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“All’orizzonte non si scorge alcuna primavera del
mondo arabo, ma un lungo inverno dell’islamismo radicale” (Aldo
Baquis).
Introduzione
Il
20 settembre 2011 l’Onu voterà il riconoscimento della Palestina
come Stato indipendente e sovrano. Ciò è naturale, infatti una
Nazione ha diritto ad avere un Governo ed uno Stato che la diriga.
Quindi tutti gli analisti prevedono che – malgrado il dispiacere e
il desiderio d’Israele – il riconoscimento dello Stato palestinese
sarà realtà entro una settimana. Tuttavia la situazione mondiale
(Libia in primis) è abbastanza movimentata e foriera di novità
imprevedibili.
*
I fatti sufficientemente enumerati
●Gheddafi, a metà settembre, non è stato ancora definitivamente
sconfitto dalle bombe della Nato e dai “ribelli” jaidisthi
prezzolati degli Usa e della Nato. «I ribelli temono un attacco con
armi chimiche [da parte dei lealisti]. Il regime contava su
centinaia di missili anti-aerei, perlopiù sovietici che ora
risultano spariti [ossia nelle mani dei lealisti in ritirata]» (la
Repubblica, 9 settembre 2011). Pepe Escobar di Asia Times scrive:
«L’immenso deserto meridionale della Libia non è stato conquistato
dalla Nato. Il “Cnt” non ha praticamente accesso all’acqua e a molto
del petrolio libico. Gheddafi ha la possibilità di “lavorarsi il
deserto” […] e di organizzare una guerra di guerriglia. […].
Gheddafi può facilmente schierare i suoi reparti nel deserto
meridionale con un porto sicuro in Algeria, o persino nel Niger».
In breve la guerra guerreggiata in Libia comincia adesso, sul
terreno e non sotto le bombe che piovono holliwoodianamente da 10
mila metri.
●Nelle zone adiacenti alla Palestina, poi, la situazione è
esplosiva. La Siria è in uno stato di semi guerra “civile”;
l’Egitto, dopo la “caduta” di Mubarak, sta vivendo una situazione di
enormi tensioni in seno non solo alla Società civile ma anche alla
giunta militare, che ha rimpiazzato Mubarak. L’Iraq, dal quale gli
Usa si stanno ritirando con le ossa rotte, è ancora in uno stato di
anarchia permanente, l’Afghanistan idem. Mentre l’Iran si affaccia
prepotentemente sulla scena vicino e medio orientale. Infine - come
scrive il padre gesuita Luciano Larivera su La Civiltà Cattolica
- il Pakistan, dotato di bombe atomiche, tramite le sue «Autorità
(Governo, Parlamento e Forze armate), ha nominato una commissione
d’inchiesta per accertare come gli Usa abbiano violato la sovranità
nazionale pakistana e con quali complicità. Il Parlamento di
Islamabad ha dichiarato che azioni come quella contro Bin Laden non
devono più avvenire, perché la reazione militare sarebbe adeguata.
Il Pakistan teme infatti che gli Usa possano dare l’assalto ai suoi
arsenali nucleari». Evidentemente la risposta adeguata sarebbe
“nucleare”.
●Le
sedicenti “rivoluzioni arabe primaverili” hanno dato il colpo di
grazia al mondo pan-arabo, laico, baathista, nazional-popolare che
arginava l’islamismo radicale in medio oriente. Mubarak e Gheddafi
ne erano gli ultimissimi rappresentanti, dopo la scomparsa di Arafat
e Saddam. In Palestina il vuoto lasciato da Arafat è stato riempito
da Hamas, che a torto è presentato come movimento islamista
radicale, mentre rifiuta soltanto la politica di cedimento e
concessione per principio a Israele tenuta da Abu Mazen. Aldo Baquis
inviato speciale de La Stampa di Torino a Tel Aviv ha scritto che
“all’orizzonte non si vedono primavere del mondo arabo, ma solo un
lungo inverno dell’islamismo radicale” (La Stampa, 7 settembre 2011,
p. 20). La dottrina di Samuel Hungtington su Lo scontro di civiltà
occidentale (ossia anglo-americanista) e araba (nazional-popolare
pre-illuminista) è oramai un dato di fatto. Dietro ad esso vi è
Israele, che vuol lanciare l’islamismo radicale all’assalto delle
ultime vestigia del mondo greco-romano e cattolico anti-modernista.
●La
Turchia di Erdogan dopo aver rotto i rapporti diplomatici con
Israele (2 settembre 2011) ha inviato navi da guerra di fronte alle
acque della striscia di Gaza ed ha invitato l’Egitto a rompere con
Israele, tramite il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu
(cfr. Stampa.it, 2 settembre 2011). Inoltre Erdogan ha dichiarato di
voler «visitare personalmente Gaza. Stiamo trattando con gli
Egiziani per il mio ingresso» (La Stampa, 7 settembre 2001, p. 20).
●Mubarak sinora era riuscito a mantenere l’Egitto in una posizione
di equidistanza o equivicinanza a Israele e Palestina. Ma la nuova
giunta militare cosa farà? È un’incognita. Potrebbe, molto
probabilmente, seguire l’esempio della Turchia. Infatti «In Egitto
il candidato alla Presidenza Amr Mussa appoggia la Turchia:
“facciamo come loro”» (La Stampa, 7 settembre 2011, p. 20).
●Secondo George
Friedman (cfr. Stratford, 22 agosto 2011, tr. it.
Effedieffe, 24 agosto) Israele potrebbe attaccare Gaza, ma ciò
rischierebbe di portare l’Egitto sempre più vicino alla Palestina e
lontano da Israele, come è successo con la Turchia. Il Segretario di
Stato statunitense Bill Gates ha espresso tutto il distacco
dell’attuale Amministrazione Usa verso il Primo Ministro israeliano
Benyamin Netanyahu, il quale “non capisce quanto sia pericoloso per
Israele il suo isolamento” (cfr. La Stampa, 7 settembre 2011, p.
20).
●La
Siria è stata l’alleato più importante degli Hezbollah libanesi, del
generale cattolico Michel Aoun e dell’Iran nella guerra di difesa
del luglio 2006 da parte del Libano contro l’invasione israeliana,
che è stata respinta contro ogni previsione ed ha accresciuto
(bellicamente e psicologicamente) la potenzialità vittoriosa del
“piccolo Davide” (Libano) contro il “gigante Golia” (Israele).
Quindi sia l’Iran che gli Hezbollah ed i Cristiani libanesi vogliono
che Assad e la Siria restino bene in piedi. Il mito
dell’imbattibilità dello Stato sionista non regge più. Ma non per
questo bisogna sottovalutare la sua enorme capacità e il suo
potenziale militare ed il fanatismo zelota che lo anima e che
potrebbe portarla a gesti estremi (v. Masada). La Siria era l’unico
Stato che poteva assicurare alle forze aggredite libanesi (Aoun,
Hezbollah) assieme all’Iran, il quale però è più lontano
geograficamente dal Libano, un appoggio militare capace di far
vincere la guerra o respingere l’invasione.
●Secondo George Friedman attualmente Israele potrebbe agire con un
attacco devastante su Gaza ed assieme con un contenimento a nord
delle forze libanesi, le quali non resterebbero a guardare, quindi
dovrebbe tener testa alla III Intifada, che sicuramente scoppierebbe
ed infiammerebbe la Cisgiordania, nella quale dovrebbe impegnarsi,
anche suo malgrado Abu Mazen. Ora la storia insegna che in guerra è
assai pericoloso aprire due fronti, immaginiamoci tre (Libano, Gaza,
Cisgiordania), ai quali potrebbero aggiungersi quelli limitrofi
dell’Egitto, della Turchia e indirettamente dell’Iran, e per finire
del Pakistan e dell’Afghanistan. Certamente anche una super potenza
come Israele si troverebbe in serie difficoltà, come ha constatato
Bill Gates il quale ha parlato di “isolamento pericoloso” per
Israele.
●Inoltre Israele stessa deve fare i conti con la protesta (ecco un
“quarto” fronte) interna contro il caro-vita, che potrebbe
trasformarsi in rivolta reale e non etero-diretta contro il governo
liberista di Benyamin Netanyahu, che la prima settimana di agosto ha
infiammato Tel Aviv. Infatti il 3 agosto oltre 300 mila persone sono
scese in piazza invocando una seria revisione dell’economia
governativa ultra liberista americanista alla Hayek, Myses e Milton
Friedman, la quale sta azzerando la classe media “laica” israeliana
a tutto vantaggio dei coloni e dei religiosi ultra-ortodossi (cfr.
Tobias Buck, Financial Times, 9 agosto 2011). La svolta tecnocratica
e liberistica dell’economia sionista, infatti, ha avvantaggiato i
‘coloni’ e gli ‘ultra-ortodossi’ i quali ricevono forti
finanziamenti statali, per sostentare le loro numerose famiglie, le
quali devono cacciare come una “bomba demografica” i Palestinesi,
che si ostinano e restare sul 20% della terra patria. Invece gli
‘ultra-ortodossi’, che studiano il Talmud, non prestano il servizio
militare e nel medesimo tempo usufruiscono di grandi agevolazioni
finanziarie (La Stampa, 9 settembre 2011). Tutto ciò non va giù alla
classe media e “laica” sionista, la quale ha fondato lo Stato
d’Israele e il movimento sionista, che oramai comincia a scendere in
piazza e quando la piazza diventa molto grande come un fiume in
piena non la si può fermare nemmeno a cannonate. Israele rischia
anche un’implosione.
●La
stessa crisi ed anche economicamente maggiore attanaglia gli Stati
Uniti d’America «25 milioni di disoccupati, debito pubblico alle
stelle. Gli Usa sono in ginocchio» (la Repubblica, 7 settembre 2011,
p. 1). E se gli Usa sono in ginocchio non possono aiutare in maniere
decisiva e definitiva Israele, il quale sinora ha sempre vinto
grazie agli aiuti economico-bellici dello ‘Zio Tom’.
●È
comprensibile allora «L’Angoscia Degli Israeliani: “Siamo rimasti
senza amici”. Il Ministro israeliano del Likud Israel Katz teme un
conflitto su larga scala con i Paesi confinanti» (La Stampa, 7
settembre 2011, p. 20).
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Conclusione
Tutte queste premesse portano ad una conclusione molto probabile: il
“guerrone” si avvicina. Se poi ci sarà veramente solo Dio lo sa
poiché entra in ballo il libero arbitrio umano, che solo Lui conosce
nei dettagli e nel futuro. Noi possiamo fare solo delle congetture
per induzione, esprimere delle probabilità o al massimo certezze
morali, ma non assolute, a partire da fatti oggettivi
sufficientemente enumerati.
d. CURZIO NITOGLIA
12 settembre 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/guerrone_vicino.htm
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