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Quest'ultimo libro di Mons. Gherardini, esamina il concetto di
Tradizione allo scopo di contribuire alla fissazione di un criterio
cattolico generale di questo termine che, a partire dal Vaticano II,
ha subito ogni sorta di forzature per far coincidere la Tradizione
cattolica con le più disparate opinioni di teologi e ricercatori.
In particolare l'Autore mette bene a fuoco il vero significato
dell'espressione “tradizione vivente”, di cui troppo s'è abusato a
partire dal Concilio per far passare l'idea che la Tradizione
cattolica abbia una valenza “evolutiva” del tutto paragonabile alla
concezione evoluzionista moderna.
La fissazione di questo criterio, e la sua accettazione universale,
è condizione indispensabile per il lavoro di revisione dei documenti
conciliari “alla luce della Tradizione”, appunto. A sua volta chiave
di volta per comprendere il senso vero, e realmente praticabile, di
quella che oggi viene chiamata da molti “ermeneutica della
continuità”.
Non un semplice lavoro di corrispondenza dei testi si richiede, e
quindi un ulteriore lavoro di interpretazione degli stessi, bensì un
attento esame di questi testi in relazione ai principi che la
Tradizione contiene e che ha trasmesso ininterrottamente per quasi
duemila anni.
Il libro ha una decisa caratura teologica e l'Autore lo ha scritto
proprio avendo in vista i lettori in possesso di competenze
teologiche. Ne sono prova le tante citazioni di testi di teologia. E
ciò nonostante è un libro di agevole lettura e di facile
comprensione, tale da costituire un buon testo di riferimento per
chi volesse mettere a fuoco il senso della Tradizione della Chiesa
cattolica, ed orientarsi nel dedalo dell'attuale pubblicistica
cattolica. |
Prologo
Titolo e sottotitolo non son affatto ermetici: riguardan la
T r a d i z i o n e
ecclesiastica. Tuttavia, credo opportuno premettere qualche
considerazione.
l - Alla Tradizione la coscienza cristiana dedicò sempre, fin
dagl’inizi, un’adeguata riflessione. Le grandi monografie sull’argomento
son, però, opera della teologia moderna. Dopo l’intenso dibattito sorto
in ambito tridentino e concluso da una ben nota definizione conciliare
sul fatto e sul
concetto di Tradizione, il tema
fu ripreso con intenti decisamente contestatari dal Secolo dei Lumi, le
cui conclusioni ed il cui spirito furon poi la culla nella quale la
dissoluzione modernistica della Tradizione sarebbe cresciuta e si
sarebbe trovata a proprio agio.
A tale dissoluzione, alcuni teologi - e certamente non gli ultimi venuti
- opposero di volta in volta e con indubbia efficacia il frutto delle
loro ricerche e del loro “intellectus fidei”. Al loro nome son legate le
monografie di cui sopra, in special modo quelle di J. B. Franzelin e L.
Billot, in seguito continuate e precisate da Y. M.-J. Congar, A.
Deneffe, P. Lengsfeld, A. Michel, J. Ranft, G. H. Tavard, J, R.
Geiselmann, H. Holstein, J. Beumer e tanti altri ancora. In genere, si
tratta d’opere davanti alle quali sta non “lo spazio d'un mattino”, ma
l’oggi e il domani. È quindi logico che qualcuno mi chieda se ci fosse
proprio bisogno del mio intervento. Che proprio io dovessi intervenire e
che il mio intervento fosse necessario in assoluto, son il primo a
negarlo. Ho peraltro la consapevolezza che il mio non è un intervento di
ripetizione. P. es., mentre mi trovo in sostanziale armonia con
Geiselmann, qualche perplessità suscita in me Tavard; e mentre seguo in
gran parte l’opera di Beumer, ne rifiuto l’acritica adesione al Vaticano
II. Nemmeno lo scritto di Congar, un po’ confuso ed eccessivamente
didascalico, mi convince molto né m’entusiasma. Quanto a Deneffe, che
pur ha scritto una delle opere migliori sulla Tradizione, mi discosto
dalla sua identificazione di Tradizione e Magistero. Anche se, per
quanto mi riguarda, su quest’argomento mi soffermo poco, son di parere
nettamente contrario.
Quanto al mio intervento, il titolo proviene notoriamente dall’apostolo
Paolo, il quale, in l Cor 11,23, introduce così il racconto
dell’istituzione eucaristica. Alla giovane comunità di Corinto, dove non
mancan abusi e deviazionismi, rivolge un salutare richiamo perché la
fede sia vissuta con totale e cordiale adesione alla sua fonte genuina.
Si tratta d’una fonte non già umana, né puramente storico-letterararia,
anche se passa attraverso la testimonianza degli uomini e le maglie
della storia. Ciò che d’umano e di storico la caratterizza non
costituisce la fonte in sé e per sé, ma indica la mediazione che la
veicola ad una libera e responsabile scelta. La fonte, in effetti, è
rivelata. Parte da Dio. È sua parola. Una parola non al vento, ma alla
coscienza dei destinatari, ai quali Dio la rivolge.
1/1 - In forma diretta ed
immediata quella parola fu
rivolta alla Chiesa nella persona di coloro che, fin dall’inizio, eran
considerati le sue colonne (Cf G1 2, 9): gli apostoli, nel cui collegio
una chiamata d’eccezione (1) inserì pure Paolo di Tarso, il convertito sulla strada di
Damasco (At 9,3-9).
L’annuncio dell’avvenuta Rivelazione e del suo contenuto - un annuncio
ufficiale, in nome cioè della Chiesa che ne aveva avuto il sacro
deposito dal suo divin Fondatore - fu tra i compiti precipui degli
apostoli e di coloro ai quali essi stessi l’affidarono perché si
perpetuasse nel tempo. E “Paolo, servo di Gesù Cristo, chiamato ad esser
apostolo e destinato alla proclamazione dell'Evangelo” (Rm l,l), fa
appello a questa sua qualità e conseguente responsabilità e trasmette ai
Corinzi la Fede ch’egli stesso ha ricevuto.
Come l’abbia ricevuta fa parte delle sue confidenze e del suo racconto;
è quindi un fatto acquisito. Egli è apostolo perché scelto come tale non
da questo o da quello, ma dallo stesso Cristo (Gal l,l). Il riferimento
all’evento di Damasco che lo trasformò da persecutore a confessore e lo
pose al servizio di Cristo e della Chiesa è qui evidente. Evidente è,
alla base di tutto, una manifestazione diretta; quello ch’egli predica
non proviene da un insegnamento umano, ma “da una rivelazione di Gesù
Cristo - αλλα δι αποκψεωσ ’Ιησου Χριστου” (Gal 1,12). L’espressione
rievoca certamente un fatto straordinario. È la stessa con cui,
“quattordici anni dopo”, giustifica la sua seconda ascesa a Gerusalemme
(Gal 2,2).
Subito dopo Damasco, era stato accolto in seno alla Chie¬sa. La
Rivelazione ricevuta direttamente da Cristo passò allora attraverso la
voce della Chiesa stessa; e ne ebbe conferma. Poi, tre anni dopo, il
convertito “rese omaggio” (ιστορεσαι) a Pietro e si fermò “quindici
giorni con lui” (Gal 1,18); fu l’occasione d’una prima verifica del suo
“Evangelo”. Nella circostanza del suo secondo ritorno a Gerusalemme,
confessa candidamente d’aver “confrontato” la sua predicazione con
quella degli altri apostoli, per accertarsi di “non correre invano” (Gal
2,2). Dal confronto con coloro che, nella stima comune, eran alla guida
della Chiesa (cf Gal 2,2), uscì con la confermata coscienza d’una
predicazione in tutto conforme a quella delle “colonne” ecclesiali - gli
altri apostoli - con l’eccezione d’alcune circostanze esterne e non
sostanziali. Ben poteva perciò dichiarare di trasmettere ciò che - da
Cristo e dalla Chiesa - aveva egli stesso ricevuto.
1.2 - Ho parlato di forma diretta
ed immediata. Ma la vicenda
stessa di san Paolo fa capire - a me sembra chiaramente - che perfino
per lui ci fu anche una forma indiretta e mediata.
Riportiamoci sulla via di Damasco per assister ancor alla drammatica
scena descritta in At 9,3ss. L’ex persecutore, rialzatosi cieco da
terra, venne accompagnato “per mano” in città, dove Anania, un
discepolo, l’accolse fraternamente, “gl’impose le mani” in segno di
benedizione e lo battezzò. Altri discepoli, stupefatti per il suo
cambiamento o dubbiosi ancora, lo trattennero in città “alcuni giorni”.
Non si sa quanti, ma furon sufficienti perché da Anania e dagli altri
apprendesse “la buona notizia” e subito dopo la trasmettesse, predicando
Cristo in quelle sinagoghe (At 9,10-22). La dinamica del
“ricevere-trasmettere” è qui fuori discussione. Ma è ormai indiretta e
mediata: Paolo ritrasmette quello che ha ricevuto. È la dinamica della
παραδοσισ, la quale è la vita stessa della Chiesa: un’ininterrotta
trasmissione dell’eredità apostolica.
A suo tempo si vedrà come una siffatta trasmissione fu messa in moto,
con lo scopo che non subisse alcun arresto né alcun’innovazione in
processo di tempo e continuasse a normare per sempre la vita della
Chiesa con l’eredità degli apostoli. Ebbe così inizio la trasmissione
ecclesiale, priva della sua prima caratteristica di comunicazione
diretta ed immediata. Con la morte dell’ultimo apostolo - san Giovanni -
la Rivelazione si chiuse. Da allora, il Cristianesimo vive non già di
nuove rivelazioni, non di nuove dottrine, non d’una Fede nuova, ma di
quell’unica Rivelazione ed unica dottrina ed unica Fede che, predicata
da Cristo e dai suoi apostoli, attraversa il tempo del “già e non
ancora” mediante il ministero
della Chiesa.
1.3 - Mediante, vale a dir in
forme spazio-temporali che si rifanno a valori originari ed ormai
lontani, ne ripeton la normatività sempre attuale, li fanno rivivere. È
questa la vita della Chiesa: una continuità
mediante l’aggancio
all’originario e la sua inalterata attualizzazione. Ciò che ella ebbe in
origine, è ciò che ritrasmette in ogni istante del suo “hic et nunc”: in
origine le fu consegnato per via
diretta ed immediata ciò
che, qui ed ora, il suo ministero ne fa una comunicazione
indiretta e
mediata, in risposta ad una
precisa disposizione di Cristo: “Andate in tutt’il mondo ed ammaestrate
tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo ed insegnando loro a conservare tutto quanto vi ho
comandato”. Poi, quasi a rivendicare per sé l’ammaestramento in forma
diretta ed immediata, aggiunse: “Ecco, io sono con voi o¬gni giorno, sin
alla fine del tempo” (Mt 28,18-20). Il maestro, la guida, il pastore è
Lui: “non vi lascerò orfani” (Gv 14,18).
Sembra di capire che anche nel
mediante - fermo restando e non discutibile lo statuto indiretto
e mediato della comunicazione cristiana ad opera dei “mandati” da Cristo
- sussiste qualcosa della comunicazione originaria, diretta ed
immediata. La Chiesa, è vero e lo si sa, non è un semplice megafono né
un ripetitore meccanico; trasmette infatti ciò che ha ricevuto con tutta
la sua responsabile soggettività. Ma il maestro la guida il pastore
continua ad esser Lui. Misticamente sacramentalmente mistericamente è
sempre Lui colui che comunica. Una vera interazione si verifica, dunque,
nell’atto stesso della παραδοσισ: dalla trasmissione ecclesiale dei
valori ricevuti mediante
l’ininterrotta catena del ricevere e ritrasmettere, emerge l’Io di
Cristo, “il rivelatore del Padre” (cf 2Cor 4,4; Col 1,15).
Cristo stesso, del resto, aveva affidato al suo Spirito il compito
d’attualizzare la propria parola: “Fin a che son rimasto in mezzo a voi,
vi ho comunicato queste cose. Poi il Padre manderà il Paraclito, cioè lo
Spirito Santo, il quale vi ripeterà tutto quello che v’ho insegnato io”
(Gv 14,25-26). “E quando questo Spirito della verità sarà venuto,
v’introdurrà – οδηγησει - nella verità tutt’intera” (Gv 16,13).
Questi due ultimi testi hanno un’importanza decisiva per la storia della
Chiesa, a condizione che non se ne equivochi il genuino significato.
Nella sua sostanza, infatti, la verità che lo Spirito Santo trasmetterà
alla Chiesa non avrà nulla di nuovo: sarà costituita da “tutto quello
che v’ho insegnato io”. Il fatto, poi, che lo Spirito Santo introduce la
Chiesa in tutta la verità, non significa che la “revelatio” di Cristo,
perché parziale, verrà integrata dalla “suggestio” dello Spirito Santo;
significa invece che, grazie a codesta “suggestio”, saranno scoperti,
della Rivelazione di Cristo, aspetti prima in tutto o in parte nascosti
o moduli espressivi meno inadeguati.
A questi due testi non pochi, oggi, fan risalir errori e contraddizioni
evidenti tanto quanto stridenti rispetto alla comunicazione originaria.
Come se Dio, verità sostanziale che non inganna né s’inganna, si
correggesse nel rinnovarsi del suo rapporto con l’uomo e con la storia.
Come se questo rapporto fosse in tanto nuovo, in quanto allineato con la
cultura del momento, ignorando superando o azzerando il passato, recente
o remoto. S’è infatti convinti che lo Spirito Santo tutto legittimi e
perfino il contrario di tutto, fosse pur un’eresia. Introducendo nei
gangli vitali della Chiesa ciò che ieri si riteneva errore, se ne
coglierebbe non “frutti di cenere e tosco”, ma un’efflorescenza nuova ed
attuale della verità quale “qui ed ora” si rende visibile. In tal modo
verrebbe garantita alla Chiesa una vitalità sempre nuova e rigogliosa,
proprio perché prima nemmeno intravista. E tutto, anche un assurdo
teologico/dogmatico, diventerebbe la novità, che lo Spirito della verità
farebbe scaturire come giovane e vitale virgulto dal vecchio ceppo della
prima Rivelazione, dimostrandone tutta l’imperitura e rinascente
vitalità.
Anche il Tridentino si richiamò ai due testi giovannei, ma con ben altro
intento ed altro significato. Tra le sue righe, specie là dove si parla
delle verità predicate da Cristo o (suggerite) dallo Spirito Santo (2), riemerge, come culla della novità, la prima comunicazione
diretta ed immediata. Da tutto l’insieme perfino l’ombra della
contraddizione e dell’assurdo è assente. La novità vien legittimata da
una “conditio sine qua non”: quella dell’ “eodem sensu eademque
sententia” (3) .
2 - Se la spiegazione d’un titolo che proprio sibillino non sembra, a
queste considerazioni - ma anche ad altre, per il momento taciute - ha
portato, le parole con cui è formulato il sottotitolo parrebbero ancor
men bisognose di precisazioni e d’osservazioni ermeneutiche, grazie alla
loro chiarezza ed alle stesse discussioni di questi ultimi tempi.
2.1 - Può darsi che anch’io abbia dato un contributo a codeste
discussioni con il mio recente scritto sull’ermeneutica del Vaticano II
(4). Certo è che l’impatto è stato vastissimo e vivace; se n’è
parlato e si continua a parlarne. E la discussione verte preminentemente
sulla Tradizione: una realtà vivente,
o un soprammobile del passato?
Non ho alcuna intenzione d’anticipar a questo prologo il nucleo di fondo
della mia riflessione. Ma allo scopo di render questa medesima
riflessione non puramente teorica ed astratta e di convincer il lettore,
fin da subito, sulla provata necessità della discussione, se non proprio
sulla sua ineludibilità per alcuni aspetti riguardanti la vera Fede
cristiano-cattolica, ritengo che il sottotitolo debba esser
adeguatamente sviluppato.
Nessuno s’aspetti d’incrociare, attraverso le sue letture, qualche
difensore dell’alternativa sopra indicata. Credo che nessuno formuli la
domanda in termini così nettamente alternativi. La maggior parte, anzi,
anche di coloro che parteggian per la c. d.
Tradizione vivente, si dichiara
a favore della Tradizione apostolica,
di cui intende metter in evidenza la vitalità imperitura, la capacità di
corrisponder alle attese di sempre, la funzione di tacitarle assumendone
in proprio le acquisizioni scientifiche e come proprie proclamandole, la
sintesi della verità cristiana nella “geltende Lehre” di
schleiermacheriana memoria (5) con conseguente integrazione di Cristianesimo e cultura
imperante.
Sì, l’alternativa parrebbe del tutto estranea agl’intenti critici di chi
si schiera a difesa della Tradizione
vivente. Lo sanno tutti che nessuna verità può aver diritto di
cittadinanza nel complesso delle verità cristiane se in concorrenza con
esse, o a sostituzione anche parziale d’una sola di esse. Le verità
rivelate godono dell’intangibilità ed inalterabilità di Dio; le altre in
tanto sono, in quanto cambiano. Si potrebbe applicar loro una famosa ed
acuta osservazione agostiniana: “Mutantur enim, ergo creata sunt”. Il
loro stesso adattarsi agl’imperativi del momento esclude che vengan da
Dio, la cui parola “dura per sempre” (Sal 119/118,89).
L’alternativa è, allora, assente dall’orizzonte teologico dei fautori
della Tradizione vivente? Non
lo direi. Da quando l’aggettivo “vivo/vivente” fece il suo ingresso nel
Vaticano II (6) portandovi un significato ignoto all’uso che prima se ne faceva,
l’alternativa è in atto. In alcuni teologi e pastori, in modo acritico e
superficiale, in ossequio alla “svolta” conciliare, sotto la spinta
emotiva dell’ondata innovatrice che il gruppo di Bologna (Alberigo e
colleghi) era riuscito a diffondere ovunque, giustificandola all’insegna
d’una Chiesa
pre- e d’una
Chiesa postconciliare. Chi
infatti considerava il Vaticano II come l’evento epocale che aveva
conferito un assetto nuovo alla Chiesa, un nuovo inizio, una nuova
autocoscienza, celebrandone il trionfo sulle ceneri del vecchiume
tridentino e scolastico, non era affatto tenero per la Tradizione che,
fin a poco prima, aveva sorretto proprio quel “vecchiume”. Davanti a sé
aveva solamente “il sol dell'avvenire” e ne preparava l’avvento mediante
tutto ciò che di vivo e
vitale fosse reperibile nella
matrice cristiana. La “nuova Pentecoste” e l’“ondata di primavera”,
espressioni ormai proverbiali dopo che Giovanni XXIII aveva in esse
sintetizzato il Concilio (7), escludevan uno sguardo a ritroso verso quei valori che il tempo
aveva inesorabilmente usurato - qualcuno parlava pure di “nuova
primavera”, come se l’alternarsi di essa alle stagioni precedenti
potesse anche farne qualche cosa di vecchio -. Son fatti, questi,
ch’escludon perentoriamente il bilanciarsi delle posizioni tra l’una e
l’altra Tradizione. Che lo si dicesse o no, la scelta e le simpatie
avevan una sola direzione, quella della
Tradizione vivente.
2.2 - Che di natura sua il Magistero ecclesiastico sia vivente fa parte
delle certezze illustrate e suggellate dalla dottrina teologica. Quando,
solo per portar un esempio, san Tommaso fa intervenire il Magistero per
render più esplicita una verità di Fede e per adeguarne la proposta al
superamento d’incomprensioni ed errori (8) , ne dimostra l’intrinseca vitalità. E quando dalla sponda del
Magistero si passa a quella della Tradizione per ricuperarne la qualità
apostolica e risponder
agl’interrogativi del momento con la dottrina proveniente dagli
apostoli, non il Magistero soltanto si rivela vivo e vitale, ma anche la
Tradizione. Questa, cioè, dimostra la sua immanente ed immutabile
vitalità in quanto “deposito sacro” di quella divina verità che il
Magistero eredita dagli apostoli e ripropone in quanto tale e che, in
quanto tale, trascende ogni limite di tempo e di cultura. La qual cosa
mai si verificò, né mai si verificherà per nessun sistema nato nel
tempo, espressione del livello culturale di quel tempo e perciò stesso
destinato a tramontare insieme con esso.
L’eredità apostolica ha una vitalità che trascende ogni limite
spaziotemporale, perché raccoglie nel “sacro deposito” affidato al
Magistero qualcosa d’assoluto: la verità rivelata da Cristo nell’intero
arco della sua esistenza terrena, compresi i giorni tra la sua
risurrezione e la sua gloriosa ascensione. Essendosi definitivamente
chiusa la Rivelazione pubblica con la morte dell’ultimo apostolo, si
chiuse pure con essa quel periodo transitorio che s’era aperto con la
prima Pentecoste cristiana, durante il quale lo Spirito Santo aveva dato
inizio alla sua missione di ricordar alla Chiesa “tutto quello che
Cristo aveva insegnato”. Da allora la sua “suggestio” immette nel “sacro
deposito” qualche nuovo elemento, estrinseco all’insegnamento di Cristo,
ma in grado di confermarlo e d’approfondirne la conoscenza. Quando ciò
avviene, entra nel “sacro deposito” non una nuova rivelazione, ma un
nuovo raggio di luce che illumina la verità rivelata da Cristo (9).
Nient’altro potrà più entrarci. Nient’altro, da allora alla fine del
mondo. È questo il tempo del “già e non ancora”, riempito illuminato e
signoreggiato - per quanto attiene alla vita cristiana e all’eterna
salvezza - da Cristo e dallo Spirito Santo: una presenza che mantiene la
Tradizione apostolica sempre
viva e sempre vivificatrice perché sempre se stessa nel volger
inarrestabile dei secoli.
2.3 - Ciò non ha nulla a che fare con il fissismo e l’immobilismo
dogmatico, rimproverato a Roma - non solo alla teologia della Scuola
Romana, ma anche alla Curia romana, alla Santa Sede, agli organi di
governo e di magistero ecclesiastico -. Fronteggiò queste accuse il
beato Pio IX soprattutto con il
Syllabus del 1864 e fece altrettanto san Pio X con i suoi
interventi antimodernistici. Dunque, non solo un no all’immobilismo, ma
anche un sì ad una visione evolutiva della Tradizione. Anche se ne
parlerò più diffusamente in fase espositiva, dev’esser chiaro fin d’ora
che la Tradizione è viva non se cambia i suoi connotati, ma se li
mantiene; e li mantiene non per sclerotizzarli, ma per precisarli sempre
meglio.
Si vedrà a suo tempo che la vitalità della Tradizione è dovuta,
paradossalmente, ad un non negoziabile sbarramento d’ingresso per ogni
progresso sostanziale o
intrinseco di essa. Per capir
di che cosa si tratti, basta riferirsi al pericolo mortale, subdolamente
teso alla Fede e alla Chiesa dai campioni più rinomati del modernismo,
quando il dogma veniva da loro dissolto nel suo contrario con
l’immissione di dati emergenti dalla cultura del tempo, dalle scienze
cosiddette umane e segnatamente dalla psicologia (“e latebris
subconscientiae” [10]), dalle filosofie immanentistiche e razionalistiche, dalle
metodologie c. d. critico-scientifiche. La rivelazione diventava
un’illuminazione soggettiva del senso religioso, Dio non ne era più
l’autore personale e trascendente; e suo contenuto non eran più le
verità oggettivamente e storicamente da Lui rivelate. Tutto si risolveva
sul piano della coscienza individuale, del sentimento, della cultura,
della storia e del suo “eterno” movimento.
Forse pochi altri movimenti eterodossi furon più del modernismo
responsabili d’un piano così terribilmente eversivo del dogma cattolico.
Sottoposto ad un suo movimento interno che ne dissolveva il contenuto e
si concludeva, sia pur temporaneamente, con un suo sostanziale
cambiamento, il dogma modernisticamente corretto e riveduto era sempre
qualcos’altro. Si vide in ciò il suo “progresso sostanziale”; senza
l’opera di san Pio X, sarebbe stato la tomba di se stesso.
Eppure, va detto con altrettanta chiarezza e fermezza che la vitalità
della Tradizione apostolica non
impedisce del dogma un miglioramento espressivo-conoscitivo, detto
sintomaticamente progresso accidentale.
Si tratta d’un progresso estrinseco,
estraneo alla natura d’un dogma in particolare, o del dogma in quanto
tale. A solo titolo d’esempio, riporto l’attenzione al grande e
grandemente bistrattato Pio IX. Nel 1854, come ognuno sa bene, proclamò
il dogma dell’Immacolata Concezione (11) . Se, con tale definizione, avesse inteso:
• aggiungere nel “sacro deposito” delle verità
rivelate una nuova e fin a quel momento sconosciuta verità;
• arricchire d’un nuovo contenuto dogmatico
l’esperienza originaria della Rivelazione;
• ed affermar il ripetersi degli atti rivelatori anche
dopo la morte dell’ultimo apostolo,
avrebbe operato un cambiamento veramente sostanziale
della Tradizione
apostolica, della Rivelazione e
dello stesso dogma. Della Tradizione, infatti, avrebbe dilatato i
margini contenutistici al di là del “sacro deposito” che la Chiesa ha
ereditato da Cristo e dagli apostoli; della fonte rivelata avrebbe
considerato tuttora aperto e mai prima d’ora chiuso il flusso
rivelatorio; del dogma avrebbe dissociato il rapporto “fondativo” con
codesta medesima fonte, nei limiti storici e dogmatici entro i quali
essa è conclusa.
Nulla di tutto questo è ascrivibile al beato Pio IX. Va intanto
ricordato che né inventò lui la pia credenza nell’Immacolato
Concepimento di Maria - riconosciuto, certo a modo suo, perfino da
Lutero (12) - né convertì la pia credenza in dogma con un
coup de théâtre. I precedenti
storici, le commissioni di studio, i pareri raccolti presso tutto
l’episcopato son dati di fatto storicamente accertati. Con la
definizione e dopo di essa, la Fede cattolica non registrò alcun
cambiamento sostanziale, rimanendo quella ch’era sempre stata. Il
cambiamento ci fu, ma esclusivamente sul piano d’una più profonda
intelligenza del dogma cristologico e d’un passaggio dall’implicito
all’esplicito.
3 - Quando leggo o ascolto eminenti teologi che, dall’alto della loro
raffinata intelligenza e sconfinata cultura, apron con evidente
convinzione - e qualcuno spalanca -la Fede al mondo per integrar in essa
principi e metodi assolutamente inconciliabili con la trascendenza della
Fede stessa; quando ne seguo l’affannarsi nella dimostrazione dell’inconciliabile
conciliabilità e addirittura dei vantaggi che la verità cristiana
potrebbe trarre dall’apporto del sapere profano; quando perfino
altissime personalità della Chiesa leggon nel positivismo, nel
razionalismo, nel romanticismo ed in genere nell’illuminismo segnali
certi d’un’ineludibile provenienza da Cristo e d’una Tradizione che
proprio in questo rivelerebbe la sua vitalità, mi si stringe il cuore e
mi chiedo se si sappia davvero ciò di cui si sta parlando. Di per sé,
cioè nel rigoroso rispetto dei propri e degli altrui confini, il compito
d’annunciar la Fede, e di professarla annunciandola in piena conformità
alla Tradizione apostolica e
non come una “lezione cattedratica”, spetta al “ministro della parola”
(At 6,4) e soprattutto al vescovo. Il professore, invece, ne proporrà i
termini tecnici e l’analisi scientifica, per dimostrare che fede e
scienza, se rispettose dei propri statuti, non si contraddicono. Quando
“ministro della parola” e professore son la stessa persona, annuncio e
lezione interagiranno, ed anche utilmente, ma solo se s’asterranno da
reciproche prevaricazioni.
Un’invasione di campo sarebbe insostenibile: lo scienziato che, con lo
strumento del suo metodo sperimentale, sdottoreggia in campo teologico;
il giornalista che, solo perché accreditato presso la sala stampa della
Santa Sede, s’atteggia a san Tommaso d’Aquino; il teologo che, specie se
non digiuno d’infarinature scientifiche, concilia la creazione con il
fantasmagorico Big Bang
originario e sua disseminazione dell’essere; il pastore, che scambia il
pulpito o l’ambone con la cattedra. L’invasione di campo è davvero un
caos e caos è quel farneticare degli invasori che nella
Tradizione vivente introduce o
il tarlo che la corrode, o il veleno che l’uccide.
A chi mi chiedesse una parola più chiara, potrei risponder “tolle et
lege”: c'è solo il problema della scelta. Indirettamente, tutt’il
presente volume sarà una risposta. Al fine di renderla il più
possibilmente accessibile mediante una fondamentale consonanza d’idee
tra chi scrive e chi legge, mi rifaccio al titolo di questo volume ed al
testo paolino (l Cor 11,23) che l’ha suggerito.
Anche al tempo di san Paolo, specie nella città di Corinto, c’eran non
pochi e perfino gravi disordini. Per liberarsene e dar un nuovo assetto
alla scomposta situazione determinata da alcuni scontenti, l’apostolo
invitò i Corinzi a voltarsi indietro, verso l’inizio. Oggi, al
contrario, proprio quella situazione qualcuno avrebbe analizzato -
ovviamente in profondità - per
valutarne i disordini come un arricchimento della comune esperienza
vissuta. Avrebbe osservato che quei disordini nascevan non
dalla, ma all’interno
della vita cristiana. Potevan
esser, perciò, rettificati purificati ed amalgamati nella grande
Tradizione apostolica.
L’apostolo Paolo fu di tutt’altro avviso. Invitò i Corinzi a discernere
i dati costitutivi dell’inizio, per confrontare con essi la situazione
del momento e risolverla alla luce del detto confronto. All’inizio c’era
stato un ricevere ed un
ritrasmettere: “vi ho infatti
trasmesso ciò che io pure ho ricevuto”. Nel dire “ciò che” l’apostolo
stabilisce un’assoluta coincidenza, anzi un’indiscutibile identità di
contenuti fra il ricevere ed il ritrasmettere, in ogni loro margine e
senz’alcun’eccezione. Ne consegue che la verità cristiana è reperibile
non già nella situazione sopraggiunta, l’ultima nella ridda di tutte le
altre, senza connessione con l’inizio o in rottura con esso, ma
nell’accennata coincidenza ed identità fra ciò che si riceve e si
ritrasmette. Ai Corinzi, pertanto, l’apostolo affida il compito di
ripristinare codest’identità ed espungerne ogni deviazionismo dalla
Tradizione degli apostoli.
Non diverso sarà il compito sia di chi, oggi domani e sempre, regge in
mano i “suscepta gubernacula” di cui parla san Leone Magno (13), sia di quanti son in comunione con lui nel moderare la rotta
della Chiesa: davanti ad essi sta l’inizio come faro e punto
d’orientamento. Il segreto della
Tradizione vivente - di quella forza vitale che ringiovanisce la
Chiesa nonostante il passare degli anni e l’irrobustisce nonostante ogni
assalto dall’interno e dall’esterno - sarà dunque la fedeltà all’inizio,
a quel “ciò che” ricevuto e ritrasmesso che porta la Tradizione stessa
nel presente per predisporre il futuro prossimo e remoto.
4 - Aggiungo qualche breve indicazione metodologica, forse superflua,
considerando che i lettori del presente scritto saranno soprattutto i
teologi. Rifuggendo dalle deprecabili invasioni di campo, mi son fatto
scrupolo di rimaner e procedere su un terreno specificamente teologico,
lungo i suoi più tipici percorsi. Il discorso sul metodo, si sa, è il
discorso sulle strade da battere:
metodo significa “attraverso la strada” o “via che conduce
oltre”. Sembra ovvio che, svolgendo un argomento teologico, si segua una
strada teologica, vale a dir un metodo teologico. Ma quale?
4.1 - Prima, tuttavia, di stabilire quale esso sia, non si può non tener
conto del fatto che l’attuale interconnessione dello scibile ha toccato
anche il “santuario”. È vero, inoltre, che poche altre discipline hanno,
come ha la teologia, contatti e riferimenti al di là del proprio
recinto. Filosofia, diritto, storia, psicologia, sociologia ed altre
scienze c.d. umane: un ventaglio molto ampio, dal quale il teologo
potrebb’esser tentato e perfino disorientato. Per quel che mi riguarda,
credo d’esser rimasto nel mio orticello.
Con riferimento più diretto alla questione del metodo, posso dire
d’essermi rigorosamente attenuto al principio del decreto conciliare
OpT 16/a: “In lumine fidei -
sub Ecclesiae Magisterii ductu”. Esso sembra, almen a prima vista, un
principio aureo. Pone nella Fede il punto di partenza e l’orientamento
sicuro; chiede poi di proceder accompagnati per mano dalla Chiesa.
Affiora subito, peraltro, qualche interrogativo: qual è la Fede che
illumina? la mia, cioè quella del singolo credente,
che egli crede e
per la quale crede, o quella
pubblica, sociale, ecclesiale? ed in base a che cosa o l’una o l’altra
potrà costituir il “lumen” per il mio orientamento ed il mio
avanzamento? dove dovrò attinger questa Fede e dove la sua luce: dalla
Sacra Scrittura? dalla mia coscienza? e perché non dalla Tradizione?
Se dalla Tradizione, l’oggetto stesso di tutta la ricerca funge pure da
faro d’orientamento. Ma non ne deriva, allora, una contraddizione? o
quanto meno una tautologia? una “petitio principii”?
4.2 - Quando i Padri conciliari proclamaron: “In lumine fidei - sub
ductu Ecclesiae” forse non vennero nemmeno sfiorati dai suesposti
interrogativi. Si può dire, anzi, che non percepiron nemmeno tutta la
portata del “ductus Ecclesiae"”. Il quale, lungi dall’abbinarsi con il
“lumen fidei", ha di questo il pieno controllo ed esercita a suo favore
una funzione formale. Impressiona, a tale riguardo, la frequenza con cui
san Tommaso parla di "fides Ecclesiae”, dove il genitivo indica non solo
il soggetto d’un possesso, ma anche il titolo di esso e la sua ragione.
La Fede, pertanto, che dovrà guidar il mio cammino di ricerca sarà non
astratta e generica, ma specifica e garantita dal giudizio della Chiesa.
In ultim’analisi, il principio metodologico suggerito dal Vaticano II
stabilisce, sì, due condizioni, ma le collega in un rapporto per cui la
prima dipende dalla seconda, da questa autenticata e quasi legittimata.
4.3 - La “fides Ecclesiae” è in realtà la Fede oggettivamente ed
inequivocabilmente ricevuta precisata formulata e ritrasmessa come
propria dalla Chiesa cattolica nell’arco della sua storia più che
bimillenaria. È il patrimonio delle verità che ebbe in “deposito” da
Cristo e dagli apostoli e che ritrasmise nei secoli con fedeltà
sostanziale, se pur non senza qualche passaggio da una minore ad una
maggiore chiarezza, né senza qualche conoscenza più piena, più profonda,
più chiara delle parti men evidenti del patrimonio stesso. Al termine
della ricerca, non sarà difficile per nessuno - questa è la mia speranza
- chiamar per nome questa “fides Ecclesiae”:
Tradizione apostolica,
identificandola con la Tradizione
ecclesiastica.
4.4 - I lettori teologicamente più provveduti non avran difficoltà a
collegar una siffatta metodologia con le linee maestre d’un’opera ormai
completamente dimenticata, ma degna, come il nome del suo autore, il
domenicano Melchior Cano († 1560), di rinnovato interesse. Alludo al
De locis theologicis (14). L’espressione, nell’improvvisato linguaggio d’alcuni moderni,
è diventata sinonimo di tematiche teologiche, mentre in Cano indicava
l’elenco delle autorità a sostegno delle singole verità della Fede
cattolica. Le elencò secondo l’ordine decrescente del loro valore
probatorio: Sacra Scrittura, Tradizione di Cristo e degli apostoli,
Chiesa cattolica, Concili ecumenici, Curia apostolico-romana, Santi
Padri, Teologi scolastici, Ragione naturale, Filosofi, Storia umana (15). È sintomatico il posto assegnato alla Tradizione,
immediatamente dopo la Sacra Scrittura e prima della Chiesa stessa,
anche se poi gran parte dell’intero discorso ha un valore prettamente
ecclesiologico. E proprio in esso sta la ragione dell’incontro
metodologico fra la strada da me seguita e quella suggerita da M. Cano.
Anche se mi son astenuto dal portar l’attenzione alla storia delle
religioni – un’attenzione di cui Cano si sarebbe avvalso, secondo J.
Ranft (16), per dar risalto alla specificità della Tradizione cattolica –
l’accennato accostamento metodologico mi sembra evidente nel fatto
stesso del premetter la Tradizione alla Chiesa e del ricondurre alla
Chiesa la Tradizione. Nel dir Chiesa, in realtà, si dice implicitamente
Tradizione. Nella Tradizione la Chiesa trova la divina Rivelazione che
la fa Madre e Maestra. Nella Chiesa la Tradizione
vive la sua inalterata stagione
ed assicura l’identità della “Sponsa Christi”.
5 - Dovrei, a questo punto, elencare le opere alle quali, direttamente o
no, la mia si riferisce. In genere, non son molto entusiasta delle
lunghe liste bibliografiche, perché né sempre né in tutto “sunt ad rem”
ed in qualche caso son semplicemente affastellamenti di titoli.
Riconosco peraltro la funzione non solo documentaria, ma anche
orientativa d’una buona bibliografia. Ad una tale funzione rispondon,
nel mio caso, la nota a piè di pagina, senz’alcuna pretesa né d’esaurire
l’elencazione delle opere esistenti, né di segnalar le migliori. Segnalo
infatti quelle che mi sono state utili.
Tuttavia, per un argomento di tale e tanta rilevanza, una nota
bibliografica minima e ridotta all’essenziale mi sembra doverosa. Così
com’è doveroso iniziarla con il nome di:
FRANZELIN J. B., Tractatus de divina
traditione et scriptura, Roma 1870 (18964). La prima edizione ha
recentemente trovato un bravo traduttore e commentatore francese nella
persona di Jean-Michel Gleize (Cardinal
Jean- Baptiste Franzelin -1816/1886 -
La Tradition, Courier de Rome,
s.d.);
BILLOT L., De immutabilitate
Traditionis, Roma 1904;
BAINVEL J.V., De magisterio vivo et
traditione, Parigi 1905;
RANFT J., Der Ursprung des
katholischen Traditionsprinzips, ed. M. Schmaus, Monaco 1931;
DENEFFE A., Der Traditionsbegriff
Studie zur Theologie, Miinster 1931;
SALAVERRI J., La tradición valorada
come fuente de la revelación en el Concilio de Trento, in
“Estudios eclesiásticos” 20 (1946) 33-61;
MICHEL A., Tradition, in DThC
XVI/I (1946) 1252-1350;
GEISELMANN J.R., Die Tradition -
Fragen der Theologie heute, Einsiedeln 1957; ID.,
Das Konzil von Trient über das
Verhältnis der Heiligen Schrift und die nichtgeschriebenen Traditionen:
die mündliche Überlieferung, ed. M. Schmaus, Monaco 1957;
VAN DEN EYNDE D., Tradizione e
Magistero, in AA.VV., Problemi
e orientamenti di Teologia Dogmatica, 1. Milano 1957, p. 231-252;
PIEPER J., Über den Begriff der
Tradition, Colonia 1958;
LENNERZ H., Scriptura sola? In
“Gregorianum” 40 (1959) 38-53; ID.,
Sine scripto traditiones, ivi, p. 624-635;
CONGAR Y. M., La Tradition et les
traditions. Essai historique, Parigi 1960; tr. it. di G. Auletta,
ed. Paoline 1961;
HOLSTEIN H., La Tradition dans
l’Eglise, Parigi 1960;
RAMBALDI G., In libris scriptis et
sine scripto traditioni¬bus. La interpretazione del teologo conciliare
G. A. Delfino OFM Conv., in “Antonianum” 35 (1960) 88-94;
BEUMER J., Die mündliche Überlieferung
als Glaubensquelle, Friburgo i. Br., 1962; tradotto in fr. da P.
Roche e P. Maraval, Parigi 1967;
TAVARD G. H., Écriture ou Église? La
crise de la réforme, Unam Sanctum 42, Parigi 1963;
PENNA A., La Scrittura come momento
della tradizione - la tradizione come contesto della Scrittura,
in “Atti della XX Settim. Biblica”, Brescia 1970, p. 151-176 (17).
6 - Manca, in questa nota, ogni riferimento ad opere non direttamente né
squisitamente teologiche (18), così come ad alcune elaborazioni teologiche della Tradizione
secondo i due Concili Vaticani (19). Sull'influsso di questi due Concili e su coloro che più
d'altri se ne fecero assertori convinti, riferirò al momento opportuno.
7 – Un’ultima precisazione. Manca in questi preliminari un elenco di
sigle, il ricorso alle quali generalmente vorrebbe semplificare
l’esposizione. Ci ho rinunciato, preferendo alla sigla il nome intero,
per motivi di chiarezza e di tempo: il lettore avrà sotto gli occhi la
citazione nella sua interezza e non sarà più obbligato a verifiche che
ne interrompan la lettura.
Qualche sigla, peraltro abituale ai lettori d’altri miei scritti, è
l’eccezione che conferma la regola. I documenti del Vaticano II son
tutti indicati con la loro sigla abituale: LG per
Lumen gentium; GS per
Gaudium et spes; DV per
Dei verbum; DH per
Dignitatis humanae, e così via.
8 - Ho la triste consapevolezza che, a distanza di quasi mezzo secolo
dall’ultimo Concilio, ancora non si sia colto di esso una sintesi
teologica che ne inquadri l’insegnamento all’interno ed in armonia con
l’insegnamento di sempre: con la Tradizione e con lo stesso concetto di
essa. Si è indubbiamente parlato in tal senso, ora per auspicare
l’accennata sintesi, ora per assicurare che determinate iniziative
teologiche - monografie, manuali, articoli, tavole rotonde ed atti di
congressi anche ad altissimo livello – s’inseriscano, col Vaticano II,
nel solco della Tradizione viva della Chiesa.
Ma, né l’auspicio è realtà, né la realtà è andata oltre il limite della
sterile e talvolta ingannevole declamazione. Potrei portare migliaia
d’esempi, attingendo direttamente al Vaticano II, ai suoi celebrati
interpreti, all’attività della Santa Sede, alle numerose riviste
teologiche italiane e straniere, alla valanga di libri ed articoli del
c. d. postconcilio, ai già ricordati congressi. Un solo atteggiamento
prevale: il plauso. E quando ad esso s’aggiunge una parvenza d’interesse
critico, non è per verificare se “l’ermeneutica della continuità” abbia
frnalmente smosso le acque, ma per proporre il ridicolo d’accostamenti
impossibili, come quello recentemente (15-16 maggio 2009) compiuto da un
periodico dal nome glorioso: la “Revue thomiste” e dall’Institut
Saint-Thomas d’Aquin di Tolosa (20). Ridicolo, ho detto: non saprei in qual altro modo qualificar
un “colloquio” che “si propone di riflettere sul modo con cui
l’indirizzo teologico ispirato a san Tommaso d’Aquino possa concorrere
ad una ricezione tale del Vaticano II, che onori il Concilio come un
atto della Tradizione vivente”. Come se del Concilio bastasse
sottolineare “l’aspetto-memoria
e l’aspetto-novità” per poter
parlare di Tradizione vivente. E come se la memoria fosse di per sé
riferibile a fatti di “Tradizione vivente”, e fatti di “Tradizione
vivente” venissero in piena luce con la
novità. Il colmo, poi, è nella
convinzione che ciò possa conseguirsi con l’aiuto di quel san Tommaso
d’Aquino che, in tutto il Vaticano II, vien ri¬cordato due sole volte e
quasi di passaggio.
È pertanto evidente che, sul concetto cattolico di Tradizione, s’impone
un’operazione chiarificatrice. Nella storia della teologia cattolica
l’impresa è stata tentata, talvolta egregiamente e qualche altra volta
un po’ meno. Mi ci provo anch’io, con l’intento e la speranza d’aggiornare
l’argomento.
Dal Vaticano, 31gennaio 2010
Brunero Gherardini
Fonte:
http://www.unavox.it/Segnalazioni_Rete/Quod_et_tradidi_vobis.html
Link a questa pagina:
http://www.doncurzionitoglia.com/gherardinib_quod_et_tradidi_vobi.htm
NOTE
1 - Il fatto avvenuto sulla via di Damasco è noto. In At 9,1-19 si
nar¬ra la straordinaria trasformazione del persecutore Saulo
nell’apostolo e “vaso d'elezione” Paolo. Sui Dodici, cioè sugli
apostoli, cf KREDEL E. M., Apostolo, in BAUER J., (a c. di),
Dizionario di Teologia Biblica,
ed. italiana a c. di L. Ballarini, Morcelliana, Brescia 1965, p.
127-139; ID., Der Apostelbegriffin der
neueren Exegese. Historisch-kritische Darstellung, in
“Zeitschrift f. kathol. Theologie” 78 (1956) 266-290, 425-444.
2 - CONC. OECUM. TRIDENT., sess IV (8 apr. 1546) DS 1501; cf CONC.
OECUM. VATIC. I, sess. III (24 apr. 1870) DS 3006.
3 - Cf. S. VINCENZO DA LERINS, Commonitorium 23 PL 50,667.
4 -
GHERARDINI B., Concilio Ecumenico
Vaticano II - Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice,
Frigento 2009. In poco più d’un mese si è provveduto ad una seconda
edizione e si stan già ultimando varie traduzioni.
5 - SCHLEIERMACHER Fr., Kurze
Darstellung des theologischen Studiums, a c. di H. Scholz sulla
terza ed. del 1910, Verlag Olms, Hildesheim 1977, §§ 94-97 e 195-231, p.
40-41 e 73-88.
6 - GHERARDINI B., Concilio Ecumenico…,
cit., pp. 130-133
7 - GIOVANNI XXIII, Alloc. 8 dic. 1962 in SEGRETERIA GEN. VA¬TICANO II,
Constitutiones, decreta, declarationes,
Poliglotta Vaticana 1966, p. 891.
8 - S. TOMMASO, STh 11/2,1,9 ad
2.
9 - A ciò si riferisce il Tridentino distinguendo tra verità di Cristo e
dello Spirito Santo.
10 - PIO X, Encicl. “Pascendi dominici gregis”, 8 sett. 1907, ASS 40
(1907) 597-598.
11 - PIO IX, Bolla “Ineffabilis Deus”, 8 dic. 1854, DS 2800-2804.
12 - GHERARDINI B., Lutero-Maria. Pro o contro?, Giardini editori, Pisa
1985, p. 140-147.
13 - S. LEONE MAGNO, Serm 3,3-4 PL 54,146-147.
14 - M. CANO, De locis theologicis
lib. XII, Tipogr. Remondiniana, Venezia 1799, spec. p. 4-7.
15 - M. CANO, De locis, cit., p. 4.
16 - RANFT J., Der Ursprung des
katholischen Traditionsprinzips, Würzburg 1931, p. 112-113,
248-284.
17 - Ovviamente si dovrebbe far attenzione anche ai manuali di Teologia
dogmatica, d’estrazione sia romana che straniera. Quanto all’elenco
sopra presentato, si tratta solo d’un piccolissimo “specimen”
d’interventi a carattere o storico o dogmatico, non tutti dello stesso
valore né tutti dello stesso indirizzo, ma tutti meritevoli della
massima attenzione.
18 - Un solo esempio: ZOLLA E., Che
cos’è la Tradizione?, Bompiani, Milano 1971. L’opera non è priva
d’un suo afflato religioso ed ha soprattutto nella parte esplicativa
un’importanza di notevole rilievo. S’oppone - e qui colpisce anche nel
segno teologico - ad ogni ricostruzione storicistica della Tradizione,
come forma e come contenuto, e difende egregiamente una visione
metafisica di essa.
19 - Non si tratta d’un rifiuto, come se i due Concili in parola non
avessero una loro dottrina sulla teologia della Tradizione e non
avessero avuto un forte influsso sul successivo dibattito teologico. Ne
parlerò in fase espositiva e non mancherò di tratteggiare il detto
influsso, ricordando pure qualcuno dei teologi che vi s’impegnarono.
Questo farò anche per colmare una strana lacuna: né il Beumer né lo
Holstein, giustamente ammirati e spesso lodati, son molto sensibili
all’influsso del Vaticano I sul concetto di Tradizione.
20 - REVUE THOMISTE - INSTITUT SAlNT-THOMAS D’AQUIN,
Vatican II: rupture ou continuité. Les
herméneutiques en présence.
INDICE
Prima parte
Capitolo I - di che cosa si tratta'
1 - Sul piano filologico
2 - Sul piano storico
3 - “In libris scriptis et sine scripto traditionibus”
Capitolo II - All'interno del Nuovo Testamento
1 - Nei quattro Evangeli
2 - Negli Atti degli Apostoli
3 - Nell'epistolario dell'apostlo Paolo
Capito III - radizione - Scrittura - Magistero
1 - La scrittura, “sorgente delle verità salutari e della
disciplina morale”
2 - Il Magistero della Chiesa
3 - Natura e funzione del Magistero
Capitolo IV - Nella testimonianza dei Padri
1 - Fin dal 180 circa
2 - Nel periodo postapostolico
3 - Nel periodo aureo e nella fase conclusiva del pensiero
patristico
Capitolo V - tradizione e Scolastica
1 - I prodromi
2 - Nella Scolastica
3 - La Tradizione in San Tommaso d'Aquino
Capitolo VI - Dottrina conciliare
1 - Tradizione e Tridentino
2 - Nel Concilio Ecumenico Vaticano II
3 - Nel Concilio ecumenico Vaticano II
Capitolo VII - Tradizione e postconcilio
1 - Devianze postconciliari
2 - La Fraternità San Pio X
3 - La Tradizione vivente
Seconda parte
Capitolo VIII - Dagli apostoli ad oggi, verso domani
1 - parola trasmessa
2 - la Rivelazione
3 - la “predicazione” della Chiesa
4 - Continuità della dottrina appresa dalla viva voce di Cristo e
degli apostoli
5 - La parola detta
6 - Né fissismo, né rivoluzione, né semplice riforma, ma sviluppo
7 - La “Regola della Fede”
8 - La Tradizione: un concetto articolato
Epilogo
Indice biblico
Indice deglu autori
Indice generale
Mons. Brunero Gherardini,
Quod et tradidi vobis. La
Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa
Casa
Mariana Editrice, Frigento (AV), 2010, formato 15 x 23, pp. 460, €
25,00
Il libro, reperibile nelle librerie cattoliche,
può essere richiesto direttamente alla casa editrice:
Casa Mariana Editrice
Strettoia Santa Teresa degli Scalzi, 4
80135 Napoli
tel. e fax 081-5447003 / 081-0331423
posta elettronica
apostolatostampa@immacolata.ws
Qualche informazione su Mons.
Gherardini
Mons. Brunero Gherardini è nato a
Prato il 1° febbraio 1925, ed è stato ordinato sacerdote il 29.6.48
a Pistoia
Residente presso la Canonica Vaticana, Città del Vaticano, 00120
Roma
Consultore della Congregazione delle Cause dei Santi
Canonico nella Basilica Papale San Pietro in Vaticano
Già Professore presso la Pontificia Università Lateranense
Già membro e responsabile della Pontificia Accademia Teologica Romana e
della Pontificia Accademia di S. Tommaso, (da cui si è volutamente
staccato “quando le Accademie Pontificie vennero "rifondate").
Postulatore della causa di beatificazione di S. S. Pio IX
Direttore della rivista Divinitas.
Riconosciuto studioso tomista, allievo di C. Fabro, ha approfondito lo
studio del Protestantesimo e della Riforma in genere. |
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Link a questa pagina:
http://www.doncurzionitoglia.com/gherardinib_quod_et_tradidi_vobi.htm |
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