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Prefazione
Nell’autunno del 2010 i Domenicani di Avrillé hanno pubblicato un bel
libro di mons. Bernard Tissier de Mallerais, intitolato L’étrange
théologie de Benoit XVI. Herméneutique de continuità ou roupture?,
ed. Le sel de la terre (p. 178, 17 euro -
http://seldelaterre.fr -
dominicains-avrill@wanadoo.fr -
Fax: 0033.241344049).
Esso è
stato tradotto in italiano e messo sul sito
www.unavox.it all’indirizzo
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV143_Tissier_La_fede_in_pericolo_0.html.
Invito
caldamente a studiare il libro stesso in francese o a consultarlo in
italiano nel sito, anche se è abbastanza impegnativo. Ne porgo qui un
breve sunto introduttivo al lettore per facilitare l’approccio all’opera
completa.
***
Il problema ermeneutico di Benedetto XVI
●Secondo
mons. Tissier il triplice problema che, secondo Benedetto XVI,
l’ermeneutica doveva risolvere in Concilio e che ancora oggi deve
risolvere è il seguente:
1°)
La scienza moderna vìola i divieti della morale. Scienza senza coscienza
è la rovina dell’anima. Come ridare una coscienza alla scienza? La
Chiesa tempo fa si è screditata nei confronti della scienza con la
condanna di Galileo; a quali condizioni può sperare di proporre alla
ragione positivista dei valori e delle norme etiche?
2°)
A fronte di una società laicizzata e ideologicamente pluralistica, come
può svolgere la Chiesa il suo ruolo? Non certo volendo proporre il Regno
sociale di Cristo, ma facendo ammettere alla ragione positivista, con
una concorrenza leale, la sfida dei valori cristiani, debitamente
purificati e resi assimilabili dal mondo uscito dal 1789.
3°)
Di fronte alle «religioni mondiali» più conosciute e più diffuse, la
Chiesa può ancora rivendicare l’esclusività dei valori salvifici e una
posizione privilegiata rispetto allo Stato? No, certo. Ma essa vuole
solo collaborare con le altre religioni alla pace mondiale,
proponendo di concerto con esse i valori delle grandi “tradizioni”
religiose.
Questi tre
problemi ne costituiscono uno solo: ad una nuova epoca storica deve
corrispondere una nuova relazione fra fede e ragione, ritiene Joseph
Ratzinger.
(1).
●Quarant’anni dopo la chiusura del Concilio, Benedetto XVI riconosce che
«la ricezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile».
Perché? Si chiede. «Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione
del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica». A
fianco di una «ermeneutica della discontinuità e della rottura», da
parte dei tradizionalisti e dei progressisti, vi è una «ermeneutica
della riforma, del rinnovamento nella continuità». Questa continuità è
la «continuità dell'unico soggetto-Chiesa […]; un soggetto che cresce
nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto
del Popolo di Dio in cammino».
Fede cristiana ieri e oggi: il «perché» dell’ermeneutica
«Quale è il
costitutivo della fede oggi?». È questa la domanda che si poneva Joseph
Ratzinger nel 1973, all’interno di un gruppo di discussione ecumenica, e
che pone come primo interrogativo nel suo libro Les principes de la
théologie catholique (2).
«La domanda è mal posta - precisa - sarebbe più corretto chiedersi che
cos’è che, dal crollo del passato, rimane ancora oggi come elemento
costitutivo». Joseph Ratzinger pensa che non bisogna fare una “sintesi”
degli inconciliabili, ma ricercare quale “continuità” esista
tra loro. Ricerchiamo quindi qual è il permanere della fede
cristiana nelle fluttuazioni delle filosofie che si son succedute. È
questo il tema dell’opera del professore di Tubinga, Foi chrétienne
hier et aujourd’hui, [“Introduzione al Cristianesimo”] (3).
Fede oggettiva o soggettiva?
Per
Benedetto XVI l’evoluzione della formulazione della fede non consiste
nella ricerca della migliore precisione, ma nella necessità di
proporre una formula nuova e adattata. E l’adattamento è un
adattamento al credente, non un adattamento al mistero. Il compito
del Concilio, dice Benedetto XVI, fu questo: la riformulazione
moderna della fede; secondo un metodo moderno e seguendo i
principi moderni, dunque secondo un metodo nuovo e dei principi
nuovi. Poiché vi è sempre da una parte il metodo e dall’altra i
principi. Applicare questo metodo e adottare questi principi sarebbe
ancora, dopo quarant’anni, il compito della Chiesa. Ecco la
rivoluzione operata dal Concilio. La preoccupazione del soggetto
della fede che supplisce alla preoccupazione per l’oggetto della
fede. Invece di cercare semplicemente di precisare ed esplicitare il
dogma oggettivo, il nuovo magistero cercherà di riformularlo e di
adattarlo all’uomo o soggetto umano moderno. Invece di
adattare l’uomo a Dio, vuole adattare Dio all’uomo.
La
“libertà religiosa”
I papi del
XIX secolo hanno condannato la libertà religiosa, non solo a
causa dell’indifferentismo dei suoi promotori, ma in se stessa:
perché non è un diritto naturale dell’uomo: essa non è un «proprium
cuiuscumque hominis ius», dice Pio IX (4),
e non è uno dei «iura quae homini natura dederit», dice Leone
XIII (5);
e perché essa deriva da «un’idea del tutto falsa di Stato» (6),
l’idea di uno Stato che non avrebbe il dovere di proteggere la vera
religione contro la diffusione dell’errore religioso. Questi due motivi
di condanna sono assolutamente generali, essi derivano dalla verità di
Cristo e dalla sua Chiesa, dal dovere che ha lo Stato di riconoscerla e
dal dovere indiretto che ha di favorire la salvezza eterna dei
cittadini, non, certo, costringendoli a credere anche se non vogliono,
ma proteggendoli contro l’influenza dell’errore professato socialmente,
tutte cose insegnate da Pio IX e Leone XIII. Se oggi, col mutare delle
circostanze, la pluralità religiosa richiede, in nome della prudenza
politica, delle misure civili di tolleranza, e cioè di parità
giuridica tra i diversi culti, non significa che, in nome della
giustizia, potrebbe essere invocata la libertà religiosa come un diritto
naturale della persona. Essa rimane un errore condannato. La
dottrina della fede è immutabile, anche quando la sua applicazione
integrale è impedita dalla malizia dei tempi. E il giorno in cui le
circostanze ritornassero normali, quelle di una Cristianità, dovrebbero
attuarsi le stesse applicazioni pratiche di repressione dei falsi culti,
come al tempo del Sillabo.
Riconciliare i ‘Lumi’ e il Cristianesimo
Joseph
Ratzinger ammira Kant, il filosofo dei ‘Lumi’ per eccellenza. Egli
saluta «l’enorme sforzo» di chi ha saputo «cogliere la categoria del
bene». Egli proclama l’attualità dei ‘Lumi’, nel suo discorso a Subiaco,
il 1° aprile 2005, un mese prima di diventare Papa. Egli parla
dell’attuale cultura dei ‘Lumi’, come di quella dei diritti della
libertà, di cui enumera i principali, aggiungendo: «È evidente che
questo canone della cultura illuminista, tutt’altro che definitivo,
contiene valori importanti dei quali noi, proprio come cristiani, non
vogliamo e non possiamo fare a meno». Ma, obietta nondimeno Joseph
Ratzinger, questa cultura illuminista è una cultura laica, senza Dio,
antimetafisica perché positivista e basata su un’auto-limitazione
autonomistica della “ragion pratica”, in cui «l’uomo non ammette più
alcuna istanza morale al di fuori dei suoi calcoli». Di conseguenza, «ci
sono anche diritti dell’uomo contrastanti, come per esempio nel caso del
contrasto tra la voglia di libertà della donna e il diritto alla vita
del nascituro. […] Una confusa ideologia della libertà conduce ad un
dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà» (7).
Per la sua assolutezza, «questa cultura illuminista radicale» si oppone
alla cultura cristiana (8).
Come superare questa opposizione? Ecco la “sintesi”. Per
un verso, è necessario che il Cristianesimo, religione del Logos,
secondo la ragione, ritrovi le sue “radici”
nell’originario «illuminismo filosofico» che fu la sua culla
e che abbandonando i miti si volse alla ricerca della verità, del bene e
dell’unico Dio. Così facendo, questo Cristianesimo nascente «ha negato
allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte
dell’ordinamento statale, postulando così la libertà della fede» (9).
Per l’altro verso, bisogna che la cultura illuminista ritorni alle
sue radici cristiane. Ma sì: proclamando la “dignità dell’uomo”,
verità cristiana: «l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non
a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana».
Questo fu, del resto, sottolinea il futuro Benedetto XVI, il lavoro del
Concilio, la sua intenzione fondamentale, esposta nella sua
dichiarazione «sulla Chiesa nel mondo contemporaneo», la Gaudium et
spes. Il Concilio ha nuovamente evidenziato questa profonda
corrispondenza tra Cristianesimo ed illuminismo, cercando di
arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità, che è
il grande patrimonio da tutelare da entrambe le parti (10).
Per far questo, il futuro Papa ritiene che Kant, malgrado il suo
agnosticismo, possa essere tenuto in considerazione: Kant aveva
negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della “ragion pura”,
ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e
l’immortalità come postulati della “ragione pratica”,
senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire
morale. La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di
nuovo che Kant possa aver ragione? (11)
.
Itinerario teologico di Joseph Ratzinger
L’itinerario filosofico di Joseph Ratzinger è un vicolo cieco, poiché
egli abbandona la strada della filosofia dell’essere per aderire al
kantismo. Riesce l’itinerario teologico dello stesso Ratzinger ad
uscirne? Riesce a trovare una via che conduca all’Essere primo, alle sue
infinite perfezioni, ai suoi misteri soprannaturali? Per rispondere a
queste domande occorre innanzi tutto collocare il professore di teologia
di Tubinga nel quadro della teologia tedesca, dipendente dalla celebre
scuola di teologia dell’università del luogo.
La
“Tradizione vivente” secondo la scuola di Tubinga
Secondo il
fondatore della scuola cattolica di Tubinga,
Johann Sebastian von Drey
(1777-1853), il divenire storico si spiega con un principio vitale
spirituale: Ciò che raccoglie le diverse epoche storiche in un tutto
unito o le separa invece le une dalle altre, è un certo spirito che, in
un dato tempo, chiude il divenire storico in una unità piena di vita: è
lo Zeitgeist, o lo “spirito del tempo”. Questo spirito è
costruttore: agendo con l’uscita da sé, attira tutto intorno a sé come
un centro col cerchio, che riduce le opposizioni e riorganizza secondo
se stesso ciò che gli è conforme (12).
La parentela di questo pensiero con quello di Dilthey è evidente, ma per
Drey, lo Zeitgeist non è altro che lo “spirito di Cristo”, che
coincide con lo “spirito del tempo”. La fede del teologo trasfigura il
naturalismo del filosofo. Nella sua Apologetik (1838), Drey
spiega che l’evoluzione è necessaria al Cristianesimo, sia come
fenomeno storico, sia come Rivelazione.
Rivelazione ed evoluzione del dogma
Questa idea
della Rivelazione che «appariva ora non più semplicemente come la
comunicazione di alcune verità alla ragione, ma come l’agire
storico di Dio, in cui la Verità si svela gradatamente» (13),
diventerà la tesi su San Bonaventura presentata per l’abilitazione
all’insegnamento universitario statale da Joseph Ratzinger nel 1956.
L’autore sosteneva che il Dottore serafico avesse visto nella
Rivelazione, non un insieme di verità, ma un atto (cosa che non è
esclusa), e che «del concetto di “rivelazione” fa sempre parte anche
il soggetto ricevente» (14):
dunque i fedeli fanno parte del concetto di Rivelazione, cioè
parte della Rivelazione stessa. Parimenti, il candidato all’abilitazione
sosteneva che «alla Scrittura è legato il soggetto credente, la
Chiesa [come comunità dei credenti], e con ciò è già dato anche il senso
essenziale della Tradizione» (15).
E Joseph Ratzinger racconta onestamente che il suo relatore, il
professore Michael Schmaus, «non vedeva affatto in queste tesi una
fedele ripresa del pensiero di Bonaventura […] ma un pericoloso
modernismo, che doveva condurre verso la soggettivizzazione del
concetto di Rivelazione» (16).
La
Fede come “esperienza religiosa”
Non è solo
l’idea di Tradizione, ma anche quella di Rivelazione che Joseph
Ratzinger rivisita alla luce dell’idealismo soggettivistico. Riguardo
alla Rivelazione, considerata come in qualche modo attuale, Joseph
Ratzinger ritiene che «del concetto di “Rivelazione” fa sempre parte
anche il soggetto ricevente» (17).
L’autore suppone, a torto, che il soggetto recettore sia il credente, o
la Chiesa - non gerarchica - ma come comunità di credenti, e non i soli
Apostoli; cadendo in un errore protestante. Riguardo alla teologia,
Joseph Ratzinger ritiene che «non esiste la pura ed assoluta
oggettività», sia in fisica, sia in teologia. Come in fisica «entra e
s’impegna anche l’osservatore stesso» e «nella risposta è sempre incluso
anche un brandello della domanda e dello stesso soggetto richiedente»,
così in teologia «colui che s’impegna nell’esperimento della fede
ottiene poi una risposta che non rispecchia oggettivamente soltanto Dio,
ma anche una parte dell’interrogativo del soggetto, comunicandogli
qualche conoscenza di Dio attraverso la breccia incisa nel suo animo»
(18).
Riguardo alla fede stessa, Joseph Ratzinger assicura che la pura
oggettività non è ugualmente possibile: Pertanto, ogni qual volta
ci si imbatte in una risposta spassionatamente oggettiva, in un asserto
che si erge definitivamente al di sopra di ogni prevenzione pietistica
esprimendosi in modo piattamente positivo e scientifico, bisogna dire
che il suo portavoce è caduto in un auto-inganno. Questo tipo di
oggettività è costituzionalmente proibito all’uomo. Egli non può
esistere e tanto meno indagare da semplice e freddo osservatore della
realtà oggettiva ed extramentale. Chi cerca a tutti i costi di essere un
mero osservatore oggettivo, non impara nulla. Anche quella realtà che
si chiama “Dio” può entrare nel raggio visivo solo di colui che si
impegna di persona o soggetivisticamente nell’esperimento da fare con
Dio: in quell’esperimento che noi chiamiamo fede. Solo impegnandovisi,
s’impara e si prova qualcosa; solo prendendo direttamente parte
all’esperimento ci si premura d’indagare, e solo chi cerca e interroga
riceve una risposta (19).
Si obietta che, se per avere la fede, la persona deve impegnarsi
«nell’esperimento da fare con Dio», molti pochi cristiani avranno la
fede. La fede, adesione dell’intelligenza al mistero divino, è
una cosa richiesta per la salvezza, ma l’esperienza mistica è cosa
auspicabile, però non ugualmente necessaria, e in ogni caso l’esperienza
di Dio, effetto del Dono di Sapienza dello Spirito Santo
abitualmente vissuto, non è richiesta necessariamente. Ma, soprattutto,
se si definisce la fede tramite «l’esperimento del sentimento del
subconscio da fare con Dio», che non è il gusto amoroso della
presenza divina in noi tramite la grazia santificante,
mediante il Dono di Sapienza, si rinnova l’eresia modernista, che
consacra come vere tutte le religioni, poiché tutte pretendono di avere
qualche “esperienza sentimentale e subconscia” del divino (20).
Riguardo, infine, al Magistero della Chiesa, anche sulle sue decisioni e
definizioni, Joseph Ratzinger ha una visione dialettica o, diciamo così,
dialogante, secondo lui esse devono essere delle risposte alle
domande del soggetto credente o il risultato della sua
sperimentazione su Dio. Ciò posto, resta il problema fondamentale: la
nostra intelligenza ci permette di cogliere o no l’essere delle cose? La
verità è oggettiva? Vi è una filosofia del reale? I concetti scelti e
perfezionati dalla fede sono dei concetti di una particolare filosofia:
platonica, aristotelica, tomista, kantiana, personalista? O sono
semplicemente i concetti della più elementare filosofia dell’essere,
quella del senso comune?
Senso comune, filosofia dell’essere e formule dogmatiche
Padre
Réginald Garrigou-Lagrange insegna: Le formule dogmatiche
elaborate dalla Chiesa contengono dei concetti che superano il senso
comune. Queste formule e concetti appartengono alla filosofia
dell’essere, la quale sostiene che l’intelligenza conosce primariamente
l’essere e non il suo atto di conoscere. Queste concezioni sono quanto
meno accessibili al senso comune, perciò esso è la filosofia dell’essere
allo stato rudimentale. Questo significa che i concetti delle formule
dogmatiche appartengono alla filosofia dell’essere, la quale è il
momento scientifico del senso comune. Ne consegue, e questo è verificato
dai fatti, che le filosofie idealiste, che rigettano la filosofia
dell’essere, si allontanano dal senso comune e diventano inadatte ad
esprimere il dogma.
Senso comune, filosofia dell’essere e formule dogmatiche
Si tratta
di un libero movimento di creazione vitale del nuovo senso della
Scrittura. L’esegesi diviene un’arte divinatoria che indovina ciò che
Dio non ha mai inteso dire: negato il significato storico, o divenuto
oggetto di ostracismo, il senso individuato poggia su niente. Ora, ogni
senso secondo della Scrittura, spiega San Tommaso, «è fondato sul senso
primo e lo presuppone» (22).
Così, per riprendere il Vangelo commentato da Joseph Ratzinger,
l’evasione dell’uomo dalla zona di derelizione e il suo collocarsi nel
luogo geometrico della presenza di Dio, per essere uno dei significati
della Scrittura, presuppone come suo fondamento l’ascensione fisica di
Gesù: «fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al
loro sguardo» (23).
Ne consegue che la negazione o il passare sotto silenzio il senso
letterale costituisce la rovina di tutta l’esegesi. Fu l’errore di
Origene: convinto che il senso morale o spirituale della Scrittura fosse
il principale, dimenticò di spiegare il senso letterale e si perse in
una interpretazione allegorica arbitraria (24).
San Gerolamo si levò con forza contro questa deviazione e supplicò un
suo corrispondente: «Allontánati dall’eresia di Origene!(25)
». E il cardinale Billot, che cita questo testo, dimostra come Alfred
Loisy, commentando San Giovanni, pretenda che la moltiplicazione dei
pani sia solo un simbolo dell’Eucarestia, mentre il fatto storico
sarebbe solo una finzione (26)
. Joseph Ratzinger, e la cosa è evidente da quanto abbiamo letto di lui,
incorre nei difetti di Origene, in una «eresia» almeno materiale secondo
San Gerolamo, e rischia di cadere nell’eresia caratteristica di Loisy.
Di rimando, l’esegesi può diventare un puro atto di
destrutturalizzazione: nel mistero che ci interessa, l’ascensione non è
più che un’allegoria poetica puramente verbale; sotto l’apparenza dei
fatti e dei gesti di Cristo, essa esprime direttamente il fatto morale
del ritorno dell’anima a Dio. L’esegesi diventa soprattutto un atto
di libera “creazione” secondo la via dell’immanenza
denunciata da San Pio X: la «trasfigurazione», da parte dello Scrittore
sacro, dei suoi sentimenti religiosi in fatti favolosi, e di rimando la
demitologizzazione esegetica dei fatti evangelici (27).
La
Chiesa, comunione nella “carità”
Applicando
alla Chiesa, il personalismo di Scheler, di Buber e di Wojtyla,
Ratzinger fa vedere la Chiesa come una semplice comunione nella “carità”,
sfumando la comunione fondamentale nella vera fede. Da qui deriva
l’ecumenismo, perfino allargato a tutte le religioni, come nell’incontro
eterogeneo di Assisi del 27 ottobre 1986, riproposto da Benedetto XVI
per il 2011, che ha riunito i rappresentanti delle «religioni mondiali»,
se non per pregare insieme, quanto meno per «essere insieme per
pregare». «L’unità creaturale» della «famiglia umana», assicurava
Giovanni Paolo II, è più grande delle differenze di fede, che
derivano da un «fatto umano». «Le differenze sono un elemento meno
importante in rapporto all’unità che invece è radicale, fondamentale
e dominante» (28).
Certo, gli uomini sono nati tutti da Adamo, in lui riconoscono il loro
padre comune e per lui formano una famiglia. Inoltre, per il fatto che
l’uomo è creato a immagine di Dio, cioè dotato di intelligenza, egli è
in grado, a differenza degli altri animali, di stringere legami
d’amicizia con i suoi simili. Esiste dunque potenzialmente una certa
fraternità universale tra tutti gli uomini (29).
Tuttavia, il peccato originale, e più tardi il peccato di Babele, hanno
disgregato la famiglia umana in un ammasso di «familiae gentium
peccati vulnere disgregatae (“famiglie di popoli disgregati dalla
ferita del peccato”)», come dice l’orazione della festa di Cristo Re.
Sicché, per rendere reale la fraternità universale tra tutti gli uomini,
occorre un principio riparatore che possa abbracciare tutta l’umanità.
Ora, tale principio è uno solo: Cristo. «Infatti nessuno può porre un
fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (30)
(I Cor. 3, 11). La bella orazione del giovedì di Pasqua mette
bene in evidenza il contrasto naturale e la sintesi soprannaturale tra
l’universalità delle nazioni e l’unità della fede: “O Dio, che raduni i
diversi popoli nella confessione del tuo nome, fa che nei rinati dal
fonte battesimale una sia la fede delle menti e la pietà delle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo…” (31).
Non v’è altra società universale possibile se non la Chiesa, o forse la
Cristianità. La bella invocazione del Veni Sancte Spiritus lo
proclama: “Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e
accendi in essi il fuoco del tuo amore: tu che, nonostante la diversità
delle lingue, hai riunito le nazioni nell’unità della fede” (32).
Lo Spirito Santo, legame di carità del Padre e del Figlio, è anche il
motore dell’unità di tutti i diversi popoli, che lui riunisce nell’unità
della fede. Su questa unità di fede si fonda la fraternità
soprannaturale dei cristiani, di cui Gesù dice: «…voi siete tutti
fratelli. […] perché uno solo è il Padre vostro, quello del Cielo» (Mt
23, 8-9) (33).
Ma la pura comunione di “carità”, nella quale consisterebbe la Chiesa
secondo i personalisti, non si limita ad elidere la fede, ma oscura
anche la gerarchia. Eppure, se la Chiesa è militante e pellegrina in
terra è perché non è ancora in uno stadio finale, essa ha sempre una
finalità terrena: la salvezza eterna. È questo fine che dà la sua forma
alla moltitudine dei credenti e ne fa una moltitudine organizzata; e
questo fine esige anche una causa efficiente umana per la sua
acquisizione: la Chiesa è dunque necessariamente gerarchica. Anche
l’idea conciliare della Chiesa come «popolo di Dio» tende a falsificare
ciò che resta della gerarchia, la quale è vista solo come una diversità
di «ministeri» nel popolo di Dio, già costituito essenzialmente a mezzo
della comunione di carità dei membri, e non come una distinzione di
istituzione divina costitutiva della formazione stessa della Chiesa. I
fedeli – dice il nuovo Codice di Diritto Canonico – sono coloro che,
essendo stati incorporati a Cristo mediante il battesimo, sono
costituiti popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel modo loro
proprio della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo,
sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la
missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo (34).
Alla radice di questa democrazia religiosa che costituisce la Chiesa
comunione, vi è il personalismo. Il nuovo Codice di Diritto Canonico,
che ho appena citato, consacra questa rivoluzione, Giovanni Paolo II non
l’ha nascosto promulgandolo, il 25 gennaio 1983. Egli descrive così
quella che lui stesso chiama la «nuova ecclesiologia»: Fra gli elementi
che caratterizzano l’immagine vera e genuina della Chiesa, dobbiamo
mettere in rilievo soprattutto questi: la dottrina, secondo la quale la
Chiesa viene presentata come il popolo di Dio e l’autorità gerarchica
viene proposta come servizio (cf. Lumen gentium, 2. 3); la
dottrina per cui la Chiesa è vista come «comunione», e che, quindi,
determina le relazioni che devono intercorrere fra le chiese particolari
e quella universale, e fra la collegialità episcopale e il primato
papale (35).
La
Chiesa di Cristo “sussiste” nella Chiesa cattolica
A questa
mal definita comunione dei membri della Chiesa si aggiunge l’idea di una
comunione più o meno piena con i non cattolici, sulla base degli
«elementi ecclesiali» che questi conservano malgrado la loro
separazione. Fu durante il Concilio che il Pastore Wilhelm Schmidt
suggerì a Joseph Ratzinger di finirla con l’affermazione dell’identità
fra la Chiesa di Cristo e la Chiesa cattolica, identità riaffermata da
Pio XII nella Mystici corporis (n° 13) e nella Divini
Redemptoris (DS 2319). La formula proposta dal Pastore, e che Joseph
Ratzinger trasmise ai vescovi tedeschi, invece di dire: «la Chiesa di
Cristo è la Chiesa cattolica», diceva: «la Chiesa di Cristo
sussiste nella Chiesa cattolica». Il relatore della commissione
dottrinale spiegò che: «Subsistit in è impiegato invece di est
affinché l’espressione concordi meglio con l’affermazione di elementi
ecclesiali che si trovano altrove». «È inaccettabile, - protestò Mons.
Carli nell’aula conciliare -, poiché si potrebbe credere che la Chiesa
di Cristo e la Chiesa cattolica siano due realtà distinte, con la prima
posta entro la seconda come in un soggetto». Purtroppo l’insegnamento
conciliare riconobbe alle «Chiese e comunità ecclesiali» separate una
«natura ecclesiale» e la costituzione Lumen gentium sulla Chiesa
adoperò il subsistit in, mentre la dichiarazione
Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, contro tutta la Tradizione,
riconobbe che «queste Chiese e comunità separate, […], nel mistero della
salvezza non son affatto spoglie di significato e di valore. Lo Spirito
di Cristo infatti non ricusa di servirsi di esse come di strumenti di
salvezza» (UR n° 3). Cosa impossibile, spiegava Mons. Marcel Lefebvre
durante i dibattiti del Vaticano II, in poche righe luminose depositate
al segretariato del Concilio nel novembre 1963: Una Comunità, in
quanto Comunità separata, non può godere dell’assistenza dello
Spirito Santo, poiché la sua separazione è una resistenza allo
Spirito Santo. Esso non può che agire direttamente sulle anime o
usare dei mezzi che, di per sé, non portano alcun segno di
separazione (36).
Lo stesso cardinale Ratzinger spiega il subsistit in: la Chiesa
di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, non si dice che essa sussista
altrove. Con la parola subsistit il Concilio voleva esprimere la
singolarità e la non moltiplicabilità della Chiesa cattolica: esiste la
Chiesa come soggetto nella realtà storica (37).
Così, il subsistit significherebbe che la permanenza della Chiesa
di Cristo è la Chiesa cattolica. Questa spiegazione non riflette
l’intenzione reale del cambiamento. Del resto, Joseph Ratzinger, nello
stesso testo precisa: La differenza fra subsistit ed est
rinchiude però il dramma della divisione ecclesiale. Benché la
Chiesa sia soltanto una e sussista in un unico soggetto, anche al di
fuori di questo soggetto esistono realtà ecclesiali: vere Chiese locali
e diverse comunità ecclesiali. La verità è che le Chiese e comunità
separate non hanno alcuna «natura ecclesiale», poiché manca loro sia
la comunione gerarchica con il Romano Pontefice, sia la comunione nella
fede cattolica. La nozione di comunione invocata da Joseph Ratzinger
a riguardo è del tutto inadeguata. Commentando ciò che dice San Giovanni
sulla comunione di carità per Cristo col Padre (1 Gv. 1, 3-4), il
cardinale dice: Qui emerge in primo piano il punto di partenza della “communio”:
l’incontro con il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che nell’annuncio della
Chiesa viene agli uomini. Così nasce la comunione degli uomini fra di
loro, che a sua volta si fonda sulla comunione con il Dio uno e trino.
Alla comunione con Dio si ha accesso tramite quella realizzazione della
comunione di Dio con l’uomo, che è Cristo in persona; l’incontro con
Cristo crea comunione con lui stesso e quindi con il Padre nello Spirito
Santo (39).
Fede, incontro, presenza e amore
Quando
Joseph Ratzinger parla della fede, non si troverà mai un richiamo né
all’oggetto della fede (le verità rivelate) né al motivo della fede
(l’autorità di Dio sovranamente verace). Queste cose non sono negate, ma
non sono mai richiamate. Al loro posto si trova uno choc
iniziale, l’incontro, la relazione interpersonale con Gesù, e il senso
che questo incontro dà alla vita. Niente di tutto questo è falso, ma
questa non è la fede, è una visione personalista della fede. Il teologo
di Tubinga, commentando «credo in te» (in Gesù Cristo), dice: La fede
cristiana […] è l’incontro con l’uomo-Gesù, per cui in tal
incontro percepisce il senso del mondo come persona. […] [Gesù] è il
testimone di Dio, […] Ma c’è dell’altro: egli non è soltanto il
testimone al quale crediamo. Egli è addirittura la presenza dello stesso
eterno in questo mondo. Nella sua vita, nel suo esistere per gli uomini
senza alcuna riserva, si rende presente il senso intrinseco del mondo,
che si concede a noi in veste di amore: di un amore che ama
individualmente ciascuno di noi e rende la vita degna di essere vissuta»
(40).
Incontro, presenza, amore, non è la fede, tutto questo occulta
l’oggetto della fede. Nel nostro Credo, scrive Joseph Ratzinger,
la formula centrale non è «credo in qualcosa», ma «credo in te».
L’affermazione è vera, noi crediamo in Gesù Cristo, persona vivente (e
bisogna credere anche alla sua divinità), ma la negazione («non credo
in qualcosa») non è eretica? Essa nega infatti l’oggetto della
fede, gli articoli di fede, i dodici articoli del simbolo degli Apostoli.
Diventato Prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede,
Joseph Ratzinger descrive così il Cattolicesimo: Per questo
non lo si può mai esprimere solo a parole. Si tratta di inserirsi
nella vita di una compagine vitale, che abbraccia il tracciato della
nostra esistenza nella sua interezza. […] Ovviamente si possono indicare
alcuni punti essenziali (41).
E la fede consiste nel credere in un avvenimento, non tanto in un
contenuto concettuale: L’essenziale (è) […] che io divento cristiano
nella misura in cui credo a questo evento. Dio è entrato nel mondo e ha
agito, dunque è un’azione, una realtà, non solo un insieme di idee (42).
Un amico di Benedetto XVI, già suo istitutore, ha fornito questa
testimonianza molto realista sull’anti-concettualismo di Joseph
Ratzinger: Lo ha sempre inquietato l’impulso a considerare la verità
come un oggetto posseduto da difendere. Non si sentiva a suo agio
con le definizioni neoscolastiche che gli apparivano come delle
barriere, per cui quello che sta dentro la definizione è la verità, e
quello che ne sta fuori è tutto errore. […] la verità è un Tu che ti
ama per primo. Secondo lui, Dio non si conosce perché è un Summum
Bonum che si riesce a cogliere e a dimostrare con formule esatte, ma
perché è un Tu che viene incontro e si fa riconoscere (43).
Questa fede senza verità di fede, senza dogmi, o che quanto meno li
deprezza, è la riduzione personalista di quella che fu la fede del
fanciullo Joseph Ratzinger. La sua fede è divenuta, alla maniera di Max
Scheler e di Martin Buber, l’incontro col «Tu» di Cristo. La sua fede è
anche la «decisione fondamentale di percepire Dio e di accoglierlo»,
come in Gabriel Marcel, per il quale la fede è un avvenimento
strettamente personale e in questo senso incomunicabile. In tal modo la
fede cattolica è messa da un lato. La fede, la ferma adesione
dell’intelligenza a delle verità rivelate, è passata sotto silenzio.
L’autorità di Dio che rivela è fatalmente rimpiazzata
dall’esperienza religiosa di ciascuno.
Un
“anti-programma” inaugurale
Emmanuel
Kant, imbevuto del suo agnosticismo, nel 1793 scrisse un libro
intitolato “La religione nei limiti della semplice ragione”, nel
quale considerava già i dogmi come dei puri simboli di idee morali.
Cent’anni dopo, al seguito dei protestanti liberali Friedrich
Schleiermacher (1768-1834) e Adolf Harnack (1851-1930), fu un prete
cattolico, subito scomunicato, Alfred Loisy (1857-1940) ha sostenere le
stesse teorie, e venne denunciato da San Pio X nel 1907, nella
Pascendi. E cent’anni dopo la Pascendi, nel 2007, sono dei
teologi cattolici, di cui uno è divenuto papa, che, imbevuti della
filosfia di Kant e di quella del XIX e XX secolo, di Hegel, Dilthey,
Husserl, Heidegger, Scheler, Jasper, Buber, Marcel, Mounier e Maritain,
hanno avuto l’ambizione di purificare, correggere, arricchire la
dottrina della fede, e di generare il suo progresso con la rilettura
filosofica attualizzata. Nel Medioevo, San Tommaso d’Aquino aveva
felicemente risolto ciò che allora sembrava un’antinomia: effettuare la
sintesi fra la fede cristiana e la filosofia di Aristotele. Nel XX
secolo, sembrava che toccasse al Concilio Vaticano II e ai suoi teologi
fare la sintesi fra la fede e la nuova filosofia. Benedetto XVI ne ha
riproposto la teoria e ne ha di nuovo proclamato il programma nel suo
discorso del 22 dicembre 2005. Ora, se è vero, come ha scritto Joseph
Ratzinger nei suoi Principes de la théologie, che il Vaticano II,
con la Gaudium et spes, ha enunciato una «sorta di
contro-Sillabo» nella misura in cui questo testo conciliare
«rappresenta un tentativo di riconciliazione ufficiale della Chiesa
col mondo come era diventato a partire del 1789» (44),
allora è anche vero che il discorso del 22 dicembre 2005, il quale
presenta la teoria della riconciliazione e della mutua fecondazione
della fede rivelata e della ragione agnostica, è l’anti-programma della
quasi enciclica inaugurale di Benedetto XVI. Così facendo, gli avvocati
di un tale anti-programma disincarnano, de-crucifiggono e de-tronizzano
Gesù Cristo con una verve maggiore di Kant e di Loisy. Ma la loro
fede soggettiva è «alle prese con i flutti del dubbio» di cui parla
Joseph Ratzinger nel suo libro Foi chrétienne (45).
Scetticismo rassegnato e demoralizzante
Questa fede
“crede” o meglio “pensa” di incontrare Dio invece di credere
semplicemente in Lui. Questa fede “crede” di entrare in interazione
con Dio invece di aderire semplicemente al suo mistero. Questa fede si
consegna alla sua esperienza soggettiva e subcosciente su Dio invece di
affidarsi all’autorità di Dio che rivela. Questa fede è resa fragile
dalle sue ragioni umane. Essa è alle prese con il dubbio, poiché Joseph
Ratzinger dice che il credente, come il miscredente, è sempre minacciato
dal dubbio sulla sua posizione: «allo stesso modo in cui il credente [è]
continuamente minacciato dall’incredulità […] così la fede resta per
l’incredulo una continua minaccia (46)».
Ad un mondo senza Dio, in pericolo di perdersi, può un tale credente
proporre ancora la salvezza eterna e, come fonte di tale salvezza, il
«Dio di Nostro Signore Gesù Cristo»? Ebbene, no! Egli può solo proporgli
un garante dei valori e delle norme sorte dai ‘Lumi’ – che sono i
Diritti dell’uomo – un Dio nominalmente considerato come la Ragione
creatrice dell’universo e convenzionalmente chiamato il dispensatore dei
Diritti dell’uomo. Questo Dio ipotetico è diverso dal Dio
ideale postulato, secondo Emmanuel Kant, dall’etica? Un Dio,
come confessa lo stesso Kant, «di cui non si potrebbe affermare che
esiste al di fuori del pensiero razionale dell’uomo» (47).
È questo Dio provvisorio dei Diritti dell’uomo che la Chiesa dovrebbe
predicare ai musulmani, secondo l’auspicio espresso da Benedetto XVI di
ritorno dalla Turchia, per permettere loro di operare l’aggiornamento
dell’Islam per mezzo dei ‘Lumi’, invece di convertirli alla «vera luce
che illumina ogni uomo». In fondo, è la religione dei ‘Lumi’ che si
confarebbe meglio a questa umanità di oggi. Al tempo dei ‘Lumi’, si è
cercato di stabilire delle leggi universali valide come se Dio non
esistesse; oggi, consiglia Joseph Ratzinger, bisognerebbe invertire
questa parola d’ordine e dire: Anche chi non riesce a trovare la via
dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e
indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci
fosse (48).
Ecco la soluzione sociale per riportare l’ordine nel mondo: «L’uomo
dovrebbe cercare di vivere e di organizzare la sua vita come se Dio ci
fosse», non perché Dio esiste e perché Gesù Cristo è Dio,
no. Si tratta dell’esito ultimo del modernismo kantiano. Il
modernismo condotto allo scetticismo, cioè a dei cristiani che non sono
più sicuri di ciò che credono; e ai quali ci si accontenta di
consigliare: agite, kantianamente, come se credeste!
Ermeneutica dei “Fini ultimi”
Quarant’anni separano Foi chrétienne [“Introduzione al
cristianesimo”] di Joseph Ratzinger e Spe salvi di Benedetto
XVI (enciclica del 30 novembre 2007). Il pontefice teologo ha ritrattato
le sue opinione del passato?
Ritrattazioni di Benedetto XVI?
Benedetto
XVI sembra aver cambiato la sua opinione sulla Redenzione e sulla
Passione di Cristo: L'uomo ha per Dio un valore così grande da essersi
Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo molto
reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della
Passione di Gesù. [Spe salvi, n° 39]. In fin dei conti, questa
sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. [Spe salvi,
n° 47]. «L'Oriente non conosce una sofferenza purificatrice ed
espiatrice delle anime nell’“aldilà”» (n° 48), dice Benedetto XVI, a
significare che invece l’Occidente la conosce benissimo. Ma ecco che
l’offerta delle pene quotidiane, che raccomanda nella Spe salvi,
è vista da lui più come una compassione che come un’espiazione
propriamente detta, che avrebbe invece un aspetto «malsano»: Faceva
parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto
tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter «offrire» le piccole
fatiche del quotidiano, […] conferendo così ad esse un senso. In questa
devozione c’erano senz’altro cose esagerate e forse anche malsane,
ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa
di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire
«offrire»? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande
com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far
parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano
ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano
potrebbero acquistare un senso e contribuire all’economia del bene,
dell’amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se
una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per
noi. [Spe salvi, n° 40]. La timidezza di questo «forse» e
l’evidente nostalgia per queste pratiche imperfette non fanno che
rafforzare l’evidenza del cambiamento di religione: l’offerta delle pene
non è più riparatrice né espiatoria, poiché questo era esagerato
e malsano; essa è solo una preoccupazione compassionevole, un
senso di solidarietà, cioè una fraterna partecipazione alle
sofferenze degli uomini, cosa di cui l’umanità ha bisogno per uscire
dalla solitudine della mancanza d’amore. È solo a titolo di solidarietà
che la nuova religione «potrebbe forse» recuperare questa offerta delle
pene, così debitamente rivedute e corrette da una nuova «corretta
ermeneutica». Voler fuggire o sopprimere la sofferenza, aggiunge
Benedetto XVI, significa «sprofondare in una esistenza vuota» in cui si
trova «l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine»:
Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce
l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di
maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto
con infinito amore [Spe salvi, n° 37]. Ma qual è questo «senso»?
Perché Cristo ha sofferto? Benedetto XVI su questo tace. Gesù Cristo
ha sofferto per espiare i nostri peccati: ecco ciò che la nuova
religione rigetta; essa esclude assolutamente il tesoro dei meriti e
delle soddisfazioni sovrabbondanti di Cristo. In fondo, Benedetto XVI
non manifesta alcun pentimento, egli continua a non accettare il mistero
della Redenzione, il mistero del riscatto tramite la sofferenza. Le
esigenze della giustizia divina gli fanno sempre paura; egli è vittima
dell’emotività dei suoi tempi. E questa emotività passa per progresso,
il quale dovrebbe condurre la dottrina della fede a «nuove sintesi»,
come diceva il Concilio: Così il genere umano passa da una concezione
piuttosto statica dell’ordine delle cose a una concezione più dinamica
ed evolutiva. Ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di
nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove. [Gaudium et
spes, n° 5, § 2]. Con questo la Chiesa apriva ufficialmente al
marxismo. Ed è in ossequio a questo spirito del Concilio che i teologi
di punta abbracciarono l’evoluzionismo di Teilhard de Chardin e
rilessero in chiave esistenziale il mistero della Redenzione.
Il
Limbo rivisitato dall’ermeneutica soggettivistica
La dottrina
comune della Chiesa, non definita, certo, ma comunemente ammessa,
insegna che anime dei bambini morti senza battesimo, a causa del peccato
originale da cui non sono state purificate, sono private della visione
beatifica di Dio, ma, in forza dell’assenza in loro di ogni peccato
personale, sono esentate dal fuoco dell’Inferno e poste in uno stato o
luogo chiamato Limbo. Ora, ecco il punto di partenza del ragionamento
ermeneutico: I genitori [dei bambini morti senza battesimo] provano un
grande dolore e un senso di colpa […] trovano sempre più difficile
accettare che Dio sia giusto e misericordioso se poi esclude dalla
felicità eterna i bambini, siano essi cristiani o meno, che non hanno
peccati personali (49).
La premessa sentimentale si amplifica in un’asserzione teologica che
cerca la sua giustificazione in un testo scritturale citato fuori dal
suo contesto: “Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la
grazia!” [Rm. 5, 20] Così proclama la Scrittura, ma il concetto
di Limbo sembra limitare questa sovrabbondanza. [n° 91]. Che ne è qui
degli altri testi scritturali che affermano l’universalità del peccato
originale e la necessità del Battesimo per la salvezza? Se la necessità
del Battesimo è de fide, devono invece essere interpretati la
Tradizione e i documenti del Magistero che ne hanno riaffermato la
necessità. [n° 7] Risulta quindi necessaria una riflessione ermeneutica
su come i testimoni della Tradizione (i Padri della Chiesa, il
Magistero, i Dottori, i teologi approvati) hanno letto e utilizzato i
testi e le dottrine della Bibbia con riferimento al tema qui trattato.
[n° 10]. In altre parole, l’hermeneia tradizionale è troppo
semplicista, essa ha dedotto troppo rudemente il Limbo dall’asserzione
che solo il battesimo cancella il peccato originale. Ad essa bisogna
preferirle l’ermeneutica nella quale la reazione alla parola di Dio del
soggetto credente del XXI secolo, la sua «nuova riflessione» e il suo
nuovo «rapporto vitale» con essa sfociano in una «sintesi di fedeltà e
di dinamismo» che sarà la «giusta interpretazione» (si veda il discorso
del 22 dicembre 2005). In tal modo l’ermeneutica purifica l’hermeneia
dalla sua primitiva ingenuità e l’arricchisce con i valori delle sue
reazioni emotive.
La
vita eterna, immersione nell’amore
La vita
eterna, insegna Benedetto XVI, non è «una vita interminabile», idea «che
fa paura»; essa è, come dice Sant’Agostino, «la vita beata». E in che
consiste? Sarebbe - spiega Benedetto XVI - il momento dell'immergersi
nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo
– non esiste più. […] un sempre nuovo immergersi nella vastità
dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia [Spe
salvi, n° 12]. Perché questo condizionale «sarebbe»? Che cos’è
quest’«oceano dell’infinito amore»? Che cos’è questa «vastità
dell’essere»? Non si rimane molto rassicurati da queste immagini, né
dalla loro dimensione. È solo nella pagina seguente che apprendiamo che
il Cielo consiste nel «vivere con Dio per sempre». È vero che la vita
eterna, cominciata in terra per la grazia santificante, è una vita con
Dio, ma in che consiste la differenza in Cielo? Solo nel «per sempre»?
Benedetto XVI non è in grado, se non di dare una definizione del Cielo,
almeno di darne una descrizione esatta! Perché ci tace che la vita in
Cielo è la “visione beatifica” di Dio stesso, la visione de visu
di Dio, Dio visto faccia a faccia, «facie ad faciem» (1 Cor.
13, 12), cioè senza intermediari creati? È San Giovanni, l’Apostolo
dell’amore, che insegna: «Sappiamo però che quando egli si sarà
manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come Egli
è» (1 Gv. 3, 2). San Paolo spiega che alla fede, conoscenza «come
in uno specchio, in maniera confusa» (1 Cor. 13, 12), succederà
la visione immediata di Dio. È questa visione che beatificherà l’anima
dell’eletto. Forse che questa visione è troppo precisa per lo spirito di
Benedetto XVI, recalcitrante ad ogni definizione? In ogni caso, il
Pontefice precisa una condizione preliminare della vita beata: il non
vivere isolati dagli altri, come indicato da Henri de Lubac, dice
lui. Basandosi sui Padri, Lubac avrebbe provato che «la salvezza è stata
sempre considerata come una realtà comunitaria» (Spe salvi,
n° 14). Essa [la vita beata] presuppone, appunto, l’esodo dalla
prigionia del proprio «io», perché solo nell’apertura di questo soggetto
universale [gli altri] si apre anche lo sguardo sulla fonte della gioia,
sull’amore stesso su Dio (Spe salvi, n° 14).
Il
Purgatorio accorciato
Benedetto
XVI accoglie l’«idea vetero-giudaica della condizione intermedia [tra
morte e resurrezione]» uno stato in cui le anime «non si trovano
semplicemente in una sorta di custodia provvisoria, ma subiscono già una
punizione, […] o invece godono già di forme provvisorie di beatitudine»
(Spe salvi, n° 45). Questo equivale, molto semplicemente, a
ripetere l’errore condannato ex cathedra da Benedetto XII, che
definì che le anime dei giusti «subito dopo la loro morte, e la
purificazione di cui si è detto in coloro che erano bisognosi di tale
purificazione […], furono, sono e saranno in Cielo, nel Regno dei Cieli
e nel celeste Paradiso, con Cristo, associate alla compagnia degli
Angeli santi» (50).
E infine - prosegue Benedetto XVI - non manca il pensiero che in questo
stato siano possibili anche purificazioni e guarigioni, che rendono
l’anima matura per la comunione con Dio. La Chiesa primitiva ha ripreso
tali concezioni, dalle quali poi, nella Chiesa occidentale [cioè nella
Chiesa cattolica], si è sviluppata man mano la dottrina del Purgatorio [Spe
salvi, n° 45]. Di fronte a questa eresia dello stato intermedio
(miscuglio dello sheol vetero-giudaico e del limbo dei
patriarchi) e a questa teoria di un’origine vetero-giudaica del
Purgatorio, Benedetto XVI propone un’alternativa moderna che,
decisamente, gli piace di più: Alcuni teologi recenti sono dell’avviso
che il fuoco del Purgatorio che brucia e insieme salva, sia Cristo
stesso, Giudice e Salvatore. L’incontro con Lui è l’atto decisivo
del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro
con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare
veramente noi stessi [Spe salvi, n°47]. Non si tratta affatto
di un debito rimanente da pagare, né di una pena temporale da purgare,
si ignora di quale purificazione si tratterebbe: quella dal peccato?
Comunque sia, qui si tratta di una liberazione per ridiventare se
stessi: una trasformazione esistenzialista: Il suo sguardo [di Cristo],
il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente
dolorosa «come attraverso il fuoco» [come dice San Paolo: 1 Cor.
3, 12-15]. È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo
amore ci penetra come fiamma [Spe salvi n° 47]. Invece la
sofferenza del Purgatorio è prima di tutto una certa pena del danno:
il ritardo all’accesso alla ‘visione beatifica’, e inoltre una pena
del fuoco o del senso inflitta da Dio per purificare l’anima
dai suoi legami disordinati con la creatura. Questa spiegazione, che
concorda appieno con la natura del peccato – “allontanamento da Dio e
adesione alla creatura” – è troppo “cristallina” per Benedetto XVI? Il
fatto è, molto semplicemente, che il fuoco dell’amore è più appagante,
per consumare «la sporcizia» dell’anima, più di un fuoco inflitto dal
supremo Giudice! Il Purgatorio diventa così assai simpatico, visto che
lo stesso fuoco dell’amore vi consuma, come sulla terra, le brutture
dell’anima. E tuttavia i santi non sono dello stesso avviso, essi hanno
la fede e sostengono, come Santa Teresa di Lisieux, che «il fuoco
dell’amore è più santificante del fuoco del Purgatorio»: il che
significa che non si tratta dello stesso fuoco. Certo, il vantaggio
della teoria patrocinata dal Pontefice sta nel fatto che questa
purificazione istantanea dovuta allo sguardo di Cristo, accorcia
enormemente il Purgatorio, agli occhi della nostra generazione
tormentata. Ecco un cristianesimo comodo. Ecco una religione «più
facile», come la concepiva un riformatore inglese. Ecco il «regno di
Dio», direbbe Kant, «in cui la fede ecclesiastica viene superata e
rimpiazzata dalla fede religiosa, vale a dire dalla semplice fede
razionale» (51).
Del resto, aggiunge Kant, «se il cristianesimo un giorno dovesse
arrivare a non essere più degno di amore [...] allora il pensiero
dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di
un’opposizione contro di esso» (52).
(Testi citati in Spe salvi, n° 19, senza che il Pontefice precisi
che Kant li giustifica e li accetta). Benedetto XVI, tuttavia, precisa
qualcosa su questo momento del Purgatorio: È chiaro che la «durata» di
questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure
cronometriche di questo mondo. Il «momento» trasformatore di questo
incontro sfugge al cronometraggio terreno, è tempo del cuore, tempo del
«passaggio» alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo [Spe salvi,
n° 47]. Dunque, è confermato: il Purgatorio è un momento, un passaggio.
Non si tratta affatto di poter «restare in Purgatorio fino alla fine del
mondo».
Un
“Giudizio particolare” umanizzato
Il Giudizio
di Dio è speranza - afferma Benedetto XVI - sia perché è giustizia, sia
perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto
ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla
domanda circa la giustizia, domanda per noi decisiva davanti alla storia
e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per
tutti noi solo motivo di paura [Spe salvi, n° 47]. No, se la
giustizia è desiderabile è perché essa ricompensa non il «terreno», ma i
nostri meriti, cioè le nostre opere buone compiute in stato di grazia.
Ma, Benedetto XVI è proprio al merito che non crede: Il Regno di Dio è
un dono, e proprio per questo è grande e bello e costituisce la risposta
alla speranza. E non possiamo – per usare la terminologia classica –
«meritare» il Cielo con le nostre opere. Esso è sempre più di quello che
meritiamo, […] Tuttavia, con tutta la nostra consapevolezza del
«plusvalore» del Cielo, rimane anche sempre vero che il nostro agire non
è indifferente davanti a Dio [Spe salvi, n° 35]. Ci si ricordi
dell’anatema del concilio di Trento: “Se qualcuno afferma che […] con le
buone opere da lui [l’uomo giustificato] compiute […] non merita
realmente […] la vita eterna […]: sia anatema” (53).
Del pari, se la giustizia divina del Giudizio «ci fa paura» non è perché
essa potrebbe essere «pura giustizia», ma perché può infliggerci delle
pene, la pena eterna a coloro che muoiono in stato di peccato mortale e
le pene del Purgatorio per gli altri. Ma tutte queste distinzioni
superano Benedetto XVI, come vedremo ancora oltre; la sua teologia è
ridotta e annebbiata, ai suoi occhi la distinzione tra naturale e
soprannaturale è troppo forte e troppo chiara.
L’opzione fondamentale e il “peccato mortale”
Secondo la
dottrina tradizionale della fede, infatti, l’anima perde la grazia
santificante anche per un solo peccato mortale (DS 1544) e merita
l’Inferno eterno, mentre il peccato veniale comporta solo una pena
temporale e può essere espiato con ogni opera buona. Tuttavia, questa
distinzione non è conforme al sentimento dei nostri contemporanei. Essi
ritengono che, a parte i criminali di guerra e gli autori dei genocidi,
che hanno «vissuto nell’odio» e in cui «tutto è menzogna», e tolti i
santi «che si sono lasciati penetrare totalmente da Dio» e hanno vissuto
«totalmente aperti al prossimo», per il resto vi è « la normalità»,
quella della «gran parte degli uomini», e il bene e il male sono insieme
presenti, con a volte il male più del bene. Ma, malgrado ciò rimane
presente nel più profondo della loro essenza un’ultima apertura
interiore per la verità, per l’amore, per Dio. Nelle concrete scelte di
vita, però, essa è ricoperta da sempre nuovi compromessi col male, molta
sporcizia copre la purezza, di cui, tuttavia, è rimasta la sete e che,
ciononostante, riemerge sempre di nuovo da tutta la bassezza e rimane
presente nell’anima [Spe salvi, n° 46]. In questa teoria non v’è
più l’uomo giusto, né l’uomo ingiusto (teologicamente), non vi è più lo
stato di grazia, né lo stato di peccato mortale. Ogni peccato o stato
di peccato lascia posto alla salvezza, posto che si conservi l’opzione
fondamentale per Dio, con la «sete di purezza», «l’apertura interiore
per la verità, per l’amore, per Dio». In questo caso «l’esistenza
cristiana» costruita su Gesù Cristo è un «fondamento [che] non ci può
più essere sottratto» (n° 46). Una tale anima potrà essere salvata
passando per il fuoco che consuma le opere cattive (n° 46; 1 Cor.
3, 12). In fin dei conti, Benedetto XVI ripropone l’errore protestante
dell’«uomo ad un tempo giusto e peccatore».
L’Inferno, stato d’animo o luogo?
«L’Inferno
sono gli altri», diceva Jean-Paul Sartre. Benedetto XVI insegna il
contrario di questo egoismo diabolico. L’Inferno è l’egoismo
irrevocabile, quello delle persone che «hanno distrutto totalmente in se
stesse il desiderio della verità e la disponibilità all’amore». Egli
spiega che: In simili individui non ci sarebbe più niente di rimediabile
e la distruzione del bene sarebbe irrevocabile: è questo che si indica
con la parola Inferno [Spe salvi n° 45]. Vi è un equivoco.
Bisognerebbe precisare che colui che è in stato di peccato mortale si
trova già nello stato di dannazione, ma questa dannazione è irrevocabile
solo dopo la morte. È allora che si ha l’Inferno, luogo e stato delle
anime dannate, sia per la loro colpa sia per la sentenza del giusto
Giudice. Mancando questa distinzione si rimane nell’equivoco, mischiando
lo stato di dannazione revocabile del peccatore e lo stato e il luogo di
dannazione irrevocabile dell’Inferno. Non sapendo di che cosa si parla,
si mette l’Inferno al condizionale: esso «sarebbe» lo stato di un uomo
irrimediabilmente chiuso alla verità e ripiegato su se stesso. Il che è
inquietante per quegli egoisti che siamo noi tutti: ma chi è totalmente
egoista? Insomma, chi può essere veramente all’Inferno? E in ogni caso
l’Inferno è uno stato d’animo. Frutto della sua ermeneutica, la
religione di Benedetto XVI è una religione che si presenta come più
amabile, ma è una religione al condizionale.
d. CURZIO NITOGLIA
20 febbraio 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/monstissier_falsa_teologia_bxvi.htm
Note
2 -
J. Ratzinger, Les
principes de la théologie catholique, Téqui, 1982, p. 13.
3
- J. Ratzinger, Foi
chrétienne hier et aujourd’hui, Cerf, (1969) 2005. [Introduzione
al Cristianesimo, 1969, Queriniana, Brescia, 2000].
4
- «Un diritto proprio di ogni uomo»: Pio
IX, enciclica Quanta cura, DB 1690.
5 -
«Diritti competenti direttamente all’uomo»:
Leone XIII, enciclica
Libertas, DB 1932.
6
- Pio IX, enciclica
Quanta cura, DB 1690.
7
J. Ratzinger, Conferenza a
Subiaco, Documentation catholique, anno 2005, fuori serie, p.
121-122 [«Conferenza a Subiaco», 1 aprile 2005, contenuta in
Joseph Ratzinger,
L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, ed. Cantagalli,
Siena, 2005].
8
J. Ratzinger , ivi.
9
J. Ratzinger , ibid.,
p. 124.
10
J. Ratzinger , ivi.
11
J. Ratzinger , ibid.,
pp. 124-125.
12-
Josef Rupert Geiselmann,
Die katholische Tübinger Schule, Freiburg, Herder, 1964, p. 22.
13
- J. Ratzinger,
Ma Vie, souvenirs,
1927-1977, p. 82. [La
mia vita. Autobiografia,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 70].
14-
J. Ratzinger,
Ma Vie, souvenirs,
1927-1977, p. 87. [La
mia vita. Autobiografia,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 74].
15
- J. Ratzinger,
Ma Vie, souvenirs,
1927-1977, p. 88. [La
mia vita. Autobiografia,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 75].
16
- J. Ratzinger,
Ma Vie, souvenirs,
1927-1977, p. 88. [La
mia vita. Autobiografia,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 85].
17
- J. Ratzinger,
Ma Vie, souvenirs,
1927-1977, p. 87. [La
mia vita. Autobiografia,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 74].
18 -
J. Ratzinger,
Foi chrétienne hier et aujourd’hui,
p. 111. [Introduzione
al Cristianesimo,
1969, Queriniana, Brescia, 2000, p. 133-134].
19 -
J. Ratzinger,
Foi
chrétienne hier et aujourd’hui,
p. 110. [Introduzione
al Cristianesimo,
1969, Queriniana, Brescia, 2000, p. 133].
22 -
San Tommaso, S. Th.,
I, q. 1, a 10.
23
-
Videntibus illis, elevatus est, et nubes suscepit eum ab oculis eorum
(Atti 1, 9)
24
- Vedi: Tixeront, Précis
de patrologie, Paris, Victor Lecoffre, 1918, pp. 120-121.
25 -
San Gerolamo, Lettera “Contra
Joannem Hierosolymitanum”.
26
- Louis Billot, De
Ecclesia Christi, t. II, Roma, Università Gregoriana, 1929,
p. 96.
27 -
Vedi: Pascendi, n° 9, DB 2076 [DS 3479-3480]
28
- Giovanni Paolo II,
Discorso ai cardinali di curia, 22 ottobre 1986, DC, n° 1933, anno 1987,
pp. 133-134.
29
- Vedi: Pio XII, enciclica
Summi pontificatus, 20 ottobre 1939, in
Utz-Groner-Savignat,
Relations humaines et société contemporaine, Friburgo, ed.
Saint-Paul, t. 1, pp. 17-19, n° 26-35.
30 - «Fundamentum
enim aliud nemo potest ponere praeter id quod positum est, quod est
Christus Jesus».
31 - Deus, qui
diversitatem gentium in confessione tui nominis adunasti: da, ut renatis
fonte baptismatis una sit fides mentium, et pietas actionum. Per Dominum
nostrum Jesum Cristum.
32
- Veni, sancte Spiritus, reple tuorum corda fidelium, et
tui amoris in eis ignem accende, qui per diversitatem linguarum
cunctarum gentes in unitate fidei congregasti. (Antifona
dell’ufficio di Pentecoste).
33
- Si veda: Jean
Carmignac, A l’écoute du Notre Père, ed. de Paris, 1971,
p. 17.
34
- Codice di Diritto Canonico del 1983, can. 204, § 1.
35
- Giovanni Paolo II,
Costituzione Apostolica Sacrae disciplinae leges (25 gennaio
1983), con la quale viene promulgato il nuovo Codice di Diritto
Canonico.
36
- Mons. Marcel Lefebvre,
J’accuse le Concile, éd Saint-Gabriel, 1976, p. 34 [Accuso il
Concilio, Editrice Ichthys, 2202, p. 68].
37
- J. Ratzinger, «Conférence
sur l’ecclésiologie de Lumen gentium au congrés d’études sur Vatican II
des 25-27 février 2000», DC 2223 (2000), p. 311 [Intervento
sull’ecclesiologia della Costituzione Lumen gentium, al Convegno
internazionale sull’attuazione del Concilio Vaticano II, 27 febbraio
2000. Pubblicato sul sito della Santa Sede, nella sezione della
Congregazione per la Dottrina della Fede, tra “Alcuni discorsi e
interventi di S. Em. il Cardinale Joseph Ratzinger”].
39
- Ibidem, p. 305.
40
- J. Ratzinger,
Foi chrétienne hier et aujourd’hui, pp. 36-37. [Introduzione
al Cristianesimo, 1969, Queriniana, Brescia, 2000, p. 46].
41
- J. Ratzinger, Le sel
de la terre, 2a ed., Flammarion, 2005, p. 19. [Il sale della
terra, Edizioni San Paolo, 2005, p. 21].
42
- J. Ratzinger, Le sel
de la terre, 2a ed., Flammarion, 2005, p. 21. [Il sale della
terra, Edizioni San Paolo, 2005, p. 22].
43
- Alfred Läpple, «Témoignage»,
in 30 Jours, 24° année, 2006, n° 1-2, p. 60 [«Testimonianze»
“Quel nuovo inizio che fiorì tra le macerie”, in inserto cultura
di ‘30 Giorni’, n° 1-2, gennaio/febbraio 2006].
44
- J. Ratzinger, Les
principes de la théologie catholique, Téqui, 1982, p. 426.
45
- J. Ratzinger,
Foi chrétienne hier et aujourd’hui, Cerf, 2005, pp. 11-12. [Introduzione
al Cristianesimo, 1969, Queriniana, Brescia, 2000, p. 16]. .
46
- J. Ratzinger,
Foi chrétienne hier et aujourd’hui, Cerf, 2005, pp. 11. [Introduzione
al Cristianesimo, 1969, Queriniana, Brescia, 2000, p. 16].
47
- J. Ratzinger, «Conferenza
a Subiaco», 1 aprile 2005 (appena prima di essere eletto papa),
contenuta in Joseph Ratzinger,
L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, ed. Cantagalli,
Siena, 2005.
48
- La speranza della salvezza per i bambini che muoiono
senza battesimo, Riflessione della “Commissione Teologica
Internazionale”, pubblicata con l’autorizzazione orale di Benedetto
XVI il 19 aprile 2007, n° 2.
49
- Mox
post mortem suam et purgationem praefatam in illis, qui purgazione
huiusmodi indigebant […] fuerunt, sunt et erunt in coelo, coelorum regno
et paradiso coelesti cum Christo, sanctorum angelorum consortio
congregatae. (DS 1000).
50
- Emmanuel Kant,
La Victoire du principe bon sur le mauvais et la fondation d’un
royaume de Dieu sur la terre (1792), in Oeuvres philosophiques,
Gallimard, La Pléiade, t. 3, 2003, p. 140. [La vittoria del principio
buono sul cattivo e la fondazione di un regno di Dio sulla terra, in
“La religione nei limiti della semplice ragione”, ed. diverse].
51
-
Emmanuel Kant, Das Ende
aller Dinge – La fin de toutes choses (1795), in Oeuvres
philosophiques, Gallimard, La Pléiade, t. 3, 2003, pp. 324-325.
[La
fine di tutte le cose, ed. diverse].
52
- Concilio di Trento, sessione VI, cap. 16, can. 32, DS 1582.
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