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“La guerra di Libia
rischia di trasformare il Mediterraneo in una polveriera” (Karim
Mezran, Limes, n. 3° giugno 2011, p. 190).
Prologo
●La Rivista bimestrale italiana di
geopolitica Limes ha dedicato il numero 3 (giugno del 2011) di oltre
300 pagine alle “rivoluzioni” arabe e nord-africane.
La seconda parte del numero (da pagina 187 a 224) studia la
questione della Libia (Libia addio? Se la Libia diventa una grande
Somalia). Già dal titolo si capisce la preoccupazione per il futuro
della Libia e dei Paesi limitrofi. La tesi sostenuta dagli autori
dei saggi è che la Libia rischia una spaccatura in due e una lunga
guerra civile tra le due parti, di cui la Tripolitania resterebbe
confinata tra Zavia, Tripoli, Misurata e Sirte (ove è attualmente
asserragliato Gheddafi); mentre La Cirenaica, dominata dagli
islamismi radicali, si estenderebbe da Tobruk sino a Bengasi. Karim
Mezran (Direttore del Centro studi americani di Roma e docente
all’Università Johns Hopkins) scrive che “La guerra di Libia rischia
di trasformare il Mediterraneo in una polveriera” (Ibidem, p. 190).
Hanas Ahmad (Direttrice del quotidiano libico Oea) sostiene che i
futuri governanti “Conservatori [qaedisti] di Bengasi faranno
rimpiangere Gheddafi” (Ib., p. 204). Addirittura Giampaolo Cadalanu
(giornalista de la Repubblica) fornisce “una testimonianza diretta
sulla manipolazione delle notizie o sulla loro totale invenzione per
sostenere la causa dei ribelli in lotta contro Gheddafi” (Ib., p.
209). Stefano Agnoli (giornalista del Corriere della Sera) tratta la
questione della spartizione del petrolio libico tra i futuri
vincitori (Ib., pp. 215-222).
●La “stampa” alternativa
ha ripreso questi temi, anticipati già nella primavera del 2011 da
Limes, in questi ultimi giorni (25-28 agosto) e ne ha approfondito
alcuni aspetti. Porgo al lettore le osservazioni dirette di
giornalisti in “prima linea” che hanno raccontato ciò che hanno
visto e cerco di trarne alcune conclusioni.

Stampa libera e
teleguidata a Tripoli
●Nel
pomeriggio del 25 agosto 2011 la nave, che doveva evacuare i
giornalisti da Tripoli, non è stata autorizzata dalle autorità Nato
a salpare mentre, nello stesso tempo, un altro palazzo, attiguo
all’hotel Riza dove si trovano i giornalisti stranieri, è stato reso
disponibile come luogo dove effettuare interrogatori investigativi
nei confronti dei giornalisti stessi. Alcuni di loro, minacciati dai
‘ribelli’ antigovernativi e dagli ufficiali che li coordinano, hanno
redatto un elenco di colleghi giornalisti che in questi giorni
possano aver rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti
dell’operazione militare Nato e delle forze “ribelli”.
●Solo la tivù russa
‘Rt’
e quella
venezuelana
‘Telesur’
spiegano che è una vittoria dovuta alla carneficina compiuta dalla
Nato, anche con “droni” ed elicotteri “Apache”,
soprattutto negli ultimi giorni dopo il sabato 13 agosto,
uccidendo 1.300 persone in poche
ore come denuncia Tierry Meyssan del
Réseau Voltaire.
Joeseph Goebbels diceva: “Se dici una bugia, dilla grossa
e continua a ripeterla sino
a che tutti ci crederanno”. Adolf Hitler raccomandava alla
propaganda di “limitarsi a pochi punti, ripetuti sempre più
spesso, poiché la massa non pensa”.
La famosa “canna fumante” trovata in mano a Saddam Hussein si basava
su questo punto programmatico, molto più antico di Goebbels e
Hitler, le fosse comuni naziste di Katin in Polonia e poi quelle di
Gheddafi in Libia, idem.
Al-Qaeda e Nato “alleate”
in Libia
●Il capo dei servizi di sicurezza libici Abdullah
al-Snousi, (che sarebbe stato ucciso il 29 agosto) ha rilasciato la
seguente dichiarazione (che è stata pubblicata sul
blog in diretta di Al Jazeera in Libia):
“Quello che stiamo affrontando ora in questa guerra è la Nato che
guida al-Qaeda. I funzionari europei e occidentali stanno mentendo
al loro popolo quando dicono che stanno combattendo il terrorismo.
Infatti stanno combattendo con il terrorismo di al-Qaeda contro il
popolo libico”. Tra di loro vi sono
anche molti giovani sbandati e disperati (come quelli che hanno
saccheggiato Londra nei primi giorni dell’agosto 2011) del Ciad,
Mali, Niger, Sudan, Algeria, Tunisia e soprattutto del Qatar, con
“espropri proletari” a danno dei residenti i quali tentano di
barricarsi in casa.
●Il
brasiliano
Pepe
Escobar,
corrispondente di ‘Asia Times’, parlando con
‘RT’
(28 agosto 2011), ha detto
che un
vecchio militante di al-Qaeda è
ora
leader
militare
dei territori
controllati dai ribelli
in
Libia.
Secondo
Escobar,
Abdelhakim
Belhadj,
che comandava l’offensiva
militare
in Libia
durante
il fine settimana,
è
diventato
di fatto
il
comandante
delle
forze armate di
Tripoli.
Belhadj,
dice
Escobar,
è stato
addestrato
in
Afghanistan
da un "gruppo
estremista
islamico
libico".
Secondo
Escobar i talebani,
legati
a fonti
d’oltreoceano,
hanno
confermato
Belhadj
come
il nuovo
comandante.
Nel
periodo successivo
all’11 settembre la Cia
ha
iniziato
il
monitoraggio
su Belhadj che,
finalmente, è stato
catturato
in
Malaysia
nel 2003.
Escobar
dice che
fu poi
torturato
a Bangkok
prima di
essere trasferito
in Libia
e
imprigionato.
Ha fatto
un accordo
che ha
permesso
il suo
rilascio
nel 2009
e
da questa
settimana
è di
fatto il comandante
militare
di
Tripoli.

Gli interessi economici
●Le forze di opposizione hanno già iniziato a
servire i loro padroni
vendendo loro petrolio greggio dolce e
istituendo una banca privata centrale per
trasformare la Libia da ricco paese Africano indipendente in una
nazione impoverita schiava del debito obbligata verso i cartelli
bancari, come il ‘Fmi’ , la Banca Mondiale e la Banca dei
Regolamenti Internazionali.
●Lunedì 15 agosto, subito
dopo l’ingresso dei ribelli a Tripoli, precipita il prezzo dell’oro
e schizzano i titoli di banche e aziende petrolifere che, come
Unicredit ed Eni, hanno interessi nel Paese e che hanno finanziato i
ribelli.
●Lunedì 22 agosto,
alla riapertura dei mercati, dopo la
notizia dell’ingresso dei ribelli
a Tripoli, si sono verificati eventi che la dicono
lunga sui veri scopi di questa ennesima guerra neoconservatorista
mascherata da intervento umanitario. Quel giorno
il prezzo dell’oro
è iniziato a scendere
dopo mesi di inarrestabile e costante rialzo, toccando ogni giorno
un nuovo ‘record storico’, il metallo giallo era arrivato a sfiorare
la quotazione astronomica di 1900 dollari l’oncia. Da lunedì è
iniziato un deprezzamento mai visto negli ultimi mesi: in pochi
giorni la quotazione è precipitata a 1700 dollari l’oncia. La
certezza di poter mettere le mani sulle
144 tonnellate di lingotti d’oro
conservati nei forzieri della banca centrale sembra aver placato la
sete dei mercati.
●Sempre lunedì, dopo giorni di crolli in
borsa che nulla sembrava in grado di arrestare, le notizie
provenienti da Tripoli hanno messo le ali agli scambi e
le piazze affari di tutta Europa
hanno chiuso con il segno più. A trascinare in alto
i listini sono stati soprattutto i titoli
energetici e bancari.
La caduta di Gheddafi rimette sul mercato le principali riserve
energetiche del continente africano (60
miliardi di barili di greggio e 1.500 miliardi di metri cubi di gas
naturale),
150 miliardi di dollari di ‘asset
finanziari’ (quote di grandi banche straniere e
azioni di aziende multinazionali) e commesse miliardarie che la
guerra ha bloccato.

La guerra vera e quella
dei “media”
●La confusione e la manipolazione
mediatica per favorire gli invasori hanno toccato livelli
impensabili. Quello che sembrava una “passeggiata” per la coalizione
imperialista Usa-Nato, che ha formato e coordinato i gruppi
mercenari golpisti, si è complicata, finendo a brandelli. Invece la
guerriglia urbana continua tra Tripoli e Sirte, che sono ancora
bombardate di notte dagli aerei della Nato. Stephen Lendman ha
intervistato l’avvocato professor Francis Boyle il quale ha
dichiarato che “bisogna aspettarsi un conflitto senza termine,
simile a quelli scoppiati in Iraq e Afghanistan, il quale deborderà
dalla Libia”.
I fatti gli danno ragione, si sta passando velocemente alla Siria e
di lì all’Iran e dall’Iran – Dio non voglia – al mondo intero.
●Gheddafi, con una mossa tattica, si è trasformato
in un “fantasma” che è ovunque e in nessun luogo. Con quello che
rimane in piedi della sua linea di comando, il
leader libico ha concentrato la
sua logistica e le sue truppe nei punti più forti. Con truppe, carri
armati e batterie che sembravano emergere dalle cantine, quello che
rimane dell’esercito del presidente libico ha bombardato e attaccato
questo mercoledì 24 agosto i gruppi mercenari in varie zone di
Tripoli. La realtà, descritta parzialmente dai corrispondenti
stranieri, manda all’aria il supposto controllo attribuito alle
forze dei ribelli presenti nella capitale della Libia.
●Quello che era prima un nemico “visibile”, Gheddafi
ed il suo esercito, ora si è trasformato in un nemico “invisibile”
che attacca e si dilegua.
Parallelamente, un’azione di guerra asimmetrica,
realizzata dalla popolazione leale, realizza imboscate, attentati e
azioni di guerriglia urbana contro i gruppi mercenari e i comandi e
gli ufficiali delle forze speciali e di
intelligence di Stati Uniti,
Regno Unito e Israele, che progettano e coordinano le iniziative di
presa e di controllo di Tripoli.
●In ventiquattro ore, dopo la presa del
bunker presidenziale da parte
dei ribelli, l’atmosfera, tra i capi dei mercenari e i
leader delle potenze invasore, è
passata dall’euforia trionfalistica all’incertezza. Analisti europei
e statunitensi parlano già di una “trappola” per gli invasori. Dal
martedì, i commentatori e gli analisti di alcune emittenti, come la
‘Cnn’, hanno auspicato un “intervento internazionale” per evitare
che la Libia cada nel caos dei “gruppi fondamentalisti” che
integrano il comando “ribelle” del ‘Cnt’. Le schiere dei “ribelli”
sono quasi un mosaico delinquenziale di gruppi mercenari
fondamentalisti di varia estrazione, che, una volta al potere,
lotteranno tra loro per la spartizione del bottino di guerra.
●Questo è il punto centrale che oscura e
rende impraticabile la strategia di conquista della Libia senza
sacrificio di soldati e senza un costo politico per le potenze della
coalizione Usa-Nato. E la Libia, al costo della sua distruzione, del
massacro collettivo e della crisi umanitaria, conferma ancora la
piena validità del principio basilare di Rothschild che guida
storicamente le operazioni imperiali di conquista: “Dove non c’è
guerra, bisogna inventarla per fare scambi.”.
Conclusione
1°) Gheddafi era già stato
puntato dalle amministrazioni Reagan e Bush senior negli anni
Ottanta quando la Cia e il Mossad iniziarono le grandi manovre per
destabilizzare la Libia. Il Newsweek del 3 agosto 1981 scriveva: «Il
dettaglio del piano era vago, ma sembrava essere la classica
campagna di destabilizzazione della Cia. Si parlava di un programma
di disinformazione mediatica per mettere in difficoltà Gheddafi. Poi
della creazione di un “contro-governo” in Libia. Infine di una
campagna paramilitare o di guerriglia indigena appoggiata dalla
Cia». Dopo 30 anni il piano è stato messo in pratica. “Occhio per
occhio, dente per dente”. La “morale” puritano-americana è la stessa
del Giudaismo talmudico che regge Israele. Non si dimentica e non si
perdona. Il vero cancro dell’umanità sono gli Usa e Israele, i quali
sono “portatori sani” del loro odio, sete di vendetta e dominio
universale, che sta ammorbando il mondo intero. “Delenda Carthago”
ripeteva Catone il vecchio.
2°) La Libia rischia di
diventare una grande Somalia, la quale ha conosciuto una lunga
guerra civile, una paralisi economica e un’anarchia civile dal 1977
sino al Duemila ed oltre. Siad Barre (il dittatore somalo dal 1969)
è stato rovesciato nel 1991 e da allora le due fazioni tribali, che
hanno eletto due presidenti diversi e contrapposti (il primo nel
1991 e il secondo nel 1996) non cessano di combattersi.
Lo stesso è avvenuto in
Afghanistan, invaso dagli Usa nel 2001 ed ancor oggi aggressivamente
resistente. L’Afghanistan ha spezzato le reni all’Urss di Leonid
Breznev nel decennio di occupazione sovietica di Kabul (1979-1989) e
di guerriglia anti-sovietica afgana dei muijaheddin tra le montagne,
che hanno rovesciato nel 1992 anche il governo post-sovietico
afgano, ma ancora filo-sovietico. Il 1996 ha portato al potere de
facto i talebani (appoggiati dal Pakistan). Ora l’Afghanistan sta
spezzando le reni anche all’America e alla Nato, che se ne stanno
tornado dopo dieci anni a casa con le ossa rotte e la coda tra le
gambe, zitte zitte, sperando di terminare la ritirata strategica
entro il 2012 senza troppi danni collaterali visibili. Il
puritanismo americano e il fariseismo giudaico continuano la morale
del “sepolcro imbiancato”: bianchi fuori e visibili a tutti, ma neri
dentro, purché non si sappia in giro. L’importante è salvare le
apparenze.
L’Iraq dal 2003 è
diventato un Paese diviso in tre (sunniti, sciiti e curdi), che si
uccidono tra loro e rendono la vita difficile agli Usa & company.
3°) Il Mediterraneo
(Italia, Africa bianca, Palestina, Libano, Turchia, Giordania e
Siria) rischia di diventare una polveriera, che forse infiammerà
anche l’Iran e di lì il mondo intero, con relativa “soluzione
finale” del problema israelitico, pro o contro, Dio solo lo sa, io
lo posso solo sperare (contro). “La speranza non muore mai”. Già a
partire dal 30 agosto la radio italiana riprendeva e rilanciava
contro Damasco ed Assad gli stessi slogan che nei primi di agosto la
Nato e gli Usa scagliavano contro Gheddafi. “A buon intenditor poche
parole”…
4°) La Nato e gli Usa
anche in Libia (come in Iraq) si alleano con gli islamisti radicali
per abbattere il mondo arabo nazional-popolare. “Divide et impera”.
Lo “scontro di civiltà” voluto da Hungtington & “compaesani” non è
teologico o anti-islamico, ma ideologico e democraticistico, contro
i governi arabi forti e stabili non ancora corrotti
dall’illuminismo.
5°) Forse Gheddafi farà
(almeno inizialmente) la stessa fine di Osama bin Ladèn, nascosto,
scomparso nel nulla (Sirte, Saara, Himalaya), morto, risorto ed
infine ucciso dalla Cia e cremato “mediaticamente” senza essere
“filmato”. Oppure più probabilmente (poiché il colonnello di Tripoli
non è mai stato un agente della Cia come Osama) finirà come Saddam,
impiccato con tanto di televisione al seguito, dopo un processo
democratico stile Norimberga, “per non dimenticare”, “sempre
mediaticamente”.
6°) Tuttavia gli analisti
avvertono che il colonnello è ancora militarmente forte almeno in un
resto della Tripolitania e nel deserto del Saara. Perciò la Nato e
gli Usa rischiano di impantanarsi nel deserto libico, come si sono
impantanati tra le montagne afgane. La Libia è una trappola per gli
invasori, che “andarono per suonare e furono suonati”, come i
“Pifferi di montagna”? Domenica 4 settembre lo sapremo.
7°) Se gli analisti non si
sbagliano, la Nato dovrà mandare a terra i suoi soldati (non quelli
americani) a “morire” (sit venia verbo)… “ammazzati” per mano dei
lealisti libici.
8°) Morale della favola:
stiamo vivendo la fine del mondo moderno e contemporaneo. La fase
più buia che inizia la risalita. “Bisogna bere l’amaro calice sino
alla feccia, per risorgere fino alle stelle”. Il Vangelo ci insegna:
“Noli timere pusillus grex, Ego vici mindum!”.
d. Curzio Nitoglia
31 agosto 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/libia_futuro_2.htm
Cfr.
Marinella Correggia –
JerbaNews –
24/08/2011
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