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Modernismo e neomodernismo
 Il
Modernismo è l’eresia per eccellenza o il collettore di tutte le eresie,
come scrisse S. Pio X (Pascendi, 1907). Il neomodernismo o progressismo
cristiano, nato con la nouvelle tehéologie di Teilhard e figli (Lubac,
Daniélou, Balthasar, Ratzinger, Congar, Chenu, Rahner, Küng,
Schillebeechx, Metz, Dewart), «presenta gli stessi caratteri del
modernismo, e li accentua. Quindi il progressismo, di cui è attualmente
vittima la Chiesa, è l’eresia compiuta».
Esso è caratterizzato dalla sostituzione del nome di Dio con quello
dell’uomo, è il culto dell’umanità idolatrata.
San Pio X (Pascendi, 1907) e Pio XII (Humani generis, 1950) hanno visto
nel soggettivismo relativistico una delle principali correnti che
animano il modernismo e il neomodernismo. Ora soggettivismo, come spiega
Marcel De Corte, è «il ripiegamento incestuoso dell’uomo su se stesso,
la proclamazione della sua autonomia radicale, il culto dell’Io».
Il suo scopo è «mirare essenzialmente a confondere la Chiesa col mondo
moderno».
Il 27 marzo del 1914, quattro mesi prima di morire (20 agosto 1914), S.
Pio X disse: «Noi ci troviamo in un tempo in cui si adottano con la
massima facilità certe idee di conciliazione o compromesso della Fede
con lo spirito moderno, idee che conducono molto più lontano di quanto
si creda, non solo all’indebolimento, ma alla perdita totale della
Fede». De Corte commenta: «che cos’è l’apertura al mondo se non il
compromesso e la conciliazione della Fede cattolica con lo spirito della
modernità, nelle sue quattro caratteristiche messe a nudo dall’Enciclica
Pascendi? Cioè il soggettivismo, l’evoluzionismo, il relativismo e
l’immanentismo?».
Sempre secondo De Corte «tutta la filosofia moderna muove dall’uomo, dal
soggetto pensante, autonomo, affrancato da ogni dipendenza verso ciò che
non sia lui medesimo».
Ma le Fede e la Scrittura ci invitano a non ascoltare il mondo: “nolite
conformari huic saeculo” (S. Paolo, Rom., XII, 2). Coloro che, come i
modernisti e i neomodernisti o progressisti, si mettono all’ascolto del
mondo, vogliono piacere al mondo, vogliono entrare nel mondo, magari
anche in buona fede, con l’intenzione di farsi capire ed accettare dal
mondo, si allontanano dallo spirito di Cristo, e come scrisse S. Pio X,
«le loro dichiarazioni, la loro condotta […], dimostrano che essi hanno
perduto la Fede e che, pur credendosi sulla nave [di Pietro], hanno
fatto miseramente naufragio». S. Agostino diceva: “quante pecore fuori e
quanti lupi dentro”. Tuttavia, siccome la modernità ha allontanato da sé
la Chiesa e l’ha richiusa in sacrestia o in una sorta di ghetto, molti
preti, anche di buone intenzioni, si sentono «isolati dalla società
democratica, […] essi si sentono intralciati nella loro missione di
annunciare il vangelo agli uomini. […] Allora, a dire il vero, la
tentazione [di aprirsi al mondo moderno] è grande, è immensa, è quasi
inevitabile. È proprio del cristiano essere tentato, […] ma non essere
vinto, cedendo, dal mondo, da Cesare, dal Princeps huius mundi […] cujus
nomen legio est».
Dialogo tradi-progressista
Se il modernismo fu condannato e combattuto
nei primi del Novecento (1907) , ma risorse e alzò la cresta nella
seconda metà del XX secolo (1950), oggi col Vaticano II (1965) e il
post-concilio (1969-2010) assistiamo ad una ulteriore recrudescenza del
neomodernismo, che si è trasformato in progressismo immanentistico e
antropolatrico. Esso è stato confutato da molti valenti teologi;
tuttavia, se ha incontrato delle resistenze, non per questo ha abbassato
la cresta e cerca di ingannare, “se fosse possibile”, anche gli
antimodernisti. È la tattica dell’entrismo o del compromesso o del
correre il rischio di dialogare con la modernità e post-modernità,
illudendosi di poter conservare la propria identità integralmente
cattolica. Caveamus! Noi tutti, io compreso: “qui reputat se stare
caveat ne cadat” (S. Paolo). La tentazione è fortissima: “Haec omnia
tibi dabo” ti darò tutto, ci dice la modernità, ma ad una condizione:
“si cadens adoraveris me”; se, cedendo o cadendo ai miei piedi, mi
incenserai antropocentricamente. È comprensibile che dopo cinquanta anni
di “ghettizzazione” ci si senta tentati di entrare, di fare molto
apostolato, di farsi capire e accettare, ma è una tentazione sub specie
boni: «la Chiesa ha un bel da fare per rendersi amabile, non sarà mai
amata dal mondo».
Non dico che vi sia della malizia in sé ma è un pericolo, un rischio,
una tentazione e come tale va allontanata. Sempre De Corte commenta che
il prezzo da pagare per essere ammessi come “cristiani normali” nel
consesso del grande pubblico è «l’identificazione del cristianesimo con
la religione dell’uomo; la fusione dell’eresia coll’ortodossia; la
negazione. del principio d’identità […]. Costruire una società reale con
pietre immaginarie è un compito assurdo. Il crollo della “chiesa delle
nuvole” è fatale».
Cosa occorre fare? Ce lo dice S. Pietro: “Vos autem resistite fortes in
Fide”; resistenza, pazienza e speranza, non illusioni, compromessi,
rischi azzardati e pericolosi, sogni ad occhi aperti, chiesa delle
nuvole, conciliazione degli opposti. Come si fa ad ammettere che vi è
continuità tra la “Cena” di Paolo VI e la Messa apostolica codificata da
S. Pio V? È un assurdo, un cerchio quadrato. Così pure tra il panteismo
teo/antropo-centrico, al quale Giovanni Paolo II riduce l’essenza del
Vaticano II, con la Trascendenza e la distinzione reale tra creatura e
Creatore. Coraggio! «per quanto numerosi siano i parassiti [modernisti e
tradi-ecumenisti] essi non hanno sterilizzato tutti i chicchi. Alcuni,
restano fecondi. Germineranno».
Per quanto riguarda Paolo VI, che viene oggi presentato quasi un novello
Pio X, Marcel De Corte scrive [fra il 1969-70]: «Confesso di essermi a
lungo ingannato quanto a Paolo VI. Credetti che egli tentasse di salvare
l’essenziale. […]. Ma, non vi è esempio nella storia di un ingannatore
che non finisca con lo smascherarsi. A forza di voler apparire diverso
da quel che si è, si finisce col mostrare di non esserlo. […]. No. Basta
così. Non mi ci prenderete più, non mi farete prendere lucciole per
lanterne, né Paolo VI per un nuovo S. Pio V. […] Paolo VI andrà avanti,
senza ritorno, schiacciando ogni resistenza… a meno che Dio non gli apra
gli occhi… sarebbe un miracolo».
Per quanto riguarda l’ecumenismo, sia tra a-cristiani, a-cattolici e
tradi-progressisti, De Corte dice che esso «è un cerchio quadrato,
giacché consiste nello stabilire l’unione movendo dalla divisione, la
concordia movendo dalla discordia, l’ordine movendo dal disordine».
Benedetto XVI e Paolo VI sunt idem
Anche
per Benedetto XVI vale ciò che De corte ha scritto per Paolo VI. Infatti
nel mese di luglio 2010 la “Congregazione per la dottrina della fede” è
stata riportata al suo vecchio posto di “prima e suprema Congregazione”.
Inoltre, nello stesso mese di luglio 2010, Benedetto XVI ha inasprito le
pene per gli eretici e gli scismatici, mentre continua il dialogo
ecumenico con gli a-cattolici e i non-cristiani. E allora chi sono gli
“eretici” e gli “scismatici” del XXI secolo? Non sarebbero forse, come
insegnava il suo maestro Hans Urs von Balthasar, i cattolici
antimodernisti fedeli alla Tradizione divino-apostolica, riassunta dalla
Humani generis di Pio XII, che non vogliono accettare gli errori della
“nouvelle théologie”? Quindi, adesso, nel campo antimodernista, si
rischia fortemente (che Dio ce ne scampi e liberi!) di trovarsi (non
dico che già vi si è) davanti ad un bivio insidioso: a) o accettare -
come minimo - il “Catechismo della Chiesa Cattolica” del 1992, (già
proposto per gli Anglicani tradizionalisti), che è il Vaticano II
riassunto sotto forma di domande e risposte; oppure b) rifiutare
l’antropocentrismo neomodernistico, ma sotto la pesante minaccia della
condanna della neo-Congregazione per la dottrina della fede, una sorta
di “S. Uffizio all’incontrario”, il quale condanna l’ortodossia e
promuove l’eresia. Ora in ambedue i casi ci si ritroverebbe in una
situazione sgradevole prima in sé e poi quanto agli altri. Infatti, nel
primo caso si tratterebbe (quoad se) di un cedimento, prossimo
all’apostasia e al culto anticristico dell’uomo; mentre nel secondo
(quoad alios) si darebbe l’impressione ai semplici fedeli (dei quali
bisogna tener sempre conto, come insegna S. Paolo) di non fare nessun
conto dell’Autorità del Papa in quanto tale e della Chiesa, poiché prima
ci si sottomette, in buona fede ma ingenuamente e forse imprudentemente,
ad interrogatorio (presentato astutamente sotto forma di ‘dibattito’) da
parte del neo S. Uffizio e poi, se il responso non è (e come potrebbe
esserlo?) secondo le proprie aspettative, pur sacrosante in se stesse,
non se ne tiene alcun conto, minando, non in sé ma, agli occhi dei
semplici, quel poco di rispetto che resta ancora dell’Autorità e
correndo imprudentemente il rischio di esser strumentalizzati,
maliziosamente e farisaicamente, dai mass media, i quali presenterebbero
compattamente gli antimodernisti, come filo-protestanti, ribelli o
voltagabbana inaffidabili.
d. Curzio Nitoglia
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