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«L’uomo fa il male totalmente,
perfettamente e con felicità, solo quando lo fa per motivi “mistico-religiosi” o
“messianici”» (B. Pascal).

Prologo
A partire dal gennaio 2009 abbiamo assistito ad una campagna di
linciaggio verbale nei confronti di mons. Richard Williamson, per alcune sue
riserve - espresse alla TV svedese - sulla reale entità della shoah. Tali
maldicenze sono venute, come era prevedibile, da ambienti ebraici (“a ciascuno
il suo mestiere”, recita il proverbio), dall’ambiente catto-progressista e
giudaizzante, come era da mettere nel conto dopo Nostra aetate e il
post-concilio; infine anche dall’ambiente catto-tradizionalista, il che ci ha
sorpreso – inizialmente – non poco, ora molto meno, dopo il “caso Krah”.
Per amor di pace mi son limitato sino ad ora a prendere pacatamente le difese di
mons. Williamson, senza contrattaccare i suoi denigratori. Purtroppo, essi,
recentemente, si sono spinti troppo oltre il limite del decente (non
voglio per ora far nomi e pubblicare documenti probanti), ma mi sento obbligato
da quanto insegna san Tommaso d’Aquino
a dire qualcosa di più, anche se non tutto per non scandalizzare i “pusilli”. Se
rivelassi gli insulti, le detrazioni, le mormorazioni, le derisioni che mons.
Williamson ha ricevuto (anche per iscritto, e “carta canta”), molti ‘tradi-con’
dovrebbero “andarsene, uno dopo l’altro, a partire dai majores”, come i
farisei che volevano lapidare fisicamente l’adultera. Mi limito, per ora,
ricordando che “chi tira troppo la corda la spezza”, a riproporre la dottrina
cattolica, esposta mirabilmente dal Dottore Comune della Chiesa, sulla
maldicenza, con la speranza che i denigratori rientrino in sé e si correggano.
***
La dottrina Tomistica
San
Tommaso d’Aquino nella Somma
Teologica (II-II, qq. 72-75) tratta delle Ingiustizie che si compiono
con le parole, dopo aver esaminato quelle che si compiono con le azioni
(q. 64). Esse sono le Ingiurie verbali, la Detrazione, la Mormorazione e la
Derisione. Purtroppo questi vizi sono molto diffusi, poco presi sul serio e
quasi per nulla combattuti anche in ambiente cattolico legato alla Tradizione,
mentre costituiscono in sé peccato mortale. Cerchiamo di vedere la loro natura,
gravità e quali sono i rimedi per sconfiggerli.
Le Ingiurie verbali
Nella questione 72 l’Aquinate tratta della “Contumelia” ossia l’ingiuria
verbale fatta non alle spalle o “a tradimento”, ma a viso aperto. ‘Contumelia’
deriva dal verbo latino ‘contemnere’ cioè disprezzare o insultare
clamorosamente e in faccia. È distinta dall’ingiuria, che è un’azione la quale
lede l’altrui diritto (‘in-jus’) con azioni: percosse ecc. Ora l’Angelico
nota che sebbene le parole non facciano fisicamente male (a. 1, ad 1um) e
al massimo, se uno parla troppo forte, possono disturbare l’udito di chi sente
(oggi si parlerebbe di “inquinamento acustico”, che è un gravissimo “peccato
ecologico”), tuttavia, in quanto le parole significano le cose, esse possono
arrecare molti danni. “Ne uccide più la lingua che la spada” dice il proverbio
popolare. La contumelia o ingiuria verbale lede l’onore, la diffamazione
o detrazione lede la buona fama, la mormorazione distrugge l’amicizia,
e la derisione toglie il rispetto.
La contumelia, che rinfaccia i difetti davanti a molte persone, è più
grave dell’insulto rivolto da solo a solo, che manca di rispetto solo a chi
ascolta o è ingiuriato. Il fine della contumelia consiste nel menomare l’onorabilità
morale del prossimo (ad 3um) rinfacciandogli i suoi difetti
morali. La contumelia è qualcosa di più grave del semplice ‘insulto’, col quale
si rinfaccia al prossimo un difetto fisico (per es. dare del cieco o del gobbo a
qualcuno), mentre la contumelia rinfaccia un difetto morale o spirituale (per
es. dare del ladro o dell’ubriacone a qualcuno). Nell’articolo 2, San Tommaso
spiega che la contumelia è peccato mortale. Infatti (in corpore articuli)
nei peccati di parola bisogna considerare soprattutto con quali disposizioni
d’animo ci si esprime, ossia il fine della contumelia. Ora di per sé la
contumelia implica una menomazione di onore (“integrità dei costumi o morale”,
N. Zingarelli) del prossimo. Quindi
essa è un peccato mortale non meno del furto, che detrae la ricchezza materiale,
mentre la contumelia disonora l’anima del prossimo nella sua moralità. Padre
Tito Centi commenta: “Di qui deriva
la gravità della contumelia, la quale di suo è fatta per distruggere
l’onorabilità morale, e comporta l’obbligo di riparare”: o restituzione di fama
(per la contumelia) e di beni materiali (per il furto), o dannazione. Se non vi
è l’intenzione di disonorare la persona insultata, ma l’insulto è talmente grave
da compromettere l’onore morale di chi viene insultato, anche con leggerezza e
senza malizia, allora vi potrebbe essere peccato mortale. Come non è esente da
colpa preterintenzionale chi per gioco colpisce un altro, ma lo ferisce
gravemente. Onde anche il semplice rimprovero deve essere fatto (ad 2um)
non con l’intenzione di imporsi e umiliare l’altro, ma per la sua correzione. La
contumelia è peccato veniale solo se è un insulto leggero, che non disonora
gravemente il prossimo (ad 3um), ed è proferito per leggerezza, senza il
deliberato proposito di disonorare moralmente una persona. Nell’articolo 3 il
Dottore Comune spiega che in certi casi è necessario respingere le contumelie e
specialmente per due motivi: primo: per il bene di chi insulta, per reprimere la
sua audacia, affinché non monti maggiormente in prepotenza e presunzione e
reiteri codesti atti. “Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza, affinché
non si creda saggio” (Prov., XXVI, 5); secondo: per il bene delle
altrui persone, se chi viene offeso ricopre una carica pubblica, come è
il caso di Sua Eccellenza mons. Williamson, onde l’offesa ricadrebbe sulla di
lui società e la disonorerebbe (ad es. un magistrato, un prelato, un
governante…). Onde chi è costituito in dignità o autorità pubblica deve
difendere queste e non la sua persona, oppure qualcuno lo deve fare per
lui.
La Detrazione
La detrazione (q. 73, a. 1) è una maldicenza o denigrazione della fama
altrui, fatta di nascosto. Essa consiste nel “mordere di nascosto la fama
(ossia la “stima pubblica o notorietà”,
N. Zingarelli) di una persona” (sed
contra) come si legge nell’Ecclesiaste (X, 11): “Se il serpente morde
in silenzio, non è da meno di esso chi sparla in segreto”. Poi l’Angelico spiega
(in corpore articuli) che come ci sono due modi di danneggiare il
prossimo in azioni: apertamente (p. es. la rapina o le percosse in faccia) o di
nascosto (p. es. il furto o una percossa “a tradimento” ossia alle spalle); così
vi sono due modi di nuocere con le parole, apertamente (la contumelia in faccia,
q. 72) o di nascosto (la maldicenza o detrazione, q. 73). Abbiamo visto nella
questione precedente che nella contumelia uno parla male di un altro
apertamente, lo disprezza e quindi lo disonora moralmente, onde l’oggetto della
contumelia è la lesione dell’onorabilità morale del prossimo. Invece la
detrazione o denigrazione, in cui si parla di nascosto male del prossimo, non lo
disprezza apertamente, ma lo teme. Quindi direttamente non lo disonora, ma
gli toglie la buona fama o il buon nome, che è la stima pubblica.
Infatti, nel proferire di nascosto cattive parole contro il prossimo, il
denigratore vuol spingere chi l’ascolta a farsi una cattiva opinione dell’altro
e così gli toglie la stima pubblica o buona fama, avendo come fine di far
credere ciò che dice. Nell’articolo 2 (in corpore) l’Aquinate spiega che
anche la detrazione è peccato mortale. Infatti i peccati di lingua debbono
essere giudicati a partire dalle intenzioni. Ora la denigrazione è ordinata a
diminuire la buona fama del prossimo. Ma togliere la buona fama ad un uomo è
cosa assai grave (“auferre alicui famam valde grave est”), perché tra
tutti i beni temporali la buona fama è il più prezioso. Infatti per la sua
perdita l’uomo viene privato di poter compiere molte cose buone (ad esempio,
perde il lavoro, non trova moglie, non è ammesso in seminario o nel convento,
oppure ne è allontanato o non può svolgere più il suo apostolato). Quindi per sé
o oggettivamente la maldicenza è peccato mortale. Se si parla male del prossimo
per leggerezza e non con l’intenzione deliberata di togliergli la fama, essa è
peccato veniale, tranne che la denigrazione non sia talmente grave da menomare
gravemente la fama di una persona. Se le parole pronunciate riguardano l’onestà
morale della vita del prossimo (per es. imprudente, idealista, kantiano,
irresponsabile, pericoloso socialmente), sono peccato mortale e allora uno è
tenuto alla riparazione, sotto pena di non essere perdonato da Dio e non poter
essere assolto in confessione, così come è tenuto a restituire una cosa rubata.
Nell’articolo 4 san Tommaso afferma che chi ascolta la detrazione e la
tollera senza reagire (difendendo la persona denigrata) pecca
gravemente. In corpore articuli citando san Paolo: “è degno di morte
[spirituale o dell’anima] non solo chi commette il peccato [mortale], ma anche
chi approva coloro che lo commettono” (Rom., I, 32), l’Angelico spiega
che l’approvazione può farsi in più modi. Primo direttamente, quando uno induce
l’altro al peccato o l’altro si compiace del peccato commesso dal primo. Secondo
indirettamente, cioè quando non reagisce, pur avendone la possibilità,
non perché gli piaccia il peccato ma per il ‘timor mundanus’
(rispetto umano) o per negligenza; allora si pecca, però, in modo meno
grave di chi sparla e per lo più si pecca venialmente. Padre
Tito Centi commenta che “alcune
volte, per evitare un male maggiore, è meglio soprassedere dalla difesa del
denigrato. Tuttavia anche in questi casi è obbligatorio un atteggiamento di
disapprovazione passiva e tacita, se si vuol rimanere immuni da ogni colpa
seppur veniale”. Ma - continua l’Aquinate - in certi casi, l’omissione di
difesa del denigrato può anche essere peccato mortale, o poiché chi tace
ha il compito ufficiale di correggere i colpevoli, o per i disordini che
derivano da tale denigrazione. Nell’ad 1um s. Tommaso specifica che, se
si può portar pazienza nel tollerare la denigrazione verso se stessi, non
è – invece – tollerabile il sopportare la denigrazione della buona
fama altrui. Quindi, chi ascolta una persona denigrare un’altra e non
reagisce, avendone la possibilità, pecca. Per lo stesso motivo per cui si deve
aiutare chi è caduto sotto un grave peso a risollevarsi (v. Deut., XXII).
Ancora più grave sarebbe accanirsi contro chi è caduto e prenderlo a calci per
non farlo rialzare, come è stato fatto a mons. Williamson (“non si uccidono i
feriti”: è un crimine di guerra secondo la ‘Convenzione di Ginevra’ e
‘dell’Aja’).
La Derisione
Nella questione 75 il Dottore Ufficiale della Chiesa cattolica afferma
che la derisione mira a suscitare vergogna in chi viene deriso (in corpore
articuli). Nell’ad 1um l’Angelico distingue la derisione, che viene
fatta con la bocca, la cattiva lingua e le risa, dal “ghigno” (“subsannatio”),
che si fa colla smorfia del volto, arricciando il naso. L’effetto voluto dalla
derisione è la confusione e la vergogna (ad 2um) che
consistono nella “paura del disonore” o “timor dehonorationis”.
Per cui la derisione ha in comune coi peccati suddetti la materia, ma il fine è
diverso. Siccome “un animo tranquillo è come un banchetto perpetuo” (Prov.,
XV, 15), chi turba la pace interiore del prossimo (ad 3um)
coprendolo di vergogna e confusione, tramite burla o sguardi altezzosi e
smorfiosi, gli arreca un danno speciale e grave e quindi la derisione è un
peccato speciale e grave. Padre Tito Centi
commenta: “il fine della derisione è il turbamento dell’anima del prossimo, che
ha invece diritto alla tranquillità della coscienza. Il turbamento è legato al
rispetto che una persona onesta ha il diritto di attendersi; e al quale è invece
costretta a rinunziare da chi la irride o la snobba”. Nell’articolo 2 san
Tommaso afferma che la derisione è peccato mortale e nel corpo dell’articolo
spiega che se si ride, senza cattiveria, ma per scherzare, sul male o sui
difetti lievi del prossimo, il peccato è veniale. Invece se la derisione è fatta
verso un ammalato o un disabile grave, allora si irride con disprezzo e non per
scherzo. In tal caso è peccato mortale ed è più grave dell’insulto o contumelia
in faccia, poiché nella derisione non si prendono sul serio le altrui miserie a
differenza dell’insulto. In tale caso la derisione è peccato mortale, tanto
più grave quanto maggiore è il rispetto dovuto alla persona derisa. Perciò è
peccato gravissimo deridere Dio e le cose o persone di Dio o costituite in
autorità. Ora mons. Williamson è un Vescovo, quindi la derisione della sua
persona è assai grave.
Conclusione
A partire dall’insegnamento di s. Tommaso si evince 1°) il dovere
morale di non insultare, denigrare, calunniare o mormorare e deridere il
prossimo, soprattutto se costituito in autorità; 2°) di riparare il torto
fatto alla sua reputazione; 3°) di difendere chi è denigrato, senza far
finta di non vedere. Certamente davanti agli uomini è più comodo “far finta che
tutto va ben”, ma davanti a Dio non ci si trova in regola, anzi si sta in
peccato grave, quod est incohatio damnationis.
Per terminare vorrei citare una storiella del compositore partenopeo
Scarpetta. «Un povero barbone tutto
stracciato e sudicio passò davanti la bottega di un barbiere molto religioso. Il
barbiere lo chiamò e quasi rimproverandolo gli disse: “oggi è Domenica, non ti
vergogni di presentarti in pubblico in questo stato e per di più nel giorno del
Signore?” Il barbone non seppe cosa rispondere. Allora il bravo e zelante
barbiere lo invitò a farsi radere da lui gratis et Amore Deo. Quando il
barbone prese posto nella sedia dei clienti, il barbiere gli riempì la faccia di
acqua quasi bollente e di sapone surriscaldato abbondantemente. Poi iniziò a
strappare la barba al poveruomo in maniera assai decisa. Il barbone cominciò a
gridare per il dolore. Una guardia che passava di là nel sentir le grida entrò
nella bottega del barbiere e chiese: “cosa succede?”. Allora il barbone rispose:
“mi stanno facendo la barba per Amor di Dio”…».
d. CURZIO NITOGLIA
4 marzo 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/maldicenza.htm
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