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Digressione introduttiva
Il 22
gennaio del 1944 36 mila soldati anglo-americani sbarcarono a Nettunia
per prendere alle spalle i tedeschi, che ancora resistevano
asserragliati lungo la ‘Linea Gustav’ sul Monte Cassino, e
giungere poi indisturbati a Roma. Secondo i generali anglo-americani, da
Nettunia le truppe alleate avrebbero dovuto tagliare la strada a quelle
germaniche in eventuale rotta da Cassino verso il nord inseguite dalla
‘5a Armata americana’, che, sempre secondo le previsioni degli
“alleati”, avrebbe dovuto sfondare la ‘Linea Gustav’ in poco
tempo.
Soldati italiani sul fronte di Nettunia
In realtà le cose andarono ben diversamente:
la battaglia di Monte Cassino durò quasi un anno, dal settembre 1943 al
maggio 1944. Pochi sanno che anche circa duemila italiani combatterono
tra Anzio, Nettuno e Roma a fianco della Germania sino al 6 giugno, due
giorni dopo l’entrata degli americani nella Capitale (4 giugno 1944). La
vulgata “politicamente corretta” vuole che a Cassino-Nettunia si siano
affrontati il “bene assoluto” (le democrazie occidentali) contro il
“male assoluto” (la tirannia “genocida” tedesca) per liberare l’Italia e
Roma dall’oppressione della dittatura e portare una ventata di libertà e
democrazia. Non si parla, quindi, dei militi italiani che si son fatti
uccidere quasi sino all’ultimo uomo tra Nettunia e Roma, per riscattare
la Patria dalla vergogna (almeno quanto al modo) dell’8 settembre del
1943. Essi storicamente non debbono esistere, poiché sarebbero la prova
che la vulgata politicamente ‘corretta’ non è storicamente ‘esatta’.
Invece da qualche anno a questa parte un giovane ricercatore
Pietro Cappellari, ha
scritto vari volumi su questo tema. Nel presente articolo mi baso sul
secondo Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma (Roma,
Herald Editore, 2010, 565 pagine, 30 €).

In esso l’Autore ha documentato e provato che
dopo l’8 settembre anche nel centro Italia non tutti gli italiani
volevano essere liberati degli anglo-americani, anzi…
La mostra del 1996
Nel 1996
l’inganno venne pubblicamente scoperto quando, il 20 gennaio a Piazza
Pia di Anzio, fu organizzata una mostra, con tanto di fotografie e
documenti, dedicata ai reparti italiani che combatterono dal 22 gennaio
al 4 giugno del 1944 sul fronte di Nettunia. Sì, dopo 52 anni, anche il
pubblico giovane, nato dopo quegli anni, venne a sapere e a constatare
che nel 1944 tra Nettunia e Roma vi erano anche degli italiani a
combattere contro il nemico, diventato per il tradimento di Badoglio,
“alleato”, ma un alleato spietato e crudele nei confronti anche della
popolazione civile e pure dopo la resa incondizionata, come Cappellari
dimostra, con fonti e documenti citati nel corso del suo libro.
Il cimitero dei militi italiani
Se il 25
aprile di ogni anno le autorità dell’Italia nata dalla Resistenza e
dall’Antifascismo andavano a commemorare i caduti anglo-americani e poi,
col passar del tempo, (per la “par-condicio”) anche i tedeschi,
nel 1996 si pose il problema se si dovessero commemorare ufficialmente
anche i caduti italiani, che erano stati finalmente raccolti nel “Campo
della Memoria” a Nettuno nel marzo del 1993, a pochi chilometri dal
cimitero americano. Infatti dal 1993 al 1996 sul cimitero dei legionari
italiani era caduto il silenzio oltre che “l’eterno riposo”, turbato, si
fa per dire, da qualche profanazione delle tombe, che non ha mai fatto
notizia, perché non tutte le tombe sono uguali: vi sono quelle buone e
democratiche diverse da quelle cattive e nazi-fasciste. Tuttavia la
mostra del 1996 aveva “mostrato” inequivocabilmente che a Nettuno ed
Anzio vi erano stati anche soldati italiani a combattere, ma… contro gli
anglo-americani. Il fatto, naturalmente, poneva problemi prudenziali, di
“bene comune” della società, di ordine pubblico e le autorità ne erano
irritate: non era stato opportuno né prudente ritirare fuori dopo mezzo
secolo quella vecchia storia, si rischiava di seminare la discordia, la
zizzania, soprattutto nel tempo odierno, che corre verso la
globalizzazione, il mondialismo e la fratellanza universale. Certi
“maniaci della verità” danno fastidio soprattutto ai burocrati e ai
faccendieri del potere e dell’avere (“a posse ad habere valet semper
illatio”, altrimenti il potere non servirebbe a nulla, mentre esso
deve “produrre”). Inaspettatamente la popolazione di Anzio e Nettuno si
svegliò e il successo della mostra fu grande, con grave scandalo delle
autorità, le quali si dimostrarono indisposte a rendere omaggio ai
caduti italiani: passi per i tedeschi, ma gli italiani, soprattutto in
Italia, proprio no! Questa è la “logica” del mondo post-moderno.
Qualcuno (i soliti demo-“cristiani”) propose addirittura di smantellare
il cimitero dei soldati italiani. Infatti si sarebbe dovuto spiegare
come mai ci fossero degli italiani a combattere a fianco dei tedeschi
contro gli anglo-americani. Ora che i tedeschi fossero stati il “male
assoluto” era pacifico (almeno per certi italiani) e si poteva anche
fare una visitina, un tantino ipocrita, al loro cimitero per rinnovare
la memoria, non dimenticare mai e stigmatizzare in perpetuo gli artefici
dell’ “olocausto”, ma che anche degli italiani avessero combattuto per
difendere l’Italia, dagli “alleati” non poteva essere ammesso e avrebbe
portato conseguenze disastrose. Immaginatevi i poveri sindaci,
professori, assessori che il 25 aprile di ogni anno dell’Era
Antifascista, facendo visitare i cimiteri alle scolaresche o alle
cittadinanze, avrebbero dovuto affrontare il problema scabroso degli
italiani, che avevano combattuto a fianco dei tedeschi per difendere
Roma. Avrebbero dovuto ricordare che in realtà l’Italia nel 1940 era
entrata in guerra a fianco della Germania e che nel 1943 aveva cambiato
schieramento, dopo una ignobile fuga della famiglia reale a Salerno, e
che oltre duemila giovanissimi italiani avevano sentito il bisogno di
togliersi di dosso quella vergogna, andando a combattere per difendere
Roma, sicuri di essere uccisi dallo strapotere dell’oro anglo-americano
contro il solo loro sangue. Tutto ciò turbava i sonni, i sogni, il
potere e soprattutto l’avere delle autorità democratiche e
filo-atlantiche, le quali naturalmente dovevano pensare prima al “bene
comune” che a quello di una “parte”. Ciò nonostante col passare di
qualche anno il cimitero dei militi italiani fu riconosciuto
pubblicamente, anche se non troppo…
Un po’ di storia
Il
secondo libro di Pietro Cappellari tratta soprattutto dello sbarco
anglo-americano a Nettunia per occupare, secondo i piani strategici dei
generali “alleati”, i Colli Albani e dopo aver annientato il fronte
germanico di Monte Cassino inseguito dalla ‘5a Armata americana’,
dirigersi su Roma. Però a Cassino la resistenza germanica fu superiore
ad ogni aspettativa degli anglo-americani, in secondo luogo lo sbarco a
Nettunia finì in un pantano lungo cinque mesi e largo 25 chilometri,
poiché i “vincitori”, che in poco tempo da 36 mila avevano raggiunto la
quota di 50 mila uomini per giungere infine al mese di marzo a 100 mila
unità, non ebbero il coraggio di avanzare subito appena sbarcati,
ma si accamparono sulla riva del mare e attesero che l’aviazione e i
cannoni delle loro navi distruggessero ogni possibile reazione germanica
(massacrando soprattutto gli abitanti dei paesi che vanno da Nettuno
sino a Roma: Latina, Cisterna, Velletri, Palestrina, Albano, Cori…) per
dirigersi gloriosi e trionfanti alla conquista dei Colli Albani e
quindi, dopo la caduta (mal-prevista) di Cassino, finalmente a Roma. Gli
“alleati”, dopo ben due giorni dallo sbarco, per due volte
tentarono di avanzare verso i Colli Albani, essendosi finalmente accorti
che non vi era presenza dell’esercito germanico in loco, ma era
troppo tardi, poiché il generale Kesselring aveva fatto convergere verso
Nettunia alcune postazioni tedesche comprendenti circa 10 mila uomini
(contro i 50 mila anglo-americani) e così tutte e due le volte gli
“alleati” dovettero ritirarsi respinti presso Campoleone; il 24 gennaio
poi l’iniziativa, presso Ardea, Cisterna e Latina, passò in mano
tedesca, la quale si era arricchita di altri 30 mila uomini e che per
tre volte tentò di ributtare a mare gli “alleati”, i quali si salvarono
solo per la loro enorme superiorità di mezzi da fuoco di mare e
dell’aria. Dopo di che anche i tedeschi dovettero attestarsi lungo il
fronte arrestando l’avanzata anglo-americana per cinque lunghi mesi.
Per
quanto riguarda l’entrata a Roma, Cappellari ci fa conoscere, come
vedremo meglio dopo, quella parte di verità che ci era stata nascosta.
Si sa che il 4 giugno gli “alleati” entrarono a Roma accolti da tutti i
romani in festa; in realtà nell’Urbe vi erano ancora alcuni piccoli
reparti germanici e civili italiani, che riuscirono a far fronte agli
“alleati” per due giorni e ai militari italo-tedeschi si unirono anche
molti romani, che con mitragliatrici e moschetti dettero loro man forte.
Solo il 5 giugno Roma fu conquistata, ma, nonostante ciò, alcuni
cecchini italiani continuarono la battaglia sino al 6 giugno, provocando
perdite considerevoli alle truppe alleate. Cappellari scrive
dettagliatamente anche i massacri di civili fatti dagli “alleati” tra il
gennaio e il giugno del 44 tra il Frusinate e Nettunia sino a Roma.
L’apporto italiano
Ciò che
colpisce maggiormente nel libro di Cappellari è la narrazione della
partecipazione dei militi della RSI a Nettunia. Si conosce la storia
della RSI al nord, ma si ignora per lo più quella del centro: se ne
sente parlare, ma en passant, come di un episodio del tutto
marginale e secondario. Invece già il 23 gennaio un piccolo gruppo della
“X Flottiglia MAS” attaccò le navi anglo-americane, che stavano
completando lo sbarco. Inoltre un centinaio di giovani della “121a
Divisione Fanteria” di Littoria, che si era dissolta dopo l’8 settembre,
non si erano sbandati, ma si erano arruolati presso il Municipio di
Littoria (oggi Latina) nell’ “XI Flieger Korps” dell’esercito
germanico, che ne curò l’addestramento. Il 23 mossero alla volta di
Nettunia assieme ad altri giovani volontari e furono schierati presso
Ardea-Aprilia. Altre giovani reclute italiane erano state inviate il 30
gennaio ad arrestare l’avanzata della ‘1a Divisione Corazzata’
americana, che si dirigeva su Aprilia. Si calcola che in tutta Italia
erano 14 mila gli italiani che combattevano assieme al III Reich, mentre
nei Balcani erano circa 90 mila. Il 3 febbraio del 1944 l’artiglieria
germanica cominciò una contro-offensiva martellando pesantemente le
postazioni britanniche attorno ad Aprilia, il 7 vi fu un attacco in
massa e il 9 i tedeschi entrarono in Aprilia costringendo i britannici
ad abbandonarla. Ma il 10 febbraio per mancanza di mezzi, armi,
munizioni dovettero fermarsi e solo allora (11 febbraio) ebbe inizio la
vera e propria avanzata americana con pesanti bombardamenti sulle
cittadine del Lazio meridionale (famosa quella di Castel Gandolfo). Fu
proprio a partire dal 10 febbraio che i tedeschi, oramai a corto di
riserve, mobilitarono un intero battaglione di italiani sul fronte di
Nettunia. Dopo l’8 settembre i germanici non si fidavano molto degli
italiani, anche di coloro che erano rimasti al loro fianco, ma, date le
circostanze, dovettero ricorrere al Reggimento paracadutisti che si
trovava presso Spoleto. Il 10 febbraio fu costituito ufficialmente il
Battaglione “Nembo” e il giorno seguente 300 paracadutisti italiani
entrarono in prima linea nella caserma di Ardea e rimasero sul fronte di
Nettunia sino alla fine del maggio 1944, quando gli “alleati” sfondarono
e si diressero verso Roma, dopo aver prima bombardato e distrutto
l’Abbazia di Monte Cassino (15-17 febbraio) ed aver aggirato poi alle
spalle la ‘Linea Gustav’ (maggio 1944). Tuttavia il bombardamento
dell’Abbazia (dentro la quale non vi era neppure un solo militare
tedesco) fu inutile, anzi dannoso agli anglo-americani, che il 18
febbraio si dovettero ritirare dall’assalto frontale al Monte Cassino,
ove i germanici si erano ora asserragliati anche tra le macerie
dell’Abbazia oltre che tra le rocce della montagna. Prevalse allora la
linea del generale francese Juin, che mandò le truppe marocchine a
sorprendere alle spalle i tedeschi (facendo strage di donne ciociare
della Valle del Liri) aggirando Monte Cassino, che poté essere espugnato
solo nella fine del maggio del 1944.
Il 16 febbraio anche Aprilia fu investita da
un’ingente pioggia di proiettili: era l’inizio della seconda offensiva
alleata. I germanici contrattaccarono su tutto il fronte e infersero
notevoli perdite agli “alleati”, i quali ricorsero a bombardamenti
pesanti tramite l’aviazione (le famose “Fortezze volanti”), che
devastarono Campoleone, Albano e Lanuvio. Ma, una volta finito il
bombardamento, le truppe germaniche ripresero - con grande sorpresa
degli “alleati” - a combattere e ad attaccare; tuttavia il 18 febbraio
la forza d’urto germanica venne meno e gli “alleati” contrattaccarono. A
questa operazione parteciparono anche i 300 paracadutisti italiani del
“Nembo”, quasi una goccia di fronte ai 40 mila germanici e ai 50/100
mila “alleati”, ma la loro opera fu encomiabile: «per quattro giorni i
paracadutisti italiani tennero la linea, nella speranza dell’arrivo di
rinforzi, di nuovi reparti germanici, di un miracolo che non si
verificò: “In soli quattro giorni le perdite del ‘Nembo’ in morti,
feriti e dispersi furono di 151 unità: una percentuale altissima, il 70%
della forza combattente”».
Il 19 i carri armati americani spararono ininterrottamente dalle 6 del
mattino alle 16, 30. Il 20 da Fiumicino partivano i mezzi d’assalto
della “X Flottiglia MAS”, che affondarono una nave pattuglia
statunitense. Il mese di marzo segnò l’inizio della fine in quanto dagli
aeroporti dell’Italia del sud poterono alzarsi in volo i caccia
bombardieri “alleati”, che, con una superiorità assoluta di materiale
bellico, fecero terra rasa attorno ai tedeschi. Tuttavia proprio nel
marzo del 1944 entrò in ballo un altro reparto italiano: il Battaglione
“Barbarigo” della “X Flottiglia MAS”. Oramai gli “alleati” erano giunti
a 100 mila uomini, mentre i tedeschi avevano perso circa 7 mila soldati.
Così fu permesso al “Barbarigo” di giungere in prima linea, esso era
composto da 1.180 uomini male equipaggiati e male armati. Tuttavia non
abbandonarono il loro posto e rimasero sino all’ultimo a farsi uccidere
senza fare un passo indietro. Si calcola che nel marzo 1944 circa 2. 400
italiani combattessero a fianco dei tedeschi sul fronte di Nettunia.
O Roma o morte!
Verso la fine del gennaio 1944 Hitler in
persona inviò ai suoi generali in Italia un messaggio in cui coniò il
termine “Battaglia per Roma”, non solo da un punto di vista
strategico-militare, ma come una battaglia per la difesa della civiltà
europea di cui Roma era capitale da 2000 anni. «Entro i prossimi giorni
la “Battaglia per Roma” avrà inizio. […]. Lo sbarco a Nettuno
segna l’inizio dell’invasione dell’Europa. […]. Essa mira alla
distruzione della Germania e della Civiltà europea».
Queste parole sfatano il mito di Hitler ‘tiranno pagano’, ripieno di
odio verso la civiltà latina e ossessionato dal dominio germanico
sull’Europa e su Roma. Occorre saper distinguere, senza cadere
nell’eccesso opposto di fare di Hitler il paladino del cristianesimo;
occorre, cioè, vedere e studiare serenamente ed oggettivamente le cose,
rivisitando le opinioni che la vulgata dei vincitori ha sparso a piene
mani nei libri, nei giornali e nei mezzi audiovisivi. Certamente nel
1944 è iniziata l’occupazione dell’Europa ad occidente da parte
dell’americanismo sensista e liberista e ad oriente da parte del
bolscevismo materialista e collettivista. Anche la figura storica di
Hitler ha diritto ad un esame obiettivo e senza pre-giudizi né pro né
contro, e, senza il timore di essere chiamati “nazisti” per voler vedere
le cose per quel che sono state realmente e non per quel che ci vengono
presentate dalla cultura illusionistica post-moderna.
Gli
“alleati” oramai avanzavano speditamente verso la Capitale. Il compito
di rallentare la loro avanzata (“sperando contro la speranza”) fu
affidato ai paracadutisti del Reggimento “Folgore”. La “7a Compagnia del
II Battaglione Nembo” fu distrutta dai britannici. Altri combattimenti
cruenti avvennero non lontano dall’Eur il 4 giugno. I paracadutisti del
“I Battaglione Folgore” riuscirono a respingere, assieme ai carristi
germanici, un’incursione di una colonna blindata britannica,. La
superiorità dei mezzi britannici e la pochezza di quelli italo-tedeschi
era oramai sproporzionata (42 a 1), ma i paracadutisti italiani non si
ritirarono e incominciarono a bersagliare il nemico con le poche armi
che avevano ancora a disposizione. Il 3 giugno a sud di Cinecittà verso
le 20 vi fu uno scontro a fuoco tra i militi del “Barbarigo” e i
britannici. Gli ultimi colpi vennero sparati verso le 18, 30 del 4
giugno 1944 lungo la via Ostiense. Alle 23 fu conquistato anche il ponte
sul fiume Tevere e così tutti i ponti di Roma erano in mano
statunitense. La guerra era persa, ma con onore. La vergogna dell’8
settembre in parte era stata riparata.
L’ultima raffica
Tuttavia i reparti americani dovettero
bloccare la propria avanzata verso i quartieri del Centro di Roma a
causa delle pallottole dei cecchini romani, che, dai tetti e dalle
finestre dei piani alti, sparavano contro le avanguardie statunitensi,
specialmente a Porta Furba e sulla via Tiburtina, ma anche a partire dal
Campidoglio e dal Colosseo. Pietro Cappellari spiega che «A Roma non vi
furono veri e propri franchi tiratori – come si ebbero, ad esempio, a
Firenze – cioè soldati fascisti cui era affidata una precisa missione
militare, ma semplici civili che d’istinto, senza aver ricevuto nessun
ordine in tal senso, si affiancarono agli ultimi soldati germanici che
difendevano l’Urbe».
Il generale Clark dovette, perciò, rinviare l’ingresso trionfale a Roma
che non ebbe luogo il 4 giugno come comunemente si crede, ma il giorno
dopo. Il 5 giugno all’1,30 di notte venne occupato Palazzo Venezia, la
mattina del 5 Clark entrò trionfante in Roma. Tuttavia ancora qualche
isolato cecchino continuò a sparare qua e là sino al 6 giugno, quando si
arresero gli ultimi nuclei armati germanici, circa 200 soldati, verso la
sera, nei pressi di Porta Trionfale. Roma era stata definitivamente
espugnata.
Conclusione
Perché
rivangare certe storie proprio oggi, dopo sessanta anni? Se si guarda
con attenzione allo stato in cui siamo stati ridotti in Italia e in
Europa dal 1945 ad oggi, alla distruzione della civiltà greco-romana e
patristico-scolastica da parte del materialismo super-capitalista e
liberista anglo-americano, l’esempio dei 2.000 giovani che andarono a
morire per la difesa di Roma e della civiltà latina e cristiana non può
e non deve lasciarci indifferenti. Siccome è fallita (1989) la
rivoluzione mondiale giudeo-bolscevica (1917) che voleva creare il
“paradiso socialista” in terra, il neoconservatorismo ha rimpiazzato il
bolscevismo (1990-2001) per instaurare il regno sionista sul mondo
intero mediante il supercapitalismo selvaggio (Hayek e Myses) e
servendosi della forza armata statunitense. Ma, come all’esaltazione del
1917 è succeduta la delusione degli anni Ottanta, così all’esaltazione
del 1948 sta seguendo la delusione del 2003-2010. Israele sta costatando
(Iraq e Libano) di non avere più la potenza militare assoluta che gli
era garantita dagli Usa. Ne seguirà un’altra Masada, questa volta
universale? Dio solo lo sa con certezza.
Senza
inutile retorica e senza voler idealizzare, occorre tuttavia notare la
differenza tra la situazione italiana di allora (1944) e quella di oggi.
Allora vi erano ancora uomini capaci di combattere; oggi non più. La
seconda guerra mondiale ha distrutto fisicamente l’Europa, la guerra
ideologica o sovversione culturale della ‘Scuola di Francoforte’ e dello
‘Strutturalismo francese’ del 1968 ha distrutto moralmente,
intellettualmente e spiritualmente l’uomo odierno, che si trova solo e
abbandonato, senza forze né capacità fisiche, intellettive, morali e
financo spirituali (grazie alla rivoluzione religiosa del Vaticano II,
1965), a dover combattere contro un nemico che oramai sta prendendo il
potere nel mondo intero. Saprà e potrà combattere l’uomo europeo
contemporaneo? Non penso; non ne ha più le capacità. Assistiamo alla
fine di un’èra, di un mondo, quello moderno e post-moderno. Umanamente
parlando la battaglia è persa, ma la Fede ci assicura che “le porte
dell’inferno non prevarranno”. Lo scontro probabilmente imminente tra
Usa e Israele da una parte e mondo arabo (l’unico che ancora resiste)
dall’altra sarà catastrofico. La povera “Vecchia Europa”, anemica e
devitaminizzata, è come un vaso di coccio tra due di ferro e potrà
essere salvata solo dal braccio di Dio, che non s’è accorciato. È
soltanto bevendo l’amaro calice sino alla feccia che si può risorgere
sino alle stelle. Regnavit a Ligno Deus! L’ora dell’apparente
disfatta, nel cristianesimo, precede quella del trionfo e della
resurrezione. Mai come oggi le parole di San Paolo sono state più
veritiere: «le armi della nostra battaglia non sono carnali» (II Cor.,
X, 4) e «la nostra lotta non è contro il sangue o la carne, ma contro i
Principati, le Potestà, i Dominatori di questo mondo tenebroso, contro
gli Spiriti del male dimoranti nelle regioni terrestri» (Efes.,
VI, 12), vale a dire non si tratta più di una battaglia contro un nemico
umano (“carne e sangue”), ma la lotta attuale è contro gli Angeli
decaduti o tenebrosi, contro gli Spiriti maligni o demoniaci, “che
scorrazzano per il mondo a perdizione delle anime” (Leone XIII).
d. Curzio Nitoglia
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