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«Satana non è una
creatura estranea a Dio, e neppure il ministro di Dio, ma Dio
stesso.
Se Dio non avesse Satana in sé, sarebbe come un cibo senza
sale»
(B. Croce,
La logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza,
1905, parte I, sezione 1).
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Premessa
●In questo breve articolo
non intendo spiegare e confutare l’intero sistema crociano. Il mio
intento è soltanto di porgere al lettore quella che mi sembra essere
la sua essenza, dimostrare come essa sia intrinsecamente
immanentistica e tendenzialmente nichilistica; ben oltre,
quindi, l’hegelismo, del quale Croce non è solo un
continuatore, ma un estremo radicalizzatore in peggio. L’odio
contro il Dio trascendente e personale, contro la
religione cattolica-romana da Lui fondata e la morale
oggettiva (naturale e rivelata), purtroppo traspare chiaramente
nelle pagine del primo e dell’ultimo Croce.
●Benedetto Croce
scrive: «“Storicismo”, nell’uso scientifico della parola,
è l’affermazione che la vita e la realtà è storia e nient’altro che
storia. Correlativa a quest’affermazione è la negazione della teoria
che considera la realtà divisa in soprastoria e storia».
Ciò dimostra che nello storicismo crociano non c’è posto per il
Cristianesimo, ma nemmeno per l’ “Atto puro” quale lo
riconosceva persino il “pagano” Aristotele.
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Storicismo come
rifiuto della Trascendenza
●«La sola realtà è lo Spirito e la
sola manifestazione dello Spirito è la Storia. Questo è stato
il principio ispiratore della filosofia di Benedetto Croce. […]. Lo
Spirito è un Dio immanente, che come tale si contrappone
al Dio trascendente della religione».
Si noti che per Croce lo spirito non è qualcosa di
contrapposto alla natura o materia, ma è la
realtà tutta intera.
Da questo teorema storicistico deriva lo
sforzo crociano di espellere dalla “cultura” (che per lui è
il massimo valore) il “mito” o la “fantasia” della
religione del Dio personale e trascendente (che per lui è il “male
assoluto”), come pure l’indifferenza per la metafisica ed i massimi
problemi ai quali essa giunge, affronta e risolve (Dio,
l’immortalità, l’aldilà…). Croce riduce la Fede a “cultura” e
l’oggetto della filosofia al fatto storico concreto, singolare e
particolare nel suo divenire. Conseguentemente «ogni valore etico
perde il suo carattere assoluto e si relativizza nel suo
divenire storico».
●Croce scrive che, per “merito”
specialmente di Lutero, Cartesio, Spinoza, Kant, Fichte ed Hegel, «Dio
era sceso definitivamente dal cielo sulla terra, e non era più da
cercare fuori del mondo, dove non si sarebbe trovato di esso altro
che una povera astrazione, foggiata dallo stesso spirito dell’uomo
in certi momenti e per certi suoi intenti. Con Hegel si era
acquistata la coscienza che l’uomo è la sua storia, la storia è
l’unica realtà».
●Lo storicismo crociano, dunque, porta
immancabilmente al rifiuto assoluto di ogni Trascendenza con le sue
principali conseguenze: l’irreligione e l’amoralismo.
Esso, perciò, può essere qualificato come nichilismo metafisico,
morale e teologico. Infatti secondo la concezione storicistica di
Croce la metafisica è defunta e quindi anche il suo termine ultimo:
il Trascendente e tutto ciò che ha a che fare con esso. Solo
l’esperienza, ciò che cade sotto i sensi, che è constatabile, i
fatti storici nel loro divenire, sono oggetto di conoscenza. Il suo
storicismo non ammette una realtà o un essere che trascenda
l’esperienza, una metafisica che stia sopra la fisica o natura. Egli
rifiuta come Trascendente anche l’Idea hegeliana, la
Materia marxiana, al di sopra di una realtà puramente
fenomenica. Ciò lo conduce a criticare non solo il materialismo
marxista, ma anche l’idealismo hegeliano. Solo il fenomeno storico,
che cade sotto i sensi, è reale. Al di sopra o al di fuori del reale
vi è solo il nulla. Quindi Dio, il Pensiero, la Materia sono
inesistenti. L’unica realtà esistente è il fenomeno o il fatto
storico nel suo divenire: la Storia, nella quale il fatto storico e
il pensiero s’identificano, altrimenti rimarrebbe un essere, un
fatto, una realtà che trascenderebbe il pensiero umano e quindi un
residuo di Trascendenza, che Croce aborrisce con tutte le sue forze
e vuol distruggere con ogni mezzo, anche “col ferro e col fuoco”.
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Odio contro Dio e la
religione cattolica
●Nel suo libro La
storia come pensiero e come azione (Bari, Laterza, 1938)
Benedetto Croce scrive: «Vi è un caso in cui la religione […]
è sentita come nemica e da distruggere con ogni mezzo, persino,
quando non basti, con la guerra e col sangue. […]. È il caso
della religione che si fa trascendente e trae l’uomo fuori
della sua libertà, e lo sottomette a una legge che non gli viene dal
proprio petto, a una legge dall’alto. […]. Tipica è in ciò
quella cattolica» (pp. 249-250). Già negli anni Venti nella
sua rivista “La Critica” aveva descritto la sua intenzione
«di ammazzare questo soggetto indomabile, questo Dio
intelligibile» risolvendolo «nello Spirito» (gennaio 1924, p.
52). Croce si è sempre professato un «assoluto immanentista»
(Quaderni della Critica, dicembre 1945). Tutta la filosofia
crociana è immanentismo radicale, che non solo trascura (come
l’agnosticismo), ma odia e addirittura vuol “ammazzare” (come e più
del nichilismo di Nietzsche, il quale si contentava di constatare la
“morte di Dio”) il Trascendente. Non è il cielo, l’aldilà, la
sostanza, l’essere che interessa Croce, ma è il mondo materiale con
i suoi affari e vicende storiche nel loro svolgersi. Infatti per
Croce la filosofia deve occuparsi “delle umane cose” e non più della
metafisica e della Trascendenza. Come per Kant così per Croce, Dio,
l’anima, la sostanza, l’essere, l’immortalità personale, , sono
“problemi insussistenti”. Ma, sorpassando in peggio anche la “Ragion
pratica” di Kant, la quale postulava la necessità o il bisogno
umano di ciò che la Ragion pura non può dimostrare, Croce
propone di distruggere la metafisica e tutto ciò che è Trascendenza.
Egli, perciò, può essere annoverato tra i filosofi nichilisti della
post-modernità piuttosto che tra gli idealisti classici della
modernità kantiano-hegeliana. La riprova la si trova nel fatto che
Croce rimproverava persino a Hegel di aver mantenuto un residuo di
Trascendenza nella “mitologia di un Pensiero assoluto”. Croce non ha
accettato il terzo momento della Logica di Hegel, il momento
della Soggettività creatrice, ossia il Soggetto che evolvendosi
si oggettivizza, poiché gli è sembrato troppo simile al Dio
cristiano, al Trascendente, e quindi lo ha condannato a morte.
Questa incomprensione dell’hegelismo ha la sua ragione nell’orrore
crociano verso ogni minima apparenza di Trascendenza.
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Falsa teodicea
crociana immanentistica
●Per la retta ragione e la
sana filosofia Dio è l’Ente in cui l’essenza è il suo essere
e non ha o riceve l’essere da un altro. Croce, che non conosce la
metafisica aristotelico-tomistica, ritiene che Dio, per la teologia
del cattolicesimo, la quale si basa sulla filosofia dell’essere, sia
un mito, un simbolo, un fantasma, ossia
un’affermazione della fantasia. La rappresentazione o immaginazione
della fantasia religiosa si forma un’immagine di un Dio fuori del
mondo, di un Dio in alto e noi in basso, e quindi di una radicale e
dualistica contrapposizione tra Dio e mondo, odiata da Croce. Ma
questa non è la metafisica dell’essere, è invece la fantasiosa
distorsione di essa operata dall’estetismo o iper-culturalismo di
Croce.
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Dio onnipresente e
Trascendente
●San Tommaso
d’Aquino nel Commento alle Sentenze
(I, d. 8, q. 1, a. 2) si pone la questione “se Dio sia l’essere di
tutte le cose” e risponde che “Dio è l’essere di tutte le cose
non essenzialmente ma causativamente”. Ossia Dio non è
co-essenziale al mondo, ma ne è causa efficiente e realmente
distinta. L’Angelico lo prova, distinguendo tre tipi di causalità
efficiente: a) causa univoca: causa ed effetto sono identiche
o della stessa specie (padre e figlio); b) causa equivoca:
non vi è nessuna identità reale, ma solo una certa vaga somiglianza
qualitativa nominale (il sole che scalda e le pietre scaldate si
somigliano quanto alla qualità del calore, ma non sono della stessa
specie); c) causa analoga: vi è una certa somiglianza tra
causa ed effetto mista ad una dissomiglianza sostanziale più
marcata. Tra Dio e l’uomo, vi è una certa somiglianza relativa
quanto al fatto che esistono, ma sono sostanzialmente diversi
poiché Dio è ‘a Se’ per essenza, le creature sono ‘ab Alio’
per partecipazione. Da ciò risulta che Dio produce l’essere del
mondo secondo una debole ed imperfetta somiglianza per rapporto alla
sostanziale diversità tra loro due. Quindi “l’Essere divino produce
l’essere del mondo in quanto dall’Essere infinito procede o è
causato efficientemente l’essere di tutte le creature” (I Sent.,
d. 8, q. 1, a. 2). Nella Summa contra Gentiles (Lib. III,
cap. 68) l’Angelico precisa che Dio è onnipresente, ma “non si
trova mescolato al mondo: Egli non è né forma né tanto meno
materia di alcuna cosa, ma si trova nelle sue creature come causa
agente efficiente”. Quindi il mondo e le creature possono essere
chiamati “divini” solo per partecipazione e imitazione in quanto
creati da Dio (S. Th., I, q. 45, a. 7; I, q. 91, a. 4).
L’Aquinate elimina così anche ogni possibile equivoco
immanentistico, distinguendo presenza, inerenza o immanenza da
immanentismo. Così Dio non solo è l’ “Ens a Se”, ma è anche “Ens
a quo omnia alia”. Come dice ancora S. Tommaso: “quod dicitur
maxime tale in aliquo genere, est causa omnium quae sunt illius
generis” (S. Th., I, q. 2, a. 3) ossia Dio che è l’Essere
massimo è causa di tutti gli enti; come pure “omnia quae sunt in
aliquo genere, derivantur a principio illius generis” (S.
Th., I-II, q. 1, a. 1, sed contra), cioè tutti gli enti,
derivano o partecipano dal Principio dell’ente. Perciò Dio è Ens
a se a quo omnia alia sunt; mentre la creatura è ens ab alio
derivans et participans.
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Vera teodicea
tomistica
●La
Filosofia Tomistica, che vive ancor oggi, ha compendiato il
pensiero del Dottore Comune e confutato lo storicismo crociano come
segue. Il vero problema è quello della coesistenza e
conciliazione del finito coll’Infinito. Posto ciò, vi sono
diverse scuole filosofiche: a) o si dice che Dio assorbe in
Sé tutto e che non vi sono enti finiti all’infuori dell’Essere
Infinito di Dio (panteismo monista); b) o, se esistono altri
enti, essi si aggiungerebbero a Dio formando assieme a Lui una
perfezione ancora più grande, ma questa è una falsa nozione di Dio
ed equivale a negare il vero concetto di Dio
(ateismo/storicismo immanentista), c) vi è poi una terza
possibilità: l’ente finito esiste, è un fatto ed esso suppone una
Causa incausata e Infinita. Per giungere alla causa o spiegazione
della realtà creata e causata, si deve risalire dall’effetto alla
causa, dal creato all’Increato, dal finito all’Infinito e non si può
restare al livello degli effetti. Una serie infinita di enti finiti
ci farebbe restare nell’effetto causato/finito e non ci farebbe
risalire alla Causa incausata/infinita. Non si deve badare alla
quantità o lunghezza della serie degli anelli di una catena, per
spiegarne l’esistenza, ma occorre rimontare alla causalità degli
anelli che compongono la catena e dall’effetto finito o causato
risalire ad una Causa incausata ed Infinita. La creatura è distinta
da Dio perché è finita, però tutto ciò che ha lo ha o lo
partecipa da Dio, che è l’Essere per essenza e non ha
l’essere da nessuno.
Onde, tutto quel che c’è di perfezione nella creatura è in maniera
sovra-eminente ed infinita in Dio. Così la perfezione della creatura
non aggiunge nulla a Dio. Dio e creature non formano “più-Essere” o
“Super-Essere”, ma solo più enti, poiché l’essere della creatura è
partecipato o dato da Dio. Così a) tra panteismo (l’essere
finito assorbito in Dio) e b) dualismo reale o Deismo (essere
finito estraneo al Dio trascendente, storicismo immanentistico
crociano) vi è un a terza posizione: c) l’essere finito delle
creature, che è partecipato o derivato da Dio (Essere Infinito),
contiene in grado limitato quella perfezione che in Dio è Infinita.
Vi sono più enti, ma non cresce l’Essere divino (contro il monismo
panteista). Perciò se si esclude a) l’identità o univocità
tra Dio e mondo, come pure b) la separazione assoluta o
dualistica (specialmente del Deismo moderno e nel caso nostro dello
storicismo crociano), resta c) la partecipazione causale.
Dio è distinto dagli altri enti, ma non ne è separato (come
immagina Croce), in quanto l’Infinito è distinto dagli enti finiti,
ma anche presente dappertutto, come Causa efficiente, finale ed
esemplare. Onde «l’ente e l’essere si dice di Dio e degli altri enti
secondo l’analogia di ‘proporzionalità propria’ (Dio sta al
suo Essere come ogni altro ente sta al suo essere) e di ‘attribuzione
intrinseca’ (Dio è l’analogato principale che è l’Essere per la
sua stessa essenza, la creatura è l’analogato secondario che riceve
l’essere per partecipazione). Tuttavia l’Essere di Dio è
essenzialmente diverso da quello degli altri enti: Dio è lo
stesso Essere per sua essenza, mentre ogni altro ente riceve,
ha o partecipa dell’essere. C’è quindi una certa relativa
somiglianza e una sostanziale diversità tra l’essere degli enti e
quello di Dio».
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Il Dio della
Rivelazione e della metafisica
●Come si vede il Dio della
sana filosofia e della Rivelazione (“Ego sum qui sum”.
Ex., III, 14) non ha nulla a che vedere con il “Dio” immaginato
dalla fervida fantasia estetizzante e intellettualistica crociana.
Egli, volendo escludere qualsiasi cosa che stia di fronte, oltre, in
basso, in alto, a fianco del pensiero storico, giunge a scrivere: «il
negativo non sta di fronte, ma dentro il positivo, il male non
di fronte al bene ma dentro il bene, il nulla non di fronte
all’essere ma nell’essere, sicché il vero essere è il divenire»
(La storia come pensiero e come azione, Bari, Laterza, 1938,
p. 17). Inoltre Croce, applicando questa sua teoria filosofica
(derivata da Spinoza) della coincidentia oppositorum a Dio,
asserisce che il Dio cristiano come Essere perfettissimo è
impossibile, poiché la realtà è sintesi di opposti, ossia di
perfetto e di imperfetto. Da ciò ne segue che «Satana non è una
creatura estranea a Dio, e neppure il ministro di Dio, ma Dio
stesso. Se Dio non avesse Satana in sé, sarebbe come un cibo
senza sale» (La logica come scienza del concetto puro,
Bari, Laterza, 1905, parte I, sezione 1; IIIa ed., 1981, pp. 59-60).
Nella sua rivista “La Critica” (1942, p. 230) riprende lo
stesso tema e ripete: «Togliere il diavolo? Ma sarebbe togliere a
Dio il solo suo buon amico, il solo suo aiuto, il solo strumento
di cui possa fidarsi».
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Divenire contro
essere
●Inoltre per Croce il Trascendente sarebbe
negazione di vita e attività. Invece l’Atto puro, in cui coincidono
essere, essenza ed azione, è Essere per sé sussistente ed attività
sempre in atto, “Immotus in se permanens”, perfettamente e
completamente. In Dio non ci può essere distinzione e composizione
tra essere, essenza e azione. Egli è assolutamente semplice, non è
causato, non è misto di atto e potenza (S. Th., I, q. 3).
Solo Dio è il suo stesso essere per sua essenza. Ora “l’agire segue
l’essere e il modo di agire il modo di essere”. Quindi Dio è il
Motore “che move il sole e l’altre stelle” o “Motore
immobile”, che muove ogni cosa senza essere mosso da nessuno. Invece
Croce, che filosofa fantasticando e non raziocinando, ritiene che
l’unica attività sia il divenire ossia il passaggio continuo dalla
potenza all’atto. Ma il divenire come passaggio dalla potenza
all’atto non spiega se stesso, poiché è condizionato da movimenti
precedenti. Ciò che diviene (omne quod movetur) dice
dipendenza (ab alio movetur). Croce non capisce che il
passaggio dal meno al più, è un’evidente imperfezione, poiché è
potenza che passa all’atto, acquistando qualcosa di nuovo che non
aveva. Ciò pone una “deficienza” in Dio e non una perfezione. Ma
questa teoria è conforme all’ossimoro crociano della coincidenza tra
bene/male, infinito/finito, Dio/satana.
Croce immagina un divenire che spieghi se stesso, ignorando ciò che
già i filosofi greci antichi avevano dimostrato: il divenire
presuppone un essere in atto. La potenza dice limite e capacità di
ricevere, mentre l’atto dice determinazione e ricchezza o perfezione
(S. Th., I, q. 2, a. 3). La perfezione significa attualità
completa in opposizione alla potenzialità (S. Th., I, q. 4).
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L’ultimo Croce è
eguale al primo
●Il saggio crociano del 1942 intitolato
Perché non possiamo non dirci cristiani da qualcuno è stato
interpretato come un ritorno alla fede del filosofo storicista. Ma
se Croce parla di “Provvidenza” è la “provvidenza” immanente alla
Storia o se parla di “Dio” è il “dio” che è in noi,
identico allo spirito del mondo, proprio come per i modernisti.
Il “cristianesimo” di Croce è depauperato da ogni carattere
soprannaturale e trascendente, esso è un puro fatto storico,
come per il Modernismo. Lo storicismo crociano è sempre
restato un agnosticismo sostanziale, caratterizzato non solo da un
disinteresse per la religione, ma da un odio diabolico verso il Dio
personale e trascendente, che è concepito dal Croce coincidente con
Satana. Croce ha voluto abolire la religione trascendente e
rimpiazzarla con uno storicismo immanentistico e “divino”, che
coincide con la religione laica della “libertà”,
cavallo di battaglia del razionalismo, del liberalismo e del
massonismo ottocenteschi.
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Il rimedio al
crocianesimo nichilistico
Padre
Battista Mondin scrive:
«Non più Dio, ma l’uomo è contemplato come creatore della realtà.
Hegel è il punto culminante ed insuperabile della cultura moderna:
epoca che si consuma nell’ateismo o nichilismo assoluto, come
esito dell’antropocentrismo o umanesimo assoluto; o Dio si
identifica panteisticamente col mondo, oppure è negato
[ateisticamente] o “ucciso” [nichilisticamente] come realtà
oggettiva in sé e per sé esistente».
Il nichilismo è l’esito ultimo dello storicismo immanentista e
panteista. Giovanni Reale
parla di «nichilismo come la radice dei mali d’oggi»
e propone la saggezza classica come terapia dei mali dell’uomo
d’oggi. Vediamo quali indicazioni e consigli ci fornisce questo
studioso dell’antichità filosofica greco-romana. Innanzitutto parte
dalla considerazione che «tutti i mali di cui soffre
l’uomo di oggi hanno proprio nel nichilismo la loro radice. Nel
XX secolo si è verificato ciò che Nietzsche aveva predetto».
Onde passa a proporre un rimedio: «la vittoria sul nichilismo
mediante il recupero di ideali e di valori supremi».
Ma, avverte, «non è un’operazione facile, poiché implica una vera e
propria rivoluzione spirituale»:
il ritorno alla metafisica classica, perfezionata dalla scolastica
tomistica, «non affatto un ritorno acritico a certe idee del
passato, ma l’assimilazione e la fruizione di alcuni messaggi della
saggezza antica o perenne. […]».
La cultura moderna/contemporanea, secondo il Reale, ha «perduto il
senso di quei grandi valori che, nell’età antica e medievale […],
costituivano i punti di riferimento essenziali, e in larga misura
irrinunciabili, nel pensare e nel vivere».
Alla filosofia attuale o post-moderna, manca la ragion d’essere, il
fine e lo scopo di vivere, la risposta al “perché?”. Questo è il
nichilismo filosofico, ove i valori supremi (essere, conoscere,
morale) si s-valorizzano, infatti non restano più l’essere per
partecipazione e per essenza, la realtà, la verità, il bene, resta
solo il divenire storico e il “nulla”. È l’antropocentrismo della
modernità che dopo essersi auto-deificato in un delirio di
onnipotenza si è rivoltato contro se stesso in un impeto di follia
auto-lesionista. Dopo aver negato la trascendenza, la si vorrebbe
uccidere assieme a Dio e a tutti i valori ad esso connessi. Per non
restare solo alla pars destruens, Nietzsche, Croce e il
nichilismo vorrebbero uscire dall’annichilazione totale dei valori,
tramite la volontà di potenza o l’immanentismo storicistico, come
oltrepassamento del nichilismo: «Il traslocamento dei valori dalla
sfera dell’essere e della trascendenza alla sfera immanente della
volontà di potenza [e dell’immanentismo storicistico], costituiscono
la tappa conclusiva e compiuta [pars construens] del
nichilismo».
L’uomo ha cercato, così, di dare a se stesso gli attributi che prima
conferiva a Dio. Ma “l’uccisione di Dio” comporta anche
l’eliminazione di tutte le proprietà e gli attributi divini, per cui
dopo aver “ucciso Dio”, l’uomo resta senza Dio e senza potersi
appropriare delle sue qualità; mentre il Dio tradizionale,
trascendente e personale, lo aveva reso “partecipe della sua natura
divina” (II Petri) in maniera limitata e finita, tramite la
Morte e Resurrezione di Cristo, fonte della grazia santificante.
“Chi troppo vuole nulla stringe”: prima (con la modernità idealista)
l’uomo o l’Idea ha preteso di prendere il posto del Dio reale e
oggettivo creandolo col pensiero; poi con la post-modernità
nichilistica l’uomo ha voluto “uccidere Dio” e ogni “Idea” di Dio,
pur soltanto soggettiva, per fare il super-uomo (Nietzsche) o il
“super-colto” (Croce). Ma è rimasto solo con se stesso e disperato.
Il deicidio nichilistico dell’Essere immutabile e trascendente si
fonda sulla volontà di potenza creatrice e sul divenire o evoluzione
storicistica ed immanentistica parimenti creatrice di un “bel
nulla”. Infatti “ex nihilo nihil fit”.
Invece, con buona pace degli storicisti, “Stat beata Crux dum
volvuntur Croce et orbis!”.
d. CURZIO NITOGLIA
6 dicembre 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/immanentismo_benedetto_croce.htm
Cfr. C. Fabro,
Momenti dello spirito, Assisi, 1982, vol. I, pp. 140-160.
Cfr. C. Ottaviano,
Valutazione critica del pensiero di Benedetto Croce,
Padova, 1953; A.
Ferrabino, Benedetto Croce, in “Scritti di
filosofia della storia”, Firenze, 1962, pp. 654-657;
Id., Filosofia
della storia come la intendo, ivi, pp. 782 s.; D.
D’Orsi, L’uomo
al bivio. Immanentismo o Cristianesimo? Padova, 1973;
N. Petruzzellis,
Il problema della storia nell’idealismo moderno, Firenze,
Sansoni, 1940; F. Olgiati,
Benedetto Croce e lo storicismo, Milano, Vita e
Pensiero, 1953.
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