● «La Dottrina sacra o della Fede viene annunziata dalla Chiesa
poiché è divinamente rivelata e non è rivelata poiché annunziata
dal Magistero della Chiesa.
*
Prologo
Ho già affrontato la recente
disputa su Tradizione e Magistero per far chiarezza e
correggere alcune imprecisioni a) ‘in primis’ di
coloro che fanno del Magistero, anche non infallibilmente
assistito, un ‘Assoluto’ da credersi senza alcuna possibilità di
negare l’assenso anche di fronte a due proposizioni
contraddittorie
e b) ‘in secundis’ di coloro che annichilano il
Magistero negando che sia un ‘luogo teologico’, il quale
interpreta rettamente la Rivelazione, ed inoltre si permettono di
criticare – senza fondamento – persino le Encicliche di
Pio XII, specialmente
la Divino Afflante Spiritu (1943) e addirittura la
Humani generis (1950), definita comunemente “il terzo
Sillabo” dopo il Syllabus di
Pio IX (1864) e la
Pascendi di San Pio X
(1907).
Mi sembra ora doveroso tornare sull’argomento per far maggior
chiarezza in mezzo a tanta confusione che avvolge l’ambiente
cattolico ed ecclesiale.
Una confutazione anticipata
Il teologo tedesco professor
Albert Lang dell’Università di Monaco ha scritto nel 1925
un interessante libro sui ‘Luoghi teologici’ in cui confutava con
85 anni di anticipo questi due errori. Egli infatti scriveva:
a) «La Dottrina sacra o della
Fede viene annunziata dalla Chiesa perché è divinamente rivelata e
non è rivelata perché annunziata dal Magistero della Chiesa»
confutando così l’errore di coloro che fanno del Magistero un
‘Assoluto’, che non deve “fare i conti” con la Tradizione e la
Scrittura, ma sarebbe esso stesso fonte di Rivelazione.
Teologia e Magistero
La Teologia
è la scienza che mediante la ragione illuminata dalla Fede
(“sine Fide non remanet Theologia”), fondandosi sulle ‘due
fonti della Rivelazione’ (Tradizione e S. Scrittura) sotto la
direzione interpretativa del Magistero ecclesiastico, tratta
di Dio e delle creature in rapporto a Dio. La ragione
filosofica sviluppa tutta la fecondità del dato rivelato,
giungendo a delle “Conclusioni teologiche”,
mediante un sillogismo, che, partendo da una premessa di Fede
detta ‘Maggiore’, le accosta una seconda premessa di ragione detta
‘minore’ e ne tira una ‘Conclusione’ teologica certa, che non è
formalmente, ma solo virtualmente rivelata.
Padre Reginaldo
Garrigou-Lagrange spiega che “la Teologia procede sotto la
luce della Rivelazione divina (cfr. S. Th., I, q. 1) ed ha
per ‘oggetto proprio’ Dio considerato nei suoi Misteri o nella sua
Vita intima, che ci è fatto conoscere non dalla ragione naturale
(come Dio Causa prima), ma dalla Fede e dalla Rivelazione come
Deus sub ratione Deitatis (cfr. S. Th., I, q. 1, a. 6).
Mentre il teologo in questa vita crede alla Deità obscure
cognita per Fidem, il Santo in Paradiso vede la Deità clare
facie ad faciem sicuti est per il Lumen gloriae, che
produce la Visio beatifica. […]. La Fede è la radice della
Teologia, la quale è scienza delle Verità di Fede, che essa deve
approfondire, spiegare, e difendere. […]. Così se il teologo perde
la Fede infusa, in lui resta solo un cadavere di Teologia, un
corpo senz’anima, poiché egli non aderisce più alle Verità
rivelate o di Fede, che sono i princìpi della Teologia”.
Monsignor Antonio Piolanti,
a sua volta,
scrive: «la Teologia è fondata su Verità rivelate, le quali sono
contenute nella Scrittura e nella Tradizione, la cui
interpretazione è affidata al vivo Magistero della Chiesa, il
quale a sua volta si manifesta attraverso le definizioni dei
Concili, le decisioni dei Papi, l’insegnamento comune dei Padri e
dei Teologi scolastici».
Il cardinal Pietro Parente
afferma che il Magistero è perciò “il potere conferito
da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa
docente è costituita unica depositaria e autentica interprete
della Rivelazione divina. […]. Secondo la dottrina cattolica la
S. Scrittura e la Tradizione non sono che la fonte e la regola
remota della Fede, mentre la regola prossima è il Magistero vivo
della Chiesa”.
La possibilità
di una Scienza razionale della Fede è dimostrata da
S. Tommaso (S. Th., I, q. 1, a. 1) a partire dalla
nostra elevazione gratuita all’ordine soprannaturale, che mediante
la grazia santificante e le Virtù teologali ci ordina alla Visione
beatifica di Dio visto in Cielo faccia a faccia e di cui la
Teologia, che conosce Dio nel chiaro-oscuro della Fede, è solo una
pallida anticipazione. S.
Agostino ha scritto: “La Fede salutare viene nutrita,
difesa e corroborata dalla sacra Teologia” (De Trinitate,
XIV, I, 3).
I “Luoghi teologici”
Durante la Cristianità medievale le verità di Fede si ricevevano
direttamente e pacificamente dalla Chiesa. Solo col soggettivismo
antropocentrico del Luteranesimo, che dichiarò la ‘sola Scrittura’
come unica fonte di Fede, la Chiesa e i teologi approfondirono la
questione dei ‘Luoghi o fonti della Fede e della Teologia’.
Melchior Cano (+1560)
ha stabilito 10 “Luoghi teologici”:
a) “Luoghi propri e apodittici”: Tradizione e
Scrittura (Fonti della Rivelazione), le Decisioni della Chiesa,
dei Concili e dei Papi (Magistero ecclesiastico
pontificio/universale, ordinario/straordinario);
b) “Luoghi intrinseci e probabili”: l’insegnamento
dei Padri, dei teologi scolastici; c) “Luoghi estrinseci”:
la ragione umana, la retta filosofia e la storia. Questi ultimi
tre sono “Luoghi alieni” o impropri cioè fonti
ausiliarie per il lavoro teologico. I primi due sono “Luoghi
fondamentali” o fonti della Rivelazione e quindi della
Teologia, che si fonda sul Dato Rivelato. Gli altri cinque
contribuiscono intrinsecamente alla retta interpretazione della
Rivelazione.
Il Magistero “luogo teologico”
«Il Magistero ecclesiastico
– scrive Lang – è
proprio quel ‘Luogo teologico’, nel quale per disposizione
divina i fedeli ed i teologi trovano in primo luogo e nel modo più
immediato le Verità di Fede, perché nella Parola o nel Magistero
della Chiesa la Rivelazione continua a vivere, ad agire e perviene
immediatamente ai singoli. La Dottrina sacra o della Fede viene
annunziata dalla Chiesa poiché è divinamente rivelata e non è
rivelata poiché annunziata dal Magistero della Chiesa. Il
Magistero non è la causa del carattere della divina Rivelazione
annunziata dalla Chiesa, ma è solo uno strumento o un mezzo
stabilito da Dio, per il quale il Rivelato viene interpretato e
quindi da noi conosciuto con certezza».
Perciò il Magistero ecclesiastico è il luogo, il mezzo o lo
strumento in cui i fedeli e i teologi trovano le Verità di Fede.
La Tradizione e la S. Scrittura non possono illuminare i fedeli se
staccate dal Magistero e dalla Chiesa docente, ma devono essere
presentate ed interpretate dalla Chiesa. Ma se da una parte il
Magistero è lo strumento o Luogo teologico, che interpreta
correttamente e tramanda incorrotta la Rivelazione, dall’altra
parte non è un “Assoluto” o una sorta di “Divinità” che crea la
Verità rivelata per cui ogni parola magisteriale non è un Dogma
infallibile e irreformabile.
Come si fa seriamente Teologia.
S. Tommaso
spiega che “la Teologia è una scienza che si fonda sui princìpi
conosciuti alla luce di una scienza superiore che è la scienza di
Dio e dei Beati. Quindi come la musica crede ai princìpi che le
sono forniti dall’aritmetica, così la Teologia crede ai princìpi
rivelati da Dio” (S. Th., I, q. 1, a. 2).
Perciò, commenta padre
Reginaldo Garrigou-Lagrange, «il metodo della Teologia è
principalmente d’autorità; infatti riceve i suoi princìpi ex
auctoritate Dei revelantis; gli altri argomenti la Teologia li
usa strumentalmente come il superiore usa l’inferiore».
L’autorità sulla quale si fonda la Teologia è la massima: la
Scienza divina rivelatrice.
Il Lavoro teologico,
spiega p.
Garrigou-Lagrange, procede «1°) raccogliendo le
Verità rivelate, contenute nel Depositum Fidei, che sono la
Tradizione e la Scrittura, alla luce del Magistero della
Chiesa, che definisce e ci propone a credere queste medesime
Verità […]. 2°) La Teologia [poi] fa l’analisi dei concetti
o termini delle Verità rivelate, per indicare con precisione il
significato esatto ed oggettivo del soggetto e del predicato di
queste Verità rivelate. Per esempio: “Verbum caro factum est”
significa che “il Verbo, che è Dio, si è fatto uomo”. L’analisi è
soprattutto concettuale o una definizione reale più che
etimologica o grammaticale, dandoci il significato del genere e
differenza specifica del soggetto e predicato della Verità di
Fede. 3°) La Teologia [inoltre] difende le Verità rivelate
contro gli avversari, per cui non si può predicare la Verità senza
condannare l’errore […]. 4°) Infine la Teologia, mediante
un sillogismo esplicativo, da una formula dogmatica oscura,
difficile e confusa quanto a noi (per esempio “Verbum, quod est
Deus, caro factum est”) passa ad una formula più chiara e
definita (per esempio “Verbum consubstantiale Patri homo factus
est”). […]. 5°) Questa formula dogmatica è molto più di
una ‘Conclusione teologica’ o sillogismo illativo, che
passa dal virtualmente rivelato ad una ‘Conclusione teologicamente
certa’. Infatti il sillogismo esplicativo è l’espressione più
esplicita di una stessa Verità formalmente rivelata, senza
passare ad una nuova Verità virtualmente rivelata, come
avviene nelle ‘Conclusioni teologiche’, dedotte per illazione o
deduzione da una Verità rivelata, in cui la ‘Conclusione’ o
seconda formula è una nuova verità, che è dedotta dalla
precedente. Nel ragionamento esplicativo il soggetto e il
predicato sono gli stessi (Verbo/Dio/carne/uomo), anche se la
seconda formula è più chiara; mentre nel sillogismo deduttivo o
illativo si passa da un soggetto ad un altro (per esempio: l’uomo
è immortale, ora Antonio è uomo, quindi Antonio è immortale. Si è
passati dal soggetto uomo ad Antonio). La ‘Conclusione teologica’
deduce da una Verità formalmente o in sé rivelata, un’altra verità
non in se stessa rivelata ma solo virtualmente rivelata (per
esempio “Antonio è immortale” è rivelato virtualmente nella
“immortalità dell’anima umana”, che è per se stessa rivelata)».
Compito della ragione
La ragione filosofica non può spiegare il mistero, ma deve dimostrare
e difendere tutti gli altri argomenti che appartengono alla
Teologia. Essa deve perciò difendere la Fede contro le obiezioni
dei suoi avversari, spiegare i termini o le parole della
Rivelazione, e infine ordinare con un sillogismo le diverse verità
rivelate e dedurre da esse le ‘Conclusioni teologicamente certe’
(DB, 1839).
Padre Garrigou-Lagrange
insegna che la Teologia “opera una sintesi in cui in
primo luogo difende speculativamente l’autorità della divina
Rivelazione contro coloro che la negano; in secondo luogo
spiega e difende teoreticamente le Verità rivelate; infine o in
terzo luogo ne tira delle Conclusioni teologicamente certe,
procedendo dal più elevato e semplice in sé, ossia da Dio uno e
trino, per giungere alle creature, e quindi studia le azioni
morali umane in ordine a Dio, considerando come procedono da Dio e
sono a Lui ordinate”.
Inoltre – prosegue l’ eminente teologo – la Teologia “fa un’analisi
di tutte le nozioni dei termini della Rivelazione, spiegandone il
significato esatto e difendendole dagli oppugnatori”.
Il teologo domenicano insiste sul fatto che compito principale
del lavoro teologico non è quello di dedurre ‘Conclusioni
teologiche’, ma «ciò che vi è di più importante in Teologia è la
spiegazione delle stesse Verità di Fede, la loro penetrazione, il
loro approfondimento. Invece le ‘Conclusioni teologiche non
sono ricercate per se stesse, ma per arrivare ad una più perfetta
intelligenza dei princìpi di Fede di cui esse manifestano la
virtualità. […]. Tutto il lavoro teologico è ordinato
principalmente allo scopo definito dal Concilio Vaticano I: “Ad
una certa e fruttuosissima intelligenza dei Misteri Deo
adiuvante” (DB, 1796). […]. La Teologia è veramente Fides
quaerens intellectum et intellectus quaerens Fidem, […], essa
è un commento alla Parola di Dio, scritta o tramandata, sulla
quale attrae sempre più l’attenzione, facendo dimenticare se
stessa, come S. Giovanni Battista, il quale annunziava
l’Agnello di Dio, che doveva aumentare mentre lui doveva
diminuire».
La natura della teologia
La natura della Teologia è
Assieme
Speculativa e Pratica o affettiva: essa è una “conoscenza
amorosa di Dio”. La corrente platonica della scuola agostiniana
voleva una Teologia esclusivamente amorosa. La corrente puramente
aristotelica di una certa scolastica essenzialistica voleva una
Teologia solamente speculativa e teoretica.
S. Bonaventura (IV
Sent., Proemium, q. 3) e
S. Tommaso (S. Th., I, q. 1, a. 4) hanno risolto la
questione insegnando il primato dell’elemento speculativo
ordinato, però, alla contemplazione o amore di Dio, che influisce
sull’essere e l’agire di tutto l’uomo: intelletto, volontà e
sensibilità.
Per comporre un articolo di Teologia occorre quindi, nell’ordine
cronologico, citare la S. Scrittura e la Tradizione e i Padri
che interpretano la Scrittura in maniera unanime. Poi si cita il
Magistero e quindi si dà la ragione teologica mediante un
sillogismo, la cui ‘minore’ di ragione va provata con un altro
sillogismo che inizia con la ‘minore’ di ragione, la quale diventa
la ‘Maggiore’ del secondo sillogismo. Infine si espongono le
obiezioni contro la Fede e si risponde ad esse. Questo è il
procedimento che segue S.
Tommaso nella “Somma Teologica”.
Invece
nell’ordine speculativo «poiché la Teologia parte dagli
Articoli di Fede quali sono proposti a credere dal Magistero della
Chiesa, 1°) il teologo, prima di studiare direttamente
il Dato rivelato, deve conoscere la dottrina proposta dallo stesso
Magistero, ‘norma prossima’ della Fede. 2°) Con questa
guida sicura affronta le due Fonti dirette della Rivelazione
(Tradizione e Sacra Scrittura) e quella indiretta (i Padri
ecclesiastici), ne raccoglie la dottrina dimostrandone
la continuità attraverso i secoli e l’omogeneità col dogma.
3°) Quindi illustra, sistema, approfondisce razionalmente il
Dato rivelato, sviluppandone le virtualità».
Conclusione
Come appare chiaro dalle su riportate citazioni del Magistero, dei
Padri, dei Dottori e teologi scolastici approvati, a) il
Magistero è realmente un “Luogo teologico” che interpreta la
Rivelazione e la trasmette inalterata ed è ‘norma prossima’
della Fede, ma b) non è un “Assoluto” o una specie di
“Divinità rivelante”, che crea la Verità rivelata, da
accettarsi ad occhi chiusi.
In Teologia occorre addirittura leggere la Rivelazione alla
luce del Magistero soprattutto costante
o infallibile ex sese, specialmente in periodi di crisi
come questa, come insegna
San Vincenzo da Lerino: «Quando
l’errore si espande talmente da
infiltrarsi in quasi tutta
la Chiesa, occorre aderire a ciò che Ella ha insegnato
sempre e dappertutto ed è stato creduto universalmente»
(Commonitorium, III, 15). Oggi di fronte alla
nouvelle théologie del Vaticano II e del post-concilio, è
prudente attendere una decisione infallibile della Chiesa
gerarchica e nel frattempo restare ancorati all’ insegnamento
costante e tradizionale del Magistero ecclesiastico (“quod
ubique, semper et ab omnibus creditum est”). Questo non è
spirito di rivolta, di disobbedienza, ma vero sensus Fidei.
Quindi il Magistero, pur non essendo un “Assoluto”, ha tuttavia un
ruolo di primo piano poiché è lui, e non i fedeli o i
Profeti, che interpreta il significato vero della Rivelazione.
In medio stat virtus, “in mezzo e al di sopra”. Tra l’errore
per eccesso, che divinizza la “creatura” Magistero, e l’errore per
difetto, che lo annichila negando il suo munus interpretandi,
si erge in culmine – come una vetta tra due precipizi –
la verità: il Magistero non è un “Assoluto”, ma ha il primato
nell’ interpretazione esatta della Rivelazione, specialmente -
e senza tema di errori - se vuol definire ed obbligare a credere,
godendo dell’assistenza infallibile di Dio.
Viva il Papa in quanto Papa! (anche
se non è assolutamente Santo). Attenzione ai ‘falsi profeti’, che
vengono vestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci! La Chiesa è monarchica,
petrina, gerarchica, non è profetica, giovannea, carismatica e
pneumatica. “Ubi Petrus ibi Ecclesia” è un assioma sempre
valido, data la natura di Corpo Mistico della Chiesa (visibile e
soprannaturale), e non è rimpiazzabile con “ubi Maria vel
propheta ibi Ecclesia”. Infatti la Madonna è invisibile, è
Assunta in Cielo, e i profeti hanno cessato la loro funzione
ordinaria colla fine dell’Antica Alleanza. Quindi non si può
fondare la riconoscibilità della Chiesa da parte dei fedeli su
qualcosa che non si vede (Maria SS.) o su qualcosa che è
straordinario nella storia sacra del Nuovo Testamento (il
profetismo) a cui non è stata promessa assistenza divina “ogni
giorno sino alla fine del mondo”, e soprattutto su cui Cristo non
ha detto di voler fondare la Sua Chiesa: “Tu sei Pietro e su
questa Pietra Io fonderò la Mia Chiesa”.
Basilius
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INTRODUZIONE A "LA VERA NOZIONE DEL MAGISTERO"
Come si vede, quando mons.
Brunero Gherardini (Concilio Ecumenico Vaticano II. Un
discorso da fare, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2009;
Id., Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e
giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice,
2010; Id.,Concilio
Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011;
Id., Quaecumque
dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la
storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011) dice che la
“ermeneutica della continuità” tra Concilio Vaticano II e
Tradizione della Chiesa, oltre ad essere affermata, va
dimostrata, si trova pienamente in linea con la sana
Teologia.