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Monsignor Antonio De Castro
Mayer, vescovo di Campos in Brasile, nel 1961 pubblicò una
Lettera pastorale sulle “Insidie della setta comunista”. Essa è
attuale ancor oggi e può essere applicata analogicamente alla setta
modernista. È quello che cerchiamo di fare nel presente articolo.
Il trabocchetto
comunista: lotta contro la miseria e l’ingiustizia
● Ciò che è
accaduto a Cuba
durante la rivoluzione castrista contro Batista, alla quale
collaborarono anche numerosi cattolici, pur se con finalità diverse
è
un esempio tipico
del risultato a cui porta la collaborazione con i comunisti. Questi,
infatti, non disdegnano la collaborazione dei cattolici. Anzi, la
sollecitano (v. Gramsci e Bloch), la provocano anche, mettendo in
evidenza miseria e ingiustizie che possano suscitare
l’indignazione e la reazione degli spiriti retti. E, purtroppo,
spesso ottengono la collaborazione desiderata. Abituati ad agire in
buona fede, i cattolici tendono molte volte a giudicare impossibile
che, rispetto
a considerazioni
umanitarie, qualcuno possa nascondere un fine perverso. Finiscono
così per impegnarsi, non per il movimento comunista, ma per la
lotta a favore degli infelici, degli oppressi e dei sofferenti.
E lavorano uniti, cattolici e comunisti, certi i primi che gli
altri, come loro, desiderano sinceramente curare la società dalle
piaghe che la infettano; più certi i secondi che l’agitazione
umanitaria offrirà loro l’ambiente ideale per l’estensione del loro
potere.
Richiamo modernista
attuale: ritorno alla “Tradizione”
● Così il modernismo
apparentemente moderatamente progressista (“ermeneutica della
continuità”), che oramai ha occupato l’apice dell’ambiente cattolico
e ecclesiale, chiede ai cattolici fedeli alla Tradizione di agire
uniti per vincere il materialismo, l’ateismo e le spinte
parossistiche del modernismo radicale (“ermeneutica della
rottura”, 22 dicembre 2005). Alcuni cattolici fedeli in buona fede
si lasciano convincere della continuità (che invece è verbale, ma
non reale) e agendo assieme ai modernisti, realmente
progressivi, anche se apparentemente moderati, finiscono per
essere mangiati da loro, come “il pesce più piccolo è divorato da
quello più grande”. Poiché l’agitazione filantropico-umanitaria,
mascherata da conservatorismo religioso, offrirà ai modernisti,
per i quali “il fine giustifica i mezzi” (Machiavelli),
l’ambiente ideale per l’estensione del loro potere, mettendo a
tacere la voce del “grillo parlante” rappresentato dal cattolico
fedele.
Falsità
dell’umanitarismo comunista e dell’immanentismo modernista
● I comunisti, infatti,
non desiderano la riparazione dei mali, delle ingiustizie sociali.
I1 regime che esaltano è
la più terribile
delle tirannie, elevata a sistema di governo. Desiderano produrre un
ambiente di lotta, di esacerbazione contro l’ordine.
I1 loro fine immediato consiste nel provocare l’inquietudine
sociale, la disunione degli spiriti. Non li turba, in nessun modo,
la violazione della legge morale. Per essi non esiste legge morale
(1).
È loro
soprattutto utile suscitare e mantenere la lotta di classe, lotta di
sterminio, senza nessun tentativo di armoniosa conciliazione, come
vuole la Chiesa. Infatti, nella Storia del Partito Comunista
dell’URSS, pubblicazione sovietica ufficiale, si legge: «Per
non sbagliarsi in politica, è
necessario essere
un rivoluzionario e non un riformista.
[...] è
necessario condurre
una politica proletaria intransigente di classe, e non una politica
riformista di armonia tra gli interessi del proletariato e gli
interessi della borghesia, e non una politica di conciliazione, di
“integrazione” del capitalismo nel socialismo»
(2).
Nell’enciclica Divini Redemptoris, dal canto suo,
Pio XI segnala
che l’ideale a cui mirano gli sforzi dei marxisti consiste
nell’esacerbare la lotta di classe (3).
● Così il modernismo
apparentemente restauratore (“ermeneutica della continuità” a parole
ma non a fatti) non vuole “instaurare tutto in Cristo” (S. Pio X),
non vuole ritornare realmente alla Tradizione apostolica, ma cerca
subdolamente di eliminare le ultime sacche di resistenza con la
tattica degli “opposti estremismi”: modernismo radicale e
tradizionalismo antimodernista, per giungere all’evoluzione costante
e permanente del dogma tramite la coincidentia oppositorum.
La “setta segreta”
comunista e modernista nasconde al grande pubblico le sue vere
dottrine
● Oggi la propaganda dei
comunisti non presenta al grande pubblico, in modo chiaro e palese,
né la loro dottrina, né i loro obiettivi. Lo fece all’inizio, ma
subito si accorse che così allontanava i popoli dal marxismo (4),
tanto bestiale ne è
l’essenza. Perciò la setta ha cambiato tattica e procura
dì attirare le folle con vari inganni nascondendo i propri
disegni dietro idee che in sé sono buone ed attraenti
(5).
Così i comunisti, senza punto recedere
dai loro perversi princìpi, invitano i cattolici a
collaborare con loro sul campo così detto umanitario e
caritativo, proponendo talvolta anche cose del tutto conformi
allo spirito cristiano e alla dottrina della Chiesa
(6).
● Allo stesso modo la
propaganda dell’ermeneutica della continuità si basa sul modernismo
più puro e scientifico, qualificato da
S. Pio X quale “clandestinum
foedus” ossia setta segreta (Sacrorum Antistitum,
1° settembre 1910), non lavora palesemente al cambiamento
della dottrina tradizionale, ma lo fa occultamente celandosi
dietro le parole della “continuità con la Tradizione”, che
sono difformi dalla realtà dei fatti per confondere le idee
ai cattolici che realmente vogliono il ritorno alla Tradizione. Per
fare un esempio: il “motu proprio” Summorum Pontificum cura
del 7 luglio 2007, il quale ha dichiarato che la Messa tradizionale
non era stata abrogata e non poteva esserlo, ha suscitato
inizialmente molte speranze, che sono state deluse dal Decreto del
13 maggio 2011 sulla retta applicazione del “motu proprio” del 2007,
in quanto ha dichiarato che possono celebrare liberamente la Messa
tradizionale solo coloro che non sollevano obiezioni sull’ortodossia
del Novus Ordo Missae, obiezioni che furono sollevate nel
1969 dai cardinali Alfredo
Ottaviani e Antonio
Bacci nella “Lettera di presentazione” a Paolo VI del
“Breve esame critico del Novus Ordo Missae”, le quali
attendono ancora una risposta, come ricordava ancora qualche anno fa
il cardinal Alfonso Maria Stickel.
Note
(1)
PIO XI,
Divini Redemptoris, 19-3-1937.
(2)
G.
Stalin,
Storia del Partito Comunista dell’Urss,
Edizioni Servire il popolo, Milano 1970, pp. 119-201.
(3) Cfr.
Pio XI, Ibidem.
(4)
Pio XI, Ibidem.
(5)
Pio XI, Ibidem
(6)
Pio XI, Ibidem.
Collaborare alle
campagne della setta marxista e di quella modernista significa fare
il loro gioco
● Da ciò si vede che ogni
collaborazione data a una campagna nella quale si impegnano anche i
comunisti - anche quando non si presentino come tali - è una
collaborazione che si dà all’instaurazione del marxismo. L’esempio
doloroso di Cuba ce lo insegna, e la semplice osservazione del modo
di agire della setta ce ne convince. Bisogna distinguere, a questo
proposito, tra mutua collaborazione e occasionale
convergenza di sforzi. Vi è collaborazione quando
cattolici e comunisti, lavorando per lo stesso obiettivo immediato,
si aiutano gli uni gli altri, o, almeno, nascondono temporaneamente
l’antagonismo di fondo e reciproco in cui si trovano. La
collaborazione ridonda sempre a vantaggio dei marxisti. Può
accadere, tuttavia, che i cattolici inizino una determinata
campagna, e che, fortuitamente o insidiosamente, anche i comunisti
si muovano nello stesso senso. Si avrà allora, come vedremo dopo,
un’occasionale convergenza di sforzi, che potrà non dare
vantaggio ai comunisti, solo se i cattolici rifiuteranno di
concertare qualsiasi azione con loro, così come di concludere
con il comunismo un armistizio, anche se temporaneo. I seguaci
di Marx lavorano sempre e soltanto in favore della loro causa. Se vi
è al mondo un movimento totalitario, nel quale non si disperde forza
alcuna, nel quale tutto, assolutamente tutto, è calcolato in
funzione del fine che si ha in vista, è quello dei comunisti. Così,
ovunque vi sia un’azione loro, vi è un interesse del comunismo, ed è
puerile pretendere di deviare la loro attività, dal momento che il
comunista, finché rimane tale, non abbandona il suo posto di
battaglia.
● Lo stesso vale per il
modernismo vi è collaborazione quando cattolici e modernisti,
lavorando per lo stesso obiettivo immediato (apparente ritorno alla
Tradizione), si aiutano gli uni gli altri, o, almeno, nascondono
temporaneamente l’antagonismo di fondo (“il Concilio Vaticano II
alla luce della Tradizione”) e reciproco in cui si trovano. La
collaborazione ridonda sempre a vantaggio dei modernisti. Invece Può
accadere, tuttavia, che i cattolici inizino una determinata campagna
(a favore della restaurazione della Messa tradizionale), e che,
fortuitamente o insidiosamente, anche i modernisti si muovano nello
stesso senso (‘indulto’ del 1984 e ‘motu proprio’ del 2007). Si avrà
allora un’occasionale convergenza di sforzi, che potrà non
dare vantaggio ai modernisti, solo se i cattolici rifiuteranno di
concertare qualsiasi azione con loro, così come di concludere
con il modernismo un armistizio, anche se temporaneo.
Pio XI
condannò qualsiasi collaborazione con il
marxismo (Divini Redemptoris, 19 marzo 1937), lo stesso
vale con il modernismo “cloaca che raccoglie tutte le eresie” (S.
Pio X, Pascendi, 8 settembre 1907).
Anche quando si
propongono programmi conformi alla dottrina cattolica tradizionale
● «Quand’anche [i
comunisti] propongano cose del tutto conformi allo spirito
cristiano e alla dottrina della Chiesa», anche in questi
casi «non si può ammettere in nessun campo la
collaborazione con lui [il comunismo]» (7). La
proibizione di Pio XI è categorica, e non
ammette eccezioni: è necessario che non vi sia collaborazione
reciproca in nulla - “nulla in re” - con questa
setta esecrabile. E la ragione è che quando i comunisti
attirano con lusinghe i cattolici, a loro modo, cioè con «cose
del tutto conformi allo spirito cristiano e alla dottrina
della Chiesa», non fanno altro che preparare una trappola
poiché, come dice il Papa, cercano di
attirare le folle con vari inganni nascondendo i propri
disegni dietro idee che in sé sono buone ed attraenti!
(8). Da tutto questa insegnamento di Pio XI si
deduce che i fedeli che si uniscono ai comunisti, per raggiungere
obiettivi completamente conformi allo spirito cristiano e
alla dottrina della Chiesa», cadono in una imboscata e
collaborano all’instaurazione del comunismo nel mondo. È quello che
hanno fatto Giovanni XXIII e De Gasperi coll’apertura della
‘Democrazia Cristiana’ a sinistra.
● Lo stesso dicasi per il
modernismo quando i modernisti attirano con lusinghe i
cattolici a loro modo, cioè con «cose del tutto conformi
allo spirito cristiano [tradizionale] e alla dottrina della
Chiesa», non fanno altro che preparare una trappola poiché, come
dice il Papa, “cercano di attirare le folle
con vari inganni nascondendo i propri disegni dietro idee che
in sé sono buone ed attraenti”. Perciò i fedeli
che si uniscono ai modernisti, per raggiungere obiettivi
completamente “conformi allo spirito cristiano e alla
dottrina della Chiesa” cadono in un’imboscata e collaborano
all’instaurazione del modernismo nel mondo. Così è stato per “il
Concilio alla luce della Tradizione” nel 1979 e per l’Indulto del
1984 e lo stesso si sta verificando esplicitamente e apertamente a
partire dal maggio 2011 sul “motu proprio” del 2007, che pur tra
molte riserve poteva suscitare qualche speranza, ma non illusioni.
Idem per l’ermeneutica della continuità, la quale presenta
solo a parole il Vaticano II in continuità dottrinale con la
Tradizione apostolica.
Note
(7)
Pio XI, Ibidem.
(8)
Pio XI, Ibidem.
Conclusione
Mons.
Brunero Gherardini ha
pubblicato un libro interessantissimo intitolato Quaecumque
dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e
la teologia (Torino, Lindau, 2011).
● La “ragion d’essere” di questo libro è
fondamentale e attualissima quanto alla crisi che attanaglia ancor
oggi l’ambiente cattolico. L’Autore sin dall’inizio del presente
volume si pone la domanda se vi sia continuità reale tra Vaticano II
e Tradizione apostolica e risponde scrivendo che «una semplice
asserzione affermativa [di continuità] non ha di per sé un valore
apodittico Non basta affermare, occorre dimostrare e
il Vaticano II proprio questo trascura» (Quaecumque…, p. 7)”.
Poi l’Autore si chiede se le recenti «revisioni [dell’ermeneutica
della continuità affermata, ma non dimostrata] portino il segno d’operazioni
politiche [simili a quelle della setta comunista di cui scriveva
nel 1961 mons. Antonio De Castro Mayer] prive del dovuto supporto
dottrinale […], perché all’affermazione non corrisponde la
riprova» (ib., p, 8). L’Autore si propone di risolvere il
problema e asserisce che la via da seguire per rispondere al quesito
è quella di constatare se i 16 Documenti conciliari siano
teologicamente fedeli in verbis et in factis alla «divina
Rivelazione, quale si attinge alla sua fonte scritta e a quella non
scritta» (ib., p. 9). Egli cita i vari discorsi fatti da
Ratzinger, teologo, vescovo, cardinale e Papa sulla continuità
tra Vaticano II e Tradizione, che è il filo conduttore del
suo pensiero teologico, secondo il quale “difendere oggi la
vera Tradizione della Chiesa significa difendere il Concilio
[Vaticano II]”
ed ancora: «la difesa della Tradizione è la difesa del Concilio».
Il suo intento di sempre (del 1960 come del 2011) è quello di “promuovere
il Vaticano II” (ib., p. 11). «Parole chiare – commenta
Gherardini – per esprimere un pensiero altrettanto chiaro: se
vuoi professare la secolare Fede della Chiesa, devi professare,
oppure basta che tu professi, la Fede del Vaticano II» (ib.,
p. 19). Gherardini continua: «nessun Papa ha mai parlato
tanto frequentemente e tanto insistentemente di Tradizione
quanto il teologo, il vescovo, il cardinale, il papa Joseph
Ratzinger» (ivi). Però la questione è di sapere cosa
intende per “Tradizione” Ratzinger. Infatti anche Hegel parla
sempre di Dio, ma il suo non è il Dio personale e trascendente,
bensì il Pensiero Assoluto e immanente all’uomo. Si tratta forse
della Tradizione apostolica, della Fede e la dottrina di sempre? (ib.,
p. 23). Nella sua disamina Gherardini dimostra chiaramente che
Ratzinger ripudia sia il ‘radicalismo’ di chi vuol correre troppo e
rischia di gettare la maschera che serve a far promuovere il
Vaticano II, mostrando - invece di nascondere - che è in rottura con
la Tradizione apostolica e quindi inaccettabile. Come pure rigetta
il ‘cattolicesimo integrale’ definito «solo apparentemente
cattolico, [che invece] nella realtà snatura sin nel profondo
le posizioni rigorosamente cattoliche».
● La conclusione cui giunge
- quindi - Gheradini è che si parla di due concetti diversi di
Tradizione: per Ratzinger la Tradizione è il Vaticano II e
viceversa, lo afferma, non lo dimostra, è una petizione di
principio, come un cane che si morde la coda. Per la dottrina
cattolica la Tradizione è ciò che Gesù o lo Spirito Santo hanno
insegnato agli Apostoli e questi ai primi Padri apostolici ed
ecclesiastici che l’hanno trasmessa, sostanzialmente inalterata,
sino a noi. Vediamola assieme:
● Mons.
Brunero Gherardini tira
le somme e scrive: «si tratta di due dottrine che, anche là
dove danno l’impressione d’incontrarsi […] percorrono strade
diverse ed esse stesse diventano due diverse dottrine.
[…]. C’è poi [nel Vaticano II] quel livello che presenta non
poche innovazioni, dottrinali o no, che nessun gioco di
prestigio è in grado di ricondurre alla Tradizione divina,
divino-apostolica» (ib., pp. 188-189). Poi l’anziano teologo
confessa: «Mi è difficile persino capire come mai non si veda che»
si sovverte «il bianco in nero; e come mai l’evidenza delle
strade storte e dei non pochi trabocchetti renda sempre più spedito
e disinvolto il passo verso il pericolo mortale?» (ib.,
pp. 190-191). È evidente il riferimento ai “lettori del Vaticano II
alla luce della Tradizione” in continuità e non in rottura con essa.
Ciò che è evidente a chi non vuol negare l’evidenza, diventa
opinabile e discutibile per chi vuol dialogare ad oltranza e leggere
alla luce della Tradizione ciò che invece la sovverte. Ciò che non
si vuol fare è «un cambiamento di rotta» reale e sostanziale
e ci si vuole accontentare della sola «superficiale dichiarazione»
dell’ermeneutica della continuità (ib., p. 191), che oramai è
diventata un luogo comune tanto strillato quanto non provato.
Quindi mons. Gherardini ci invita saggiamente a «non chiudere gli
occhi per convincersi che la Tradizione è contenuta interamente
nei documenti dell’ultimo Concilio» ma ad aprirli «per vedere
dove in esso la continuità s’interrompe e in che direzione volgere i
propri passi per il recupero del “quod semper, quod ubique, quod
ab omnibus creditum est”» (ib., p. 192).
● Attenzione! Le insidie
della setta segreta modernista sono veramente simili a quelle della
setta comunista. Per evitarle occorre domandare a Dio di avere le
idee ben chiare e la forza di volontà per non cedere di fronte al
labor certaminis e all’orror difficultatis. Infatti dopo
cinquanta anni di lotta contro un nemico abile, scaltro, nascosto e
insidioso, si corre il tentativo di lasciarsi andare e cedere alla
tentazione dell’entrismo: “haec omnia tibi dabo, si cadens
adoraveris me”.
Ab insidiis diaboli,
libera nos Domine! Purtroppo “lo stupido
è il cavallo del diavolo”. Il guaio più grande è quando lo stupido
si prende per una volpe e fa la fine del pollo. Il 1979 (“Concilio
alla luce della Tradizione”, che invita al dialogo); il 1984
(“Indulto” doloso); il 2005 (“ermeneutica della continuità”, che
ri-invita al dialogo), il 2007-2011 “motu proprio” che ritorna
“Indulto doloso”, non gli insegnano nulla: egli continua a voler
conciliare l’inconciliabile, a stringere la mano tesa, e come
“l’asin bigio” di Carducci “tutto quel chiasso non degnò d’un guardo
e a brucar serio e lento seguitò” (Dinanzi a San Guido).
Note
d. CURZIO NITOGLIA
30 maggio 2011
Link a questa pagina:
http://www.doncurzionitoglia.com/insidie_neocomunismo_e_neomodern.htm
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