”
puramente materiale e sensibile, il resto è “nulla”.
Ma “ex nihilo nihil fit”. Non si può costruire qualcosa sul nulla e
col nulla.
●Di fronte a questo
nemico, che è essenzialmente ammalato di irrealismo e nichilismo,
occorre ritornare alla realtà e all’essere. Non è il soggetto
pensante che crea la realtà, ma è il pensiero dell’uomo che deve
conformarsi ad essa. Vi è un Ente che è l’Essere per la sua stessa
Essenza: Egli è Dio, infinito e creatore del mondo, distinto e
trascendente. L’uomo è una sua creatura, limitata, finita con tutti
i difetti e le deficienze dell’ente finito. L’uomo non è dotato di
solo intelletto per conoscere la realtà, ma pure di volontà per
agire virtuosamente, sia individualmente sia assieme ad altri o
socialmente. Nulla di meno tomista del “puro intellettualismo”. Se
non ritroviamo questi princìpi, siamo votati al fallimento, che sta
sperimentando la nostra epoca, una delle più buie della storia
umana.
d. Curzio Nitoglia
1 dicembre 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/essere_esistere_tomistica.htm
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