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Natura e politica
●Secondo la filosofia classica (Aristotele
+ 321 a. C.)
e scolastica (San Tommaso
D’Aquino + 1274)
l’uomo è naturalmente uno “zoon politikòn”
o “animal socialis et politicus”.
●La modernità (N. Machiavelli
+ 1527, T. Hobbes
+ 1679, J. Locke
+ 1704) ribalta la dottrina sulla natura socievole dell’uomo e lo
presenta come un individuo “a”/ o addirittura “anti-politico”,
“a”/ o “anti-sociale”. Quindi l’ordine sociale e
politico non è più un dato naturale, ma un qualcosa di artificiale e
soggetto a manipolazioni umane.
●La concezione aristotelica ha influito su pensatori come S. Tommaso
d’Aquino e sulla ‘Seconda
Scolastica’ soprattutto spagnola del Cinque-Seicento (Francisco
de Vitoria, Juan Mariana, Roberto Bellarmino, Francisco Suarez e
Gabriele Vasquez). Si può affermare, senza timore di
esagerare, che la filosofia politica aristotelica contiene una
concezione completa dell’uomo e della Società civile, la quale
prolunga sino alla Rivoluzione francese o alla modernità la sua
influenza, tanto da poter essere considerata la “filosofia politica
comune e ufficiale dell’Europa pre-rivoluzionaria”.
Infatti secondo Aristotele l’ordine politico o di relazioni sociali
(lo Stato), cui gli uomini e le famiglie danno origine, parte
dall’unione iniziale tra maschio e femmina “in vista della
riproduzione e della conservazione della specie umana”; da qui nasce
la famiglia, che è una Società imperfetta, la quale si cura dei
“bisogni quotidiani”, e che unendosi ad altre famiglie forma un
“villaggio, il quale ha di mira i bisogni non-quotitiani”
e giunge a formare una Comunità o Società civile, che è una Società
perfetta, la quale consente pienamente di “vivere in modo felice e
buono, ossia secondo virtù”.
Questa è la finalità interna per natura all’uomo, che tende
così naturalmente alla formazione della famiglia e della polis
o Stato per poter vivere virtuosamente.
Solo nella Società civile o politica e non da solo o isolatamente
l’uomo perviene alla realizzazione piena e perfetta delle sue
potenzialità. Onde l’uomo è “animale socievole per natura”
e lo Stato è Società civile perfetta, mentre la famiglia è ancora
imperfetta e deve unirsi ad altre famiglie per formare un
‘villaggio’ e assieme ad altri villaggi uno Stato. Il fine dello
Stato è il “vivere virtuosamente bene”.
Onde “il buon governo è quello in cui si bada al vivere
virtuosamente o bene, mentre il cattivo governo è quello in cui si
vive malamente o viziosamente”.
●Secondo Machiavelli,
invece, la politica è
una tecnica per conquistare e mantenere il potere (nel senso
deteriore del termine) e non è più come per l’“aris/tomismo”
la virtù di prudenza applicata alla vita sociale o civile.
La politica con Machiavelli cessa di essere una virtù e diventa un
“vizio”, ossia la ricerca o la brama di successo, di potenza, di
‘potere’ nel senso deteriore del termine mediante la “simulazione e
dissimulazione”.
Secondo la modernità “natura” dice “conflitto” e “non-socievolezza”
o “non vita in società comune”. Politica, invece, dice “ordine
individuale e comune”. Quindi l’uomo, secondo la filosofia pratica o
morale sociale della modernità, non è per natura socievole o
politico, ma naturalmente ‘a-sociale’ o ‘anti-sociale’ e
conflittuale, rivale, nemico o bellicoso e solo per un patto aliena
la sua individualità e libertà, che lo rende assolutamente
indipendente, conferendola ad un’Autorità, affinché lo aiuti a
vivere fisicamente al riparo dall’aggressività altrui.
●Da questo principio machiavellico
derivano due scuole di pensiero. La Prima Scuola,
che, insistendo per eccesso o radicalmente sul carattere
individualistico, bellicoso e ‘a-sociale’ dell’uomo, postula uno
‘Stato assoluto’ o Leviatano (T. Hobbes + 1679) oppure uno ‘Stato
etico’ (W. F. Hegel +
1831),
il quale è necessario per far vivere gli uomini assieme, eliminando
con la forza ogni conflittualità insita nella natura di ciascuno (“homo
homini lupus”, Hobbes). Questa Scuola di pensiero concede poco
spazio all’individuo e tutto o moltissimo allo Stato, ma sempre
antropocentricamente per assicurare l’assoluta indipendenza
dell’Individuo soprattutto da Dio e dalla Legge naturale-divina
oggettiva ed immutabile.
La Seconda Scuola
insiste per difetto (tendendo a ridimensionare la distruttività
della conflittualità umana) sull’individualismo liberale e fa dello
Stato una mini-entità solamente utile (utilitarismo) e non naturale
né necessaria (come era lo ‘Stato assoluto’ di Hobbes o lo ‘Stato
etico’ di Hegel) al vivere in comune (Locke + 1704). Essa concede il
massimo spazio all’individuo e il minimo allo Stato,sempre
antropocentricamente per la dignità assoluta dell’Individuo, che
viene fatto coincidere con la Divinità.
●Come si vede ciò che accomuna l’iper-statismo (di Hobbes e Hegel) e il
mini-statismo (di Locke, Myses, Hayek e Notzick) è La Filosofia Antropocentrica, secondo cui “la natura umana è indipendente da qualsiasi
relazione”
con Dio o gli altri uomini. Da questo errore teoretico sulla
natura dell’uomo come Individuo assoluto (da “ab-solutus”,
sciolto da) e bastante a se stesso segue l’errore pratico
sulla filosofia politica, che presenta l’uomo non naturalmente in
relazione con gli altri o non-socievole. Quindi l’individuo è
perfetto in sé indipendentemente dalla famiglia e dalla Società
civile, la quale è necessaria (Hobbes-Hegel) oppure solo utile
(Locke) per mantenere il ‘semplice vivere’ fisico-materiale o
l’ordine pubblico e non per completare la natura umana al fine di
‘vivere virtuosamente’
ed ottenere il benessere comune temporale intellettuale-morale
subordinatamente a quello spirituale. L’uomo allora diventa un
Ego-ista pratico (e non è più un animal naturaliter socialis),
al quale è necessario (Hobbes-Hegel) o conveniente
(Locke-Hayek-Myses-Notzick) organizzare uno Stato per raggiungere la
sicurezza in ordine al ‘semplice vivere’ e sopravvivere fisicamente
e materialmente. Per la modernità (sia pan-statista sia
individualista) l’uomo è realmente tale se è “sciolto” (“ab-solutus”)
dalla volontà altrui, anche da quella di Dio e solo il proprio
interesse, comodo o necessità di sicurezza per la sopravvivenza o il
semplice ‘vivere fisico’ lo spinge a legarsi ad altri in uno Stato.
L’uomo è il padrone di se stesso e concede allo Stato (tramite un
“patto” e non per natura) un potere su di se solo per assicurarsi la
libertà dalla violenza altrui, che gli permette di sopravvivere. La
Società civile è un’invenzione o artefatto dell’uomo (e non un dato
di natura) per la tutela della propria libertà e proprietà personale
e per il mantenimento di relazioni disciplinate con gli altri.
Quindi non bisogna equivocare e pensare che il ‘pan-statismo’ di
Hobbes e lo ‘Stato etico’ di Hegel siano una negazione
dell’antropocentrismo, dell’Individuo assoluto e
dell’individualismo. No! Essi sono soltanto una creazione
dell’Individuo, per mantenere la sicurezza del suo vivere,
sopravvivere, della sua proprietà privata ed essere tutelato dagli
altri. Soltanto l’hegelismo di sinistra o collettivismo materialista
marxista ha negato la proprietà privata dell’individuo, ma sempre
pensando di renderlo libero dall’Altro cioè Dio e ogni Autorità che
partecipa finitamente e creaturalmente quella divina. Il principio e
fondamento teoretico della politica o prassi moderna è l’Antropocentrismo
Integrale che è Ateismo
Radicale, in maniera esplicita in Marx ed implicita in
Machiavelli (ateismo camuffato da “pragmatismo” machiavellico),
Hobbes (ateismo mascherato da “agnosticismo-utilitaristico”) ed
Hegel (ateismo mascherato da “panteismo-spiritualistico”).
●Il Fine Dello Stato - per
la modernità - non è la ‘vita virtuosa’ come per Aristotele
e San Tommaso, ma il vivere sic et simpliciter, ossia
fisicamente e materialmente. La Società civile è la creazione
dell’uomo per mezzo della quale egli realizza un “ordine”
artificiale (‘massimo’ per Hobbes ed Hegel e ‘minimo’ per Locke) in
cui l’Individuo possa essere difeso dal disordine naturale o
dall’aggressività bellicosa intrinseca all’uomo. Insomma la Società
è un male in quanto limita la libertà assoluta
dell’Individuo, ma è un male assolutamente necessario
(Hobbes-Hegel) oppure solamente conveniente (Locke), poiché
senza di essa non sarebbe possibile organizzare una convivenza
pubblica e civile. La modernità ha decretato il divorzio
teoretico tra natura e grazia, tra ragione e fede e il
divorzio pratico tra natura e politica. L’avversione per la
politica o il concepirla come “innaturale” è il segno distintivo
della modernità e dell’antropocentrismo individualistico. Invece la Filosofia Classica e la Teologia Scolastica
concepiscono l’uomo come naturalmente socievole o politico. Quindi
esse non avversano la politica, che è una virtù.
●Il Cattolicesimo Liberale,
invece, presente anche in un certo ambiente “tradizionalista”,
infiltrato dal
Teo-conservatorismo anglo-americano, soffre dello stesso “disturbo
anti-sociale o a-politico” del liberalismo cattolico. Perciò
occorre - oggi più che mai - ritornare alla sana filosofia e
teologia aristotelico-tomistica per correggere questo errore. “La
grazia presuppone la natura, non la distrugge, ma la perfeziona”
insegna San Tommaso. Così non si può distogliere tutti dalla vita
sociale o politica per spingerli forzatamente verso la vocazione
religiosa. Sarebbe concepire teoricamente la natura in antitesi
con la grazia e praticamente la politica in contrapposizione con la
natura umana, il che è falso, poiché Dio ha creato l’uomo come
animale razionale e sociale, composto di anima e corpo e fatto per
vivere in una famiglia la quale trova il suo completamento nel
‘villaggio’ e nello Stato. Aristotele dice che “comunemente
l’uomo vive in Società, fanno eccezione il folle e l’eremita o il
mistico”. Ora non si può fare dell’eccezione la regola. Si
correrebbe il rischio di produrre una massa di sbandati, in mancanza
di una chiamata divina la quale sola produce il vero eremita-mistico
e non può essere rimpiazzata da quella umana, la quale da sola con
la pretesa di essere divina è megalomanicamente squilibrata e
fuorviante.
Autorità e Società
●Per Aristotele e San Tommaso non sussiste Società politica o religiosa senza un’Autorità.
La Società è formata dalle quattro cause: materiale (le
famiglie), efficiente (Dio autore della natura), finale
(bene comune temporale subordinato a quello spirituale), formale
(la volontà insita nella natura umana di unirsi per vivere assieme).
L’Autorità è una proprietà o accidente necessario della Società,
come la “risibilità” o capacità di ridere è una proprietà necessaria
dell’uomo. Quindi come l’uomo pur se non ride sempre in atto, non
può mancare della capacità di ridere, così nella Società deve
esserci un’Autorità, la quale pur se non agisce sempre in atto, ha
sempre in atto o formalmente la capacità di dirigere e governare le
famiglie, che si sono unite nella Società.
San Tommaso D’Aquino scrive: “se […] è naturale per l’uomo vivere in
società, è necessario che ci sia un’Autorità [in atto o
formalmente] che governi gli uomini. […] Qualora non vi fosse
[in atto o formaliter] qualcuno che si occupasse del bene
comune, il popolo [o i fedeli] si frantumerebbe nei suoi componenti.
[…]. Quindi è necessario che oltre ciò che spinge al bene di
ciascuno, vi sia [in atto o formalmente] qualcosa che si occupi del
bene comune”.
●Il marxismo
o l’anarchismo socialista
affermano che l’Autorità è sempre negativa e portatrice di
sfruttamento. Il Liberalismo
Moderato (Locke) e l’Anarchismo
Liberale Radicale o mini-archismo (F.
A. von Hayek, L. von Myses, R. Notzick)
asseriscono che l’Autorità è un male in quanto limita la libertà
dell’Individuo, ma è un male assolutamente necessario, poiché senza
di essa non sarebbe possibile organizzare una convivenza pubblica e
civile.
●In Principio Non Erat Auctoritas
Nisi A Deo. Poi
secondo la concezione politica moderna è il popolo che dà l’Autorità
a chi è eletto come suo rappresentante. Quindi L’Autorità Non Viene Da Dio,
il quale o è negato esplicitamente (ateismo marxista) oppure
implicitamente (agnosticismo liberal-democratista). Il soggetto
dell’Autorità è il popolo, che trasmette all’eletto solo
l’esercizio dell’Autorità della quale il popolo mantiene il
possesso o proprietà, come un proprietario che affitta una casa di
cui mantiene il possesso o la proprietà e concede all’affittuario
solo l’uso o l’esercizio. Secondo la modernità (sia liberale che
comunista)
la democrazia moderna o democratismo (essenzialmente diversi dalla
“democrazia” classica o “politia”) è l’unica e migliore forma
di governo, mentre la monarchia e l’aristocrazia sono cattive in sé.
●La Democrazia Classica
invece ritiene che la Società è opera di ragione e volontà naturale
e non di istinti sub-razionali (utilità o necessità cieca). I
governanti ricevono l’Autorità da Dio, anche se sono stati scelti
dal “popolo” (che non è mai la “massa”, ma la “sanior pars
Societatis”). Il fine dell’Autorità è quello di dirigere la
Società civile e i suoi membri (famiglie e cittadini) verso il
benessere comune temporale subordinato a quello spirituale (“vivere
virtuosamente”). Invece per il liberalismo l’Autorità e la Società
hanno una finalità minima: garantire la pace tra gli uomini (che in
sé sono bellicosi), la sicurezza, l’ordine, la proprietà privata, la
libertà e la ‘vita non-virtuosa ma puramente fisica’. Attenzione!
anche lo Statalismo esagerato hegeliano (di destra e di sinistra)
concede allo Stato molto potere, ma sempre per favorire e
garantire la massima libertà dell’Individuo, che è il creatore,
il centro e il fine dello Stato (antropocentrismo radicale). Questo
è il “peccato originale” della modernità, dal quale
derivano due correnti o rami principali: il democratismo
liberale (Locke: Hayek, Myses, Notzick) e lo statalismo
hegeliano (Hobbes-Hegel: Marx e Gentile).
●In un prossimo articolo vedremo la Dottrina Politica Di
Aristotele, S. Tommaso E Della ‘Seconda E Terza Scolastica’ Riprese E Rilanciate Da Pio
XII, il quale ha tentato di raddrizzare la via storta che
stava prendendo l’umanità dopo la modernità (verso la fine della
seconda guerra mondiale) e alle soglie della post-modernità o
nichilismo filosofico (iniziato nel dopo-guerra ed esploso
religiosamente nel 1962-65 e socialmente e culturalmente nel
Sessantotto). Papa Pacelli ha cercato di far riprendere all’uomo la
strada tracciata dai princìpi immutabili della filosofia
aristotelico-tomistica e del Magistero tradizionale della Chiesa, ma
purtroppo l’uomo contemporaneo ha preferito la filosofia del “nulla”
e la teologia della “morte di Dio”, alla filosofia dell’essere e
alla voce del Pastore.
d. CURZIO NITOGLIA
14 luglio 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/individualismo_antipolitico.htm
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