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Il
Golgota e la “Sinagoga di satana”
La
Rivoluzione consiste essenzialmente in un progetto - prima filosofico e
poi teologico - di rovesciamento a 180 gradi (“revolutio”) della
verità e della morale naturale e soprannaturale e specialmente di quella
cristiana (cfr. M. Jones,
Il ritorno di Dioniso. Musica e rivoluzione culturale, Viterbo,
Effedieffe, 2009). La immane tragedia del popolo ebraico - popolo
eminentemente rivoluzionario, soprattutto a partire dal Golgota - è il
rifiuto di Cristo, assieme alla presunzione di essere
ancora il popolo eletto da Dio, nonostante il deicidio. Avendo
rifiutata l’unica “Via” per la loro salvezza spirituale (“Io sono la
Via, la Verità e la Vita”), questo popolo una volta eletto ed
ora riprovato ha costantemente ricercato a ricercare la redenzione
qui e adesso, nelle risorse della materia, nell’oro e nel potere;
in qualsiasi cosa, ovunque, ma non in Cristo, nell’aldiquà e non
nell’aldilà. Elio Toaff ha scritto che la differenza essenziale tra
giudaismo e cristianesimo consiste nel fatto che, mentre il primo vuol
portare il “paradiso” su questa terra, il secondo vuole portare l’uomo
in Paradiso (Essere ebreo, Milano, Bompiani, 1997). Ebbene è
proprio questa sua natura immanentistica, che ha tenuto e mantiene
tuttora il giudaismo in una costante condizione di cecità, rendendolo il
popolo di coloro che hanno “per padre il diavolo” (Gv,
VIII, 42), sino a che non riconosceranno Cristo. Perciò non può non
sorprendere la teoria, espressa come dottore privato da Joseph
Ratzinger, secondo la quale gli ebrei attuali non sarebbero soltanto “i
nostri Fratelli maggiori nella fede di Abramo”, come aveva detto
Giovanni Paolo II alla sinagoga romana il 13 aprile 1986, ma addirittura
sarebbero “i nostri Padri” (Benedetto
XVI, Luce del mondo, Città del Vaticano, LEV, 2010, p.
123). Ora se Gesù li ha chiamati implicitamente ‘figli del diavolo’, a
rigor di logica il giudeo-cristianesimo ratzingeriano ha “per nonno
il diavolo”.
Ebraismo
e protestantesimo
Molti degli
ebrei che furono espulsi dalla Spagna e dal Portogallo (1492-1496)
fuggirono verso città densamente popolate da ebrei in Francia, dove
divennero ugonotti. Molti altri si diressero verso i Paesi Bassi
spagnoli e divennero calvinisti.
William Thomas Walsh
sostiene che anche un gran numero di protestanti inglesi - «senza
dubbio i più attivi nella propaganda e nell’organizzazione»
(1) - erano ebrei diventati calvinisti mentre vivevano ad
Anversa. I marrani di Anversa, secondo Wolf, avevano preso parte attiva
al movimento protestante fin dall’inizio e «abbandonarono il loro
travestimento da cattolici per quello non meno ingannevole da
calvinisti» (2). Insieme, i calvinisti olandesi, gli ebrei e
gli inglesi costituirono il cuore della cospirazione che scaturirà in
aperta ribellione nei Paesi Bassi contro la Spagna e il Papato. C’era
una naturale affinità tra i calvinisti e gli ebrei: entrambi erano «nemici
di Roma, della Spagna e dell’Inquisizione»
(3).
Giudaismo e calvinismo
Oltre a
ciò, come abbiamo già visto in C.
Nitoglia, “Dal giudaismo rabbinico al giudeo-americanismo”
(Genova, Effepì, 2006), il calvinismo era simile al giudaismo nel suo
atteggiamento verso l’ “idolatria” (la Divinità di Cristo e la Trinità
delle Persone nell’unica Sostanza divina) e la Legge antica mai abrogata
(quanto al Cerimoniale) né perfezionata (quanto al Decalogo) dalla Nuova
ed eterna Alleanza. Come risultato, gli ebrei divennero zelanti e
preziosi alleati dei Calvinisti. Non ci sono indicazioni che Calvino
o il suo luogotenente Beza fossero di origine ebraica, ma molti dei loro
predicatori – gente come Farel e Rousel – lo erano. In una lettera ai
suoi seguaci inglesi, Calvino disse che chi rifiutava di abbandonare la
Fede cattolica doveva essere ucciso. Fu proprio a causa del suo
“legalismo farisaico” che egli trasformò il calvinismo in un partito
internazionale di avanguardia del movimento rivoluzionario, il quale ben
presto eclissò rivali come gli anabattisti, troppo radicali ed utopisti
(vedi C. Ginzburg, Il nicomedismo, Torino, Einaudi, 1980).
Calvino provò anche a prendere le distanze dagli ebrei, ma per la sua
forma mentis confidò sempre su di loro come co-rivoluzionari, in
particolare nel loro ruolo di spie. Infatti, né il suo Stato di polizia
a Ginevra, né quello simile, che Elisabetta e William Cecil avrebbero
eretto in Inghilterra, avrebbero potuto prosperare senza
l’organizzazione d’intelligence ebraica, cresciuta attorno al
commercio delle spezie nei Paesi Bassi e a Venezia: «I più
attivi informatori, ufficiali di collegamento e propagandisti di
questo esercito internazionale erano ebrei. Solo quattro anni
dopo il primo dilagare di Lutero, il cardinale Alessandro,
Nunzio Apostolico, riferì che erano gli ebrei a stampare e
a diffondere nelle Fiandre libri del monaco tedesco. Dai Paesi
Bassi avevano inviato Bibbie anche in Spagna, nascoste in botti
di vino dal doppio fondo. A Ferrara, un grande centro
ebraico finanziario, gli ebrei stampavano Bibbie eretiche
per la distribuzione in Italia e altrove, obbligando la Chiesa ad
emanare condanne per traduzioni non autorizzate. Ogni ebreo,
se mercante o medico, era una potenziale spia o
propagandista per i protestanti» (4). Calvino bruciando
Serveto sul rogo tentò di chiudere la bocca a chi lo definiva un
giudaizzante; nello stesso tempo però inserì princìpi ebraici nel suo
sistema religioso. Al tempo della morte del suo fondatore nel 1564, il
calvinismo aveva sostituito l’anabattismo come punta di diamante del
pensiero protestante rivoluzionario.
Millenarismo imperialista americano
Padre
John Navone de “La
Civiltà Cattolica” scrive: «Il nazionalismo americano è diverso
dagli altri, perché è di matrice ideologica. […]. Per questo [l’America]
è stata la più nazionalista tra le nazioni più importanti. […]. La
stessa gente comune [americana] ribadisce costantemente la propria
superiorità su tutti gli altri. […]. Tuttavia il nazionalismo degli Usa
si è sviluppato relativamente tardi, negli ultimi 150 anni. […]. Gli
Stati Uniti non erano una società che si trovava già “lì”, bensì una
società costituita deliberatamente. La sua era, ed è, una popolazione
composta soprattutto da immigrati» (5). Il padre gesuita continua
spiegando che «La Rivoluzione americana ebbe una notevole influenza
sulla successiva Rivoluzione francese, la quale, a sua volta, esercitò
un forte influsso sulle rivoluzioni latino-americane del XIX secolo»
(6). La Rivoluzione americana ha avuto un e norme impatto
sull’Europa e l’America Latina grazie alla dimostrazione pratica che
l’uguaglianza e la libertà possono essere attuate senza eccessiva
violenza e mediante una democrazia repubblicana. La ribellione alla
madre-patria, l’Inghilterra, veniva giustificata tramite i princìpi
dell’illuminismo. Il gesuita continua asserendo che «quella che
inizialmente era una società protestante e bianca, nordeuropea e
illuminata, […] è divenuta qualcosa di molto differente […] come
conseguenza delle scelte fatte: quelle relative al secolarismo e al
materialismo liberista […] e più recentemente lo sforzo di adottare un
sistema sociale multiculturale e multirazziale. Tutte scelte di natura
ideologica» (7). Inoltre, se prima del 1895 il nazionalismo
statunitense era qualcosa di interno al nord America, dominato dalla
religione calvinista arminiana (antitrinitaria) specialmente
anglo-scozzese, dopo il 1890 essa spinse le sue mire espansionistiche al
di là dei suoi confini nel Pacifico grazie al potere marittimo.
Occorreva possedere colonie, sviluppare un forte commercio marittimo e
difendere le rotte del mare. La prima potenza europea a farne le spese
fu la Spagna, che nel 1898, perse Cuba, Portorico, le Filippine e le
Hawai. L’imperialismo americano è caratterizzato da un forte darwinismo
sociale: vince la etnia più forte e, siccome l’America aveva superato
l’Europa con il Novecento, aveva il dovere e il diritto di dominarla. Il
presidente americano Theodore Roosvelt (1901-1909) era impregnato di
idee del culto della forza, di nazionalismo romantico e non solamente
economico, di decisionismo e di un pizzico di razzismo, naturalmente il
tutto condito da una certa ipocrisia calvinista: «il nuovo imperialismo
americano non ammise mai di essere ciò che era, in quanto sia Cuba che
le Filippine furono occupate con il pretesto di liberare i loro
abitanti, benché essi manifestassero ben presto il desiderio di essere
liberi dal dominio americano» (8). Inoltre «l’internazionalismo
liberale di Woodrow Wilson (1913-21) fornì un’espressione di quella
forma di nazionalismo americano più correttamente descritto come
“eccezionalismo”. Esso ritiene che le virtù americane siano eccezionali
e non abbiano paragone in nessun altro luogo e rappresentino una forma
del più alto grado di perfezione dell’umanità» (9). La politica
estera americana durante le due guerre mondiali ha cercato di esportare
in tutto il mondo i valori americani, prima in Europa (1945) e poi in
Medio Oriente (1990, 2003). L’“eccezionalismo” statunitense deriva
immediatamente dal calvinismo e, mediatamente, dal talmudismo ebraico,
che tanto ha influito sul calvinismo e l’unitarismo protestantico,
secondo i quali l’umanità americana è la più avanzata e deve estendere
anche agli altri Continenti i benefici del suo sistema. Padre Navone non
esita a scorgere in tale “eccezionalismo” le impronte del millenarismo,
del messianismo terreno e dello gnosticismo politico, che ha avuto un
notevole peso nella conferenza di pace di Versailles, la quale ha messo
in atto tutte i presupposti della seconda guerra mondiale. L’influsso
dell’ebraismo e del supercapitalismo calvinista nella volontà di
distruggere la Germania sia nel 1917 che nel 1942 è messo bene in luce
da padre Navone a pagina 356 del suo articolo. La rivalità con l’Urrs è
squisitamente ideologica in quanto l’America ritiene che la vera
rivoluzione democratica sia la statunitense ed essa sola deve dominare
il mondo, mentre l’Urss riteneva che la vera rivoluzione fosse quella
comunista e che dovesse essere esportata dappertutto. Non ci si deve
stupire pertanto se oggi i capi neoconservatori sono tutti di estrazione
calvinista, trotzkista e israelita. Ieri erano convinti che la vera
forza rivoluzionaria fosse il comunismo figlio dell’anabattismo; oggi
pensano che lo sia il liberismo radicale derivato dal calvinismo; ciò
che resta invariato è il loro spirito rivoluzionario ebraico. Si fanno
chiamare “conservatori”, ma sono soprattutto rivoluzionari che vogliono
esportare la “rivoluzione conservatrice” anglo-americana,
giudaico-massonica, liberal-liberista nel mondo intero. Con il pretesto
dell’islàm che hanno scatenato contro i cristiani e la civiltà europea
in Medio Oriente (vedi l’Iraq), si ergono ipocritamente, come “atei
devoti”, a difesa della civiltà “occidentale” o “atlantica” (si badi
bene) e non europea e mediterranea. Purtroppo alcuni cattolici si
lasciano ingannare e cadono nella trappola di coloro che vorrebbero
conciliare cristianesimo e giudaismo, dottrina sociale cattolica e
liberismo, Tradizione e americanismo (vedi Il Foglio di Giuliano
Ferrara).
Cristianesimo americano
Esso è
caratterizzato dalle correnti più radicali del protestantesimo classico
europeo. Il Puritanesimo, che si prefiggeva di purificare la chiesa
anglicana, aveva fatto propri alcuni princìpi del calvinismo, fondando
la vita spirituale sugli «stati emozionali interiori e sottolineando la
necessità dell’esperienza religiosa» (10). Molto spazio fu
concesso alle «manifestazioni fisiche ed emotive di persone che cadevano
sotto il potere dello Spirito con intense esperienze fisiche ed emotive»
(11). Da tale religiosità nacquero movimenti moralizzatori che si
lanciavano in crociata contro l’alcool (portando alla legge sul
proibizionismo del 1919) e anche contro l’aborto, crociata che è ancor
oggi predicata in Usa in ambienti protestanti e che sembra accomunare
cattolicesimo a protestantesimo, ma solo in superficie e in apparenza,
mentre la realtà o la sostanza resta essenzialmente diversa. Tuttavia
occorre ammettere che in genere il cattolicesimo americano, anche
preconciliare, è intriso di tolleranza per principio e di eccessiva
integrazione che ha reso l’ambiente cattolico «troppo simile alla
maggioranza protestante» (12).
La
controriforma cattolica
A quel
tempo la Chiesa cattolica si era svegliata dall’influenza che
l’Umanesimo e il Rinascimento, profondamente intrisi di cabala ebraica,
avevano esercitato sugli intellettuali cattolici ed anche sugli alti
prelati (cfr. C. Nitoglia,
L’Esoterismo, Verrua Savoia, CLS, 2002) e si presentava di
fronte a un nuovo nemico: il calvinismo, che assunse la leadership
intellettuale del movimento rivoluzionario protestantico in quanto, come
scrive Marvin O’Connell fu
Calvino che salvò la rivoluzione «quando la riforma protestante
vacillava sull’orlo dell’anarchia» (13). Al
tempo dell’abdicazione di Carlo V, il calvinismo divenne, tra le sette
protestanti, l’elemento portante del movimento rivoluzionario e il
centro della sua attività divennero i Paesi Bassi Spagnoli.
d. CURZIO NITOGLIA
29 dicembre 2010
http://www.doncurzionitoglia.com/giudeo_calvinismo.htm
Note
1)
W. Th.
Walsh, Philip II,
Sheed and Ward, New York, 1937, p. 248.
2)
W. Th.
Walsh,
Philip II, p. 249.
3)
Ivi.
4)
Ivi;
per I
rapporti tra protestantesimo Americano ed ebraismo cfr.
Mircea Eliade (diretta da),
Enciclopedia delle Religioni. Religioni delle Americhe,
Milano-Roma, Jaca Book-Città Nuova, 2010, vol. 16,.pp. 258-269
5)
La Civiltà
Cattolica,
16 febbraio
2008, p. 349.
6)
Ibidem,
p. 350.
7)
Ibid.,
p. 351.
8)
Ibid.,
p. 354.
9)
Ibid.,
p. 355.
10)
Mircea Eliade (diretta
da), Enciclopedia delle Religioni. Religioni delle Americhe,
Milano-Roma, Jaca Book-Città Nuova, 2010, vol. 16, p. 237.
11)
Ivi.
12)
Ibidem,
p. 239; cfr anche J. F. Colosimo,
Dio è americano. La teodemocrazia negli Stati Uniti,
Milano, 2009.
13)
M.
O’Connell, The Counter
Reformation 1559-1610, New York, Harper Torchbooks, 1974, p. 125.
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