|

●“L’eresia
da individuale, col laicismo liberale, diventa sociale e politica”
(M. Ayuso).
●“Dalla
forma data alla Società, a seconda che sia in accordo o no con le
Leggi divine, dipende il bene o il male delle anime. Dinanzi a
questa considerazione e previsione, come potrebbe, essere lecito per
la Chiesa […], rimanere spettatrice
indifferente davanti ai pericoli a cui vanno incontro i suoi figli,
tacere o fingere di non vedere situazioni che […], rendono
difficile o praticamente impossibile una condotta di vita
cristiana?” (Pio XII,
Radiomessaggio “La solennità”,
Pentecoste 1941).

Prologo
Miguel Ayuso,
professore di ‘Diritto costituzionale’ all’Università Comillas di
Madrid, ‘Presidente dell’Unione Internazionale dei Giuristi
Cattolici’, ha scritto nel 2008 un libro molto interessante sui
rapporti tra Stato e Chiesa, tradotto in italiano dalle “Edizioni
Scientifiche Italiane” di Napoli nel 2010, con il titolo
La costituzione
cristiana degli Stati.
Nel suo
libro il celebre giurista prende in considerazione anche il tema
della “libertà religiosa” così come è stato affrontato dal Decreto
Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II e lo confronta
con l’insegnamento del ‘Diritto Pubblico Ecclesiastico’, mettendo in
luce le diversità tra la dottrina tradizionale e
l’insegnamento pastorale del Vaticano II da un punto di vista
scientificamente giuridico.
Breve excursus dei
rapporti tra Stato e Chiesa
●Nell’Antichità
Pagana non era neppure concepibile l’idea della separazione
tra potere temporale e spirituale. La sfera politica e quella
religiosa si identificavano. La religione era considerata una virtù
sociale o politica, mentre l’empietà era, oltre che un peccato,
anche un crimine politico assai grave, poiché l’unità della Città si
basava sul principio della pietà verso la Divinità.
●Il
Cristianesimo ha
sempre insegnato la dipendenza della Società civile da quella
religiosa e a partire da Costantino ha orientato anche in pratica il
bene comune temporale verso quello spirituale e soprannaturale.
Questi due poteri sono distinti (a differenza che nel paganesimo),
ma non separati (a differenza che nel laicismo).
●A
Partire Dalla Rivoluzione Francese si giunge alla neutralità
o separazione tra Stato e Chiesa, che va dall’indifferenza alla
persecuzione. È l’epoca della secolarizzazione o del laicismo, che
hanno cercato di abbattere indirettamente la Fede cristiana
attaccando direttamente la Cristianità o la costituzione cristiana
degli Stati europei.
In quest’epoca si è cercato di distruggere l’ordine naturale e
divino mediante la Rivoluzione o sovvertimento dei rapporti tra
temporale e spirituale, natura e grazia, ragione e fede. In parte si
è riusciti nell’intento scristianizzando la Società civile mediante
le idee e le istituzioni politiche. L’eresia da individuale, col
laicismo liberale, diventa sociale e politica.
La Rivoluzione è una dottrina sociale o politica, che vuole
fondare la Società civile non su Dio, ma sull’Uomo. La
Contro-Rivoluzione è la dottrina politica che fonda lo Stato su Dio
e la sua Legge.
Ora “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.
Quindi se la Rivoluzione ha “eretizzato” socialmente, la
Contro-Rivoluzione deve porre un rimedio non solo individuale ma
sociale e politico all’eresia sociale che è il laicismo liberale. Se
la Rivoluzione vuole annientare la Cristianità o lo Stato cristiano
per poi distruggere la Fede stessa, la Contro-Rivoluzione (che non è
una Rivoluzione di segno contrario, ma è il contrario per
diametrum della Rivoluzione) vuole restaurare la civiltà
cristiana, ossia la morale sociale cristiana come è stata insegnata
dalla Tradizione apostolica e poi iscritta nelle costituzioni civili
a partire da Costantino.
●Il
Magistero della Chiesa viene citato da Ayuso per dimostrare
quanto su esposto. Pio VI nell’Allocuzione al Concistoro del
9 marzo 1789 condanna le libertà moderne e nell’enciclica
Adeo nota del 1791 condanna la “Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino”.
Gregorio XVI nell’enciclica Mirari vos del 1832
condanna il cattolicesimo liberale.
Leone XIII
nell’enciclica Diuturnum illud del 1881, nella Immortale
Dei del 1885, nella Libertas del 1888 e infine nella
Annum ingressi del 1902 espone la dottrina cattolica sui
rapporti tra Stato e Chiesa e condanna ogni dottrina separazionista
dei due poteri. San Pio X
nell’enciclica Vehementer del 1906 e nella Notre
charge apostolique del 1910 condanna la separazione tra potere
temporale e spirituale e il modernismo politico o “Democrazia
Cristiana”. Pio XI
nella Quas primas del 1925 parla della Regalità sociale o
politica di Cristo e condanna il laicismo. Infine
Pio XII nell’enciclica
Summi Pontificatus del 1939, nel Radiomessaggio Benignitas
et humanitas del 1944 e nel Discorso ai Giuristi cattolici
italiani del 1953 continua lo stesso insegnamento di unione e
subordinazione tra i due poteri e di condanna della loro separazione.
Questione sociale,
politica e morale cattolica
●La
Questione Sociale (ossia il rapporto tra operai e datori di
lavoro) non è solamente economico-finanziaria, ma soprattutto
morale e religiosa. Infatti, per
Aristotele e
S. Tommaso, l’economia è la virtù di prudenza
applicata alla famiglia; (diversa dall’affaristica, crematistica
o finanziaria, che è l’arte di arricchirsi) e la politica
è la virtù di prudenza applicata alla Società civile. Per risolvere
il conflitto, che è sorto nell’Ottocento tra operai e padroni -
secondo il Magistero - non basta una risposta puramente finanziaria
o di salario, ma occorre risalire più a monte e vedere la questione
alla luce della Morale e della Fede. Il problema operaio - secondo
Leone XIII nell’encicliche Rerum novarum del 1891,
Permoti nos del 1895 e Graves de communi re del 1901 - si
risolve soprattutto con la virtù di Carità e di Giustizia e poi con
il giusto salario. Leone XIII
nell’enciclica Rerum novarum spiega benissimo che la
“brama di novità” o la “rerum novarum cupiditas” dal
campo politico (liberalismo) ha tracimato in quello
economico-finanziario (liberismo/socialismo). Quindi, per
risolvere e confutare il problema liberista e social-comunista
(primato dell’economia o affaristica, materialismo storico), bisogna
prima rispondere all’errore liberale (primato della libertà come
Fine assoluto e non come mezzo per cogliere il Fine). Il Papa mostra
il legame che c’è tra Rivoluzione religioso-dogmatica e
Rivoluzione morale, poiché la Morale è la Fede praticata e
vissuta (“agere sequitur esse”), e poi tra Rivoluzione
politica, che è l’eresia dogmatica e morale trasferita dal
livello individuale al campo sociale, e Rivoluzione
economico-finanziaria.
“Dopo l’eresia individuale viene la Rivoluzione sociale o politica e
dopo la Rivoluzione è il turno del boia” (Donoso
Cortès, Saggio sul Cattolicesimo, il Liberalismo e il
Socialismo).
●Miguel Ayuso
ha capito perfettamente il carattere di contestazione della
modernità del Magistero ecclesiastico dell’Otto-Novecento. La Chiesa
ha affrontato i temi di carattere politico (liberalismo), culturale
(tomismo/modernismo), economico-finanziario (social-comunismo),
offrendo una dottrina completa e organica sulla Regalità sociale
oltre che individuale, temporale oltre che spirituale, di
Cristo già su questa terra, oltre che in Paradiso.
La rottura o
Rivoluzione del Vaticano II
●Se
La Modernità è la Rivoluzione filosofica, dogmatica, morale,
politica ed economica (modernismo, liberalismo, liberismo,
socialismo), la dottrina cattolica tradizionale è la
Contro-modernità o Contro-Rivoluzione. Purtroppo con il Concilio
Vaticano II si è “dimenticato con disinvoltura questa Tradizione.
[…]. Oblio accompagnato molte volte da disprezzo”.
La causa di tale rottura con la Tradizione apostolica in materia di
dottrina sociale Miguel Ayuso
la trova nella “fase di conformismo [conciliare e
postconciliare] rispetto alla modernità”.
Si badi bene: “modernità” significa pensiero filosofico moderno
soggettivista e relativista, che va da Cartesio a Hegel, e non
significa “farsi capire dall’uomo di oggi”, il che è del tutto
legittimo e normale, ma totalmente differente dall’ accondiscendenza
ecclesiastico-pastorale verso la “modernità”. La Chiesa aveva
contestato e confutato la modernità con il Magistero tradizionale
del secolo XIX-XX, rifacendosi alla dottrina che inizia da papa
Gelasio I. Purtroppo con la Dichiarazione su “La Libertà religiosa”
o Dignitatis humanae si è capovolta o “rivoluzionata” la
dottrina da dommatica in pastorale e si è spinto i “cattolici a
conformarsi alla modernità […] e ad uscire dal ghetto in cui la
Chiesa tradizionale li aveva rinchiusi”,
contravvenendo il motto di S.
Paolo: “Nolite conformari huic saeculo!”.
Il Magistero
tradizionale contrasta la modernità
●La conclusione che tira
Miguel Ayuso è che, se
il Magistero costante e tradizionale della Chiesa ha contestato e
confutato la modernità soggettivistica e relativistica (liberalismo,
modernismo, liberismo e social-comunismo), l’insegnamento pastorale
del Vaticano II è arrivato addirittura alla “rinuncia della
tradizionale dottrina politica – basata sulla costituzione
cristiana degli Stati – […] [e si è rivelato] incapace di
delineare una nuova strategia”,
ossia non solo ha abbandonato la dottrina sociale tradizionale sui
rapporti tra Stato e Chiesa, ma non è riuscito neppure a proporre
un’alternativa filosofico-politica adeguata all’insorgere del nuovo
laicismo, sempre più radicale e parossistico.
Il Vaticano II si è
arreso alla modernità
●Ci
Si È Arresi Di Fronte Alla Modernità e post-modernità, senza
colpo ferire, sperando di non essere perseguitati e lasciati in
pace, non si è voluto opporre una resistenza dottrinale (filosofica
e teologica) al mondo contemporaneo e si è taciuto e quindi fuggito
davanti al lupo, venuto a sbranare il gregge, sperando di essere
risparmiati, come il mercenario e il cattivo-pastore del Vangelo, il
quale “tradisce le pecorelle non solo fuggendo, ma anche tacendo”
(San Gregorio Magno).
La tattica ‘a-pastorale’ di non condannare, disapprovare e criticare
l’errore, equivale all’atteggiamento del mercenario, che tace quando
vede il lupo venire invece di gridare ed allertare il suo gregge. È
per questo motivo che non solo dottrinalmente vi è rottura tra
insegnamento pastorale e non infallibile del Vaticano II e
Tradizione apostolica, ma pure pastoralmente, ossia nel calare la
dottrina e i princìpi nel caso pratico e nel modo di agire, il
Vaticano II si è rivelato un immenso fallimento, poiché invece di
avvisare che un pericolo incombeva negli anni Sessanta sulla
Cristianità e la Fede cattolica (si pensi al comunismo e al
Sessantotto) ha voluto tacere per non fare “il profeta di sventura”,
e, analogamente nel post-concilio più recente (2005-2011) non si è
messo in guardia il gregge contro il pericolo del
teo-conservatorismo, del catto-liberalismo, del giudeo-cristianesimo
e dell’ateismo-devoto, i quali stanno facendo oggi strage anche di
quel “piccolo gregge”, che aveva resistito al modernismo e
neo-modernismo. È evidente a tutti che per insegnare la verità (per
esempio 1+1=2) non si può approvare l’errore (per es. 1+1=3) e
quindi non si può non condannare.
●Combattere
E Promuovere. Il professor Ayuso commenta: “Si tratta non
solo di combattere ciò che è socialmente nocivo in relazione
all’influsso che esercita sulle anime, ma altresì di promuovere
ciò che è socialmente benefico, in virtù del suo valore
intrinseco”.
Infatti non si può essere solamente “contro” o limitarsi alla
pars destruens o negativa, ma occorre anche proporre qualcosa “pro”,
ossia di positivo.
Non si può tacere,
altrimenti “lo grideranno le pietre”
●Pio XII
aveva previsto questo pericolo e lo aveva denunciato già nel 1941: “Dalla
forma data alla Società, a seconda che sia in accordo o no con le
Leggi divine, dipende il bene o il male delle anime. Dinanzi a
questa considerazione e previsione, come potrebbe, essere lecito per
la Chiesa […], rimanere spettatrice indifferente davanti ai
pericoli a cui vanno incontro i suoi figli, tacere o fingere di non
vedere situazioni che […], rendono difficile o praticamente
impossibile una condotta di vita cristiana?”
(Radiomessaggio “La solennità”,
Pentecoste 1941). Non si può tacere o far finta di non vedere il
pericolo di una situazione la quale rende difficile vivere
cristianamente. Ora la “libertà delle false religioni”, l’abbandono
dell’ideale dello Stato cattolico o della Regalità sociale di
Cristo, sanciti dal Concilio Vaticano II sono esattamente una
situazione o un modo di vita, che rende praticamente impossibile
la pratica cristiana. Gli uomini di Chiesa sono caduti in una
sorta di “sordo-mutismo” per cui fan finta di non aver sentito in
modo di non dover parlare. Non si può rimanere spettatori
indifferenti, che guardano e non gridano: “al lupo, aiuto, pericolo,
attenzione!”. Sarebbe accettare praticamente ed implicitamente,
anche se non esplicitamente e per principio, l’errore e il male,
ossia la negazione pratica del primo principio per sé noto della
morale: “malum vitandum, bonum faciendum”. Ora chi nega i
princìpi per sé noti non è scusabile per ignoranza invincibile,
poiché essi sono evidenti a tutti, si mostrano e non si dimostrano.
Siccome gli uomini di Chiesa oggi tacciono questa verità sociale,
essa - come ha detto Gesù - è “gridata dalle pietre”, ossia dai
monumenti del passato, i quali testimoniano una verità storica: “Vi
fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati” (Leone
XIII, Immortale Dei, 1885). Quale tremenda
responsabilità non aver voluto condannare l’errore, non aver voluto
mettere in guardia la Cristianità e i fedeli cristiani contro il
pericolo. Non avendolo “disapprovato” o condannato, implicitamente
lo si è approvato. “Un Papa buono non è un buon Papa”
diceva padre Innocenzo Colosio. “Il medico pietoso fa la piaga
cancrenosa”, recita il proverbio popolare. L’eccesso di “bontà” può
diventare la massima crudeltà (“summa bonarietas, summa
malvagitas”).
●Pars
Destruens et Construens. Miguel Ayuso spiega egregiamente che “la Chiesa non opera in
politica soltanto ‘negativamente’, mediante condanne […], ma
interviene altresì positivamente, dichiarando quali sono i
princìpi che devono presiedere all’organizzazione di una comunità”.
La neutralità, il pluralismo o l’indifferenza dello Stato in materia
religiosa non sono princìpi conformi alla Tradizione apostolica sui
rapporti Stato-Chiesa così come è insegnata dalla S. Scrittura, dai
Padri ecclesiastici del IV secolo e dal Magistero, a partire da papa
Gelasio I (496) sino a
Pio XII (1958).
La Cristianità è già
esistita e non va inventata
●San Pio X
ha insegnato formalmente - riprendendo il Magistero tradizionale di
suoi predecessori, continuato poi dai suoi successori sino a
Pio XII – che “la
Civiltà cristiana non deve essere inventata, né la Città deve essere
costruita sopra le nuvole. Essa è esistita ed esiste; è la Civiltà
cristiana, è la Città cattolica. Non si tratta che di instaurarla o
stabilirla, e restaurarla o ristabilirla, incessantemente, sulle
fondamenta naturali e divine, contro gli attacchi sempre nuovi
dell’utopia malsana, della rivoluzione e dell’empietà: omnia
istaurare in Cristo” (Notre charge apostolique, 1910). La
soluzione del problema politico (rapporti tra Stato e Chiesa) e
sociale (rapporti tra mondo del lavoro e capitale) è semplicissima,
perché non c’è nulla da inventare, basta instaurare o fondare
una Polis o Civitas cattolica, basata sulla Legge
divina e naturale nei luoghi ove non abbia ancora iniziato ad
esistere e restaurarla o ripararla là ove c’era già, ma è
stata assaltata dalla Rivoluzione, che vuol separare lo Stato dalla
Chiesa, gli operai dai padroni, la giustizia dalla carità,
l’economia dalla morale, distruggendo così la Civitas christiana.
Sino al Sessantotto c’erano ancora vestigia, tracce o “rovine” di
questa Civiltà cristiana, (che era stata solo ferita, anche se
gravemente) e bastava restaurarne le “rovine” come si fa con le
opere d’arte dei secoli passati. Oggi essa è stata annichilata o
colpita a morte dall’assalto della rivoluzione giudaico-massonica,
che ha invaso anche l’ambiente ecclesiale, come ha denunciato
Paolo VI stesso: “il
fumo di Satana è penetrato nella Chiesa di Dio”. Perciò adesso anche
in Europa (la culla della Cristianità) occorre non più restaurare
la Civiltà cristiana, ma addirittura instaurarla, però sempre
sugli stessi fondamenti (Legge eterna e naturale) e princìpi
(cooperazione di subordinazione o gerarchizzazione del temporale
allo spirituale).
●La
Nuova Cristianità. Non bisogna inventare la “nuova
cristianità” come hanno fatto Maritain (Umanesimo integrale,
1936)
e Dignitatis humanae (1965), costruendola sulle “nuvole”
della dottrina liberale e laicista della separazione tra Stato e
Chiesa. Leone XIII già
prima di papa Sarto aveva scritto: “Ci fu un tempo in cui la
filosofia del Vangelo governava gli Stati” (Immortale Dei,
1885). Questa è la dottrina sociale sostanzialmente immutabile della
Chiesa: lo Stato fondato sulla Legge naturale e divina e diretto dai
princìpi della retta filosofia e della Rivelazione soprannaturale,
in cooperazione di subordinazione gerarchizzata con il potere
spirituale. Vi possono essere delle sfumature accidentali in questa
dottrina (plenitudo potestatis oppure potestas indirecta
in temporalibus ratione peccati), ma non essenziali (libertà
delle false religioni messe sullo stesso piano dell’unica vera
Religione, e indifferenza religiosa della Società civile o
separazione tra Stato e Chiesa).
La nuova Cristianità
maritainiana e conciliare
●Il
Concilio Vaticano II. Purtroppo nella Dichiarazione
Dignitatis humanae si riscontra una frattura, una mutazione
sostanziale, con la dottrina tradizionale contenuta nella S.
Scrittura e nella Tradizione apostolica (che sono le due fonti della
Rivelazione), sotto la guida del Magistero costante della Chiesa (da
papa Gelasio I a Pio XII). Papa Pacelli ha detto di questo
insegnamento sui rapporti tra Stato e Chiesa che “è
definitivamente stabilito quanto ai suoi punti fondamentali, è
sufficientemente ampio per essere adattato alle molteplici
vicissitudini dei popoli, purché ciò non avvenga a scapito dei
suoi princìpi immutabili e permanenti. […]. Esso è in ogni
aspetto obbligatorio. Né ci si può allontanare da esso senza
pericolo per la Fede e l’ordine morale” (Discorso al
Congresso dell’Azione Cattolica Italiana, 29 aprile 1945).
●Rottura
e Non Continuità. È proprio ciò che ha fatto Dignitatis
humanae. Ora, se l’insegnamento pastorale del Vaticano II
discorda da quello dogmatico costante ed infallibile della
Chiesa, deve essere cambiato e reso conforme alla Tradizione
apostolica. Specialmente oggi, di fronte all’assalto finale del
laicismo aggressivo e di quello mascherato da teo-conservatorismo,
bisogna ritornare alla Tradizione apostolica e innanzi tutto
riproporre la dottrina della cooperazione subordinata tra
Stato e Chiesa per poi cercare di lavorare praticamente
alla restaurazione delle condizioni affinché possa rinascere la
Civiltà cristiana, permettendo agli uomini singoli, alle famiglie e
ai corpi intermedi di realizzare facilmente le loro finalità
prossime ordinate al Fine ultimo soprannaturale. La Civiltà
cristiana non deve essere inventata ex novo, ma oramai
instaurata, poiché purtroppo non c’è più nulla da restaurare. La
post-modernità e il post-concilio hanno distrutto le vestigia, le
rovine o i ruderi della Cristianità che ancora restavano.
La Chiesa non può
non fare “politica”
●L’Uomo
È Un Animale naturalmente Socievole. Da ciò la necessità di
insegnare, oggi più che mai, la dottrina sociale della Chiesa e di
non rinchiudersi nelle sacrestie, come volevano i cattolici
liberali, mascherando tale cedimento al cattolicesimo liberale sotto
una maschera di eccessivo spiritualismo o angelismo disincarnato, il
cui motto è “non bisogna fare politica!”. Invece la realtà, e quindi
la verità, è che l’uomo è composto di anima e di corpo, che è
un animale razionale e anche sociale ossia politico, fatto
per vivere in Societas o in Polis, e non è un angelo,
un ente disincarnato o un monaco, che vive isolato. I monaci sono
casi “eccezionali” ed “eroici” che confermano la regola.
●Il
Pericolo Dell’Angelismo O Dello Spiritualismo Esagerato.
L’errore dei conservatori e di alcuni “tradizionalisti” cattolici
attuali è quello di eliminare l’elemento sociale dalla natura umana,
che invece è stata creata da Dio naturalmente socievole (Aristotele,
Politica, VI;
San Tommaso D’Aquino, De regimine principum, lib. I,
cap. 14), e di voler rendere l’uomo un singolo individuo (come il
liberalismo individualista) senza spazio sociale e politico, per
indirizzarlo, con una spinta puramente naturale (anche se viene dal
prete, che resta sempre un uomo anche se consacrato e non è Dio, ma
solo uno strumento di Dio per aiutare i fedeli a fare la Volontà di
Dio, che non necessariamente è quella del sacerdote) verso una vita
consacrata alla quale invece chiama solo Dio e nella quale si
persevera solo con l’aiuto di Dio. “Non siete voi che avete scelto
Me, ma sono Io che ho scelto voi” ha detto Gesù nel Vangelo ai Suoi
Apostoli. La vocazione è un consiglio e non un precetto e non si può
obbligare a seguire un consiglio sotto pena di peccato.
Occorre contestare, confutare e contrastare il laicismo, in teoria e
in pratica, rovesciare tale modo di vita sovversivo e rivoluzionato,
fare la storia piuttosto che subirla passivamente e tentare di
creare le condizioni di un vivere sociale, che faciliti quello
spirituale. Come “la Grazia presuppone la natura, la perfeziona, e
non la distrugge” (San Tommaso), così la Fede presuppone l’umanità
civilizzata,
la perfeziona, la mantiene in vita e non la deve distruggere.
Parimenti la vocazione sacra presuppone la vita familiare, sociale e
politica, la perfeziona e non la deve annientare. Se non vi fosse
una società familiare, non vi potrebbe essere un “chiamato” e, se la
Società civile invece di aiutare l’individuo e la famiglia a
cogliere il proprio Fine, li ostacolasse, i “vocati” sarebbero molto
di meno. È per questo che occorre “dare a Cesare quel che è di
Cesare [obbedienza alle leggi temporali conformi a quella naturale]
e a Dio quel che è di Dio [l’adorazione]”.
È possibile uno
Stato cattolico oggi?
●Dottrinalmente.
La questione sembrerebbe a prima vista e superficialmente un
anacronismo, come conviene anche Miguel Ayuso.
Infatti storicamente non esiste oggi nessuno Stato cattolico,
ma la questione dottrinale che ci si pone è se sia possibile
farlo rivivere. In teoria o quanto al principio dottrinale
la risposta è evidente: lo Stato non può essere neutrale, data la
socievolezza naturale dell’uomo, della famiglia e della Società
civile, che debbono tutte e tre dare a Dio il culto e l’adorazione
che Gli è dovuta. In pratica o nei fatti, però,
ci si trova di fronte all’enorme problema della pastorale sulla
Libertà religiosa (Dignitatis humanae) del Vaticano II, che
non si è contrapposta alla modernità o alla Società permissivista,
ma è entrata in dialogo simpatizzante con essa ed ha accelerato la
secolarizzazione o scristianizzazione della Società. Miguel Ayuso
porta l’esempio della Ley de libertad religiosa del 1967,
chiesta da Paolo VI al
generale Francisco Franco e il conseguente nuovo Concordato spagnolo
del 1978,
simile a quello italiano del 1984 (che ha abrogato il Concordato del
1929), definito da Giovanni
Paolo II “ideale”, in quanto si è passati (in Spagna come in
Italia) dallo Stato confessionale, che riconosceva la Religione
cattolica come Religione ufficiale dello Stato, allo Stato neutro in
materia religiosa. Ayuso commenta: “Stiamo assistendo alla
separazione consapevole e voluta tra la Chiesa e la Società,
dopo che è stata consumata la separazione tra la Chiesa e lo Stato”.
Oggi ci troviamo in una Società anti-cristiana per principio e in
pratica, che sarebbe meglio chiamare “Dis-società” (Marcel
De Corte) o “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9), che è
la “contro-Chiesa” o il “pericolo giudaico-massonico” (Ernest
Jouin).
Se la dottrina cattolica sui rapporti tra Stato e Chiesa è
immutabile,
purtroppo “il linguaggio […] in seguito al Concilio Vaticano II, si
distingue nettamente dal precedente. […]. Il diritto alla
libertà religiosa solleva non poche difficoltà dal punto di vista
del Magistero tradizionale”.
Vale a dire non vi è continuità reale tra Tradizione apostolica e
Dignitatis humanae (d’ora in poi ‘DH’), anche se
essa viene affermata, ma non dimostrata. Ayuso riscontra in ‘DH’
una sorta di eterodossia pubblica, vale a dire un errore
in materia di dottrina sociale e politica.
●Prudenzialmente.
Ayuso si domanda se sia realistico un ritorno immediato
allo Stato cattolico. La realtà odierna, in cui o non si prende
neppure in considerazione il problema dei rapporti gerarchizzati tra
potere politico e spirituale o lo si ritiene attualmente
insostenibile, “e - ciò è ancor peggio - da parte della stessa
gerarchia ecclesiastica”,
non favorisce praticamente tale ritorno immediato, anzi lo
rende umanamente impossibile e solo miracolosamente attuabile.
Certamente occorre evitare i due errori opposti per eccesso
(fanatismo ideologico semplicistico: tutto e subito) e per
difetto (opportunismo pragmatistico: rinunzia dei princìpi e/o
acquiescenza pratica con l’errore), ma bisogna sempre tendere
all’ideale o alla dottrina della cooperazione gerarchizzata e
subordinata tra Stato e Chiesa, che è “una morale invariabile
dell’ordine politico […], non è qualcosa di meramente facoltativo,
[…], ma è il costitutivo interno [o l’essenza] della
Società civile”,
anche se in pratica essa oggi è difficilmente attuabile
nell’immediato o nel futuro prossimo, ma non
assolutamente impossibile da realizzarsi gradualmente o nel
futuro remoto. Occorre quindi “rimettere in piedi – come
scrive Ayuso – la dottrina della Chiesa […] sulle basi della
Tradizione”.
Soprattutto non bisogna mai disperare, né quanto alla
salvezza eterna della propria anima e né quanto alla salvezza
temporale della Società, la quale deve e può tornare a portare a
compimento il suo dovere e cogliere il suo fine: il benessere
temporale dei cittadini subordinatamente a quello spirituale.
Infatti Dio è Causa Prima dell’uomo, “animale razionale”
dotato di un’anima spirituale ed immortale, come pure dell’uomo “animale
sociale”, che vive in una società imperfetta di ordine naturale
(famiglia) e perfetta di ordine temporale (Stato) e soprannaturale
(Chiesa). Per cui lo Stato deve lavorare in cooperazione gerarchica
subordinata con la Chiesa, come il corpo con l’anima. Dio è
onnipotente e provvido sia per la singola anima e la sua salvezza
eterna sia per la famiglia e la Società (civile e religiosa). Quindi
si deve sperare la salvezza eterna della propria anima come pure
l’instaurazione del Regno sociale di Cristo e lavorare per essi.
Infatti “chi vuole il fine, prende i mezzi”.
Conclusione
●“La Chiesa non può, senza tradire la
propria missione, smettere di affermare che esiste una legge
morale naturale […] alla quale devono essere sottomessi i poteri
pubblici. Questo è il nucleo dello Stato cattolico”,
come ha insegnato Pio XI
nella sua prima enciclica Ubi arcano Dei del 1922,
sintetizzata nel motto di papa Ratti “Pax Christi in Regno
Christi”. Il “peccato originale” della modernità è consistito
nell’aver posto nell’uomo e non in Dio il fondamento della vita
sociale e dello Stato (“eritis sicut Dii”). L’antropocentrismo
sociale o politico è il ‘principio e fondamento’ della filosofia
e civiltà moderna, come l’antropocentrismo individualistico lo è del
modernismo. L’eresia dogmatica modernistica si è trasformata in
Rivoluzione sociale liberale o modernismo politico (cfr.
S. Pio X, Notre
charge apostolique, 1910).
Tutte o quasi tutte le Rivoluzioni sociali nascono da errori
filosofici ed eresie dogmatico-morali.
●La
Verità Filosofica, Dogmatica E Morale è stata sintetizzata
teocentricamente dal motto di
San Paolo: “Non est Potestas nisi a Deo”, la
contro-chiesa l’ha rivoluzionata antropocentricamente in: “Non
est potestas nisi ab Homine”.
Così
l’eresia dogmatica modernistica ha influito sulla Rivoluzione
politica democristiana e questa ha finito per demolire le ultime
tracce o “rovine” di una civiltà, che era ancora cristiana prima di
essere demo-cristianizzata. Certamente ‘DH’ ha avuto un ruolo
filosofico, teologico e politico in questo processo di laicizzazione
o secolarizzazione. Il vescovo spagnolo mons.
José Guerra Campos
aveva invitato a “riedificare la dottrina [sociale] della Chiesa” a
causa delle notevoli “incoerenze nella predicazione attuale”.
Con ‘DH’ si assiste al fenomeno di penetrazione del laicismo
in ambiente cattolico ed ecclesiale sino al punto che la separazione
tra Stato e Chiesa è predicata dagli stessi uomini di Chiesa. Il
post-concilio ha aggravato l’errore laicista di ‘DH’ sino al
punto di far rivedere i Concordati con la Spagna (1978) e l’Italia
(1984) in senso separazionista, definito come “ideale” da Giovanni
Paolo II per quanto riguarda il Concordato italiano del 1984. Lo
stesso Giovanni Paolo II,
nella Lettre apostolique aux Eveques français dell’11
febbraio 2005 in occasione del primo centenario della legge francese
del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa (condannata da
San Pio X in
Vehementer, 1906), ha scritto: “Il principio della laicità […]
appartiene alla dottrina sociale della Chiesa”. Ossia il “libero
Stato e libera Chiesa” di Cavour sono diventati dottrina sociale
cattolica!
●Solo Dio ci può far
uscire da una situazione di apostasia generale, che è penetrata sin
nel Santuario e nelle menti dei gerarchi della Chiesa. Egli,
infatti, ci ha promesso: “Portae inferi non praevalebunt adversus
eam”.
d. CURZIO NITOGLIA
7 luglio 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/forma_societa_stati_liberta_reli.htm
NOTE
Ib., p. 29. Sulla Tradizione apostolica e le novità del Vaticano
II cfr. Brunero
Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un
discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009;
Id., Tradidi
quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa,
Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010;
Id.,Concilio
Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011;
Id., Quaecumque
dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la
storia e la teologia, Torino, Lindau,
2011.
|