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SECONDA PARTE
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L’accettazione di sé
● Spesso abbiamo
difficoltà ad accettare la volontà di Dio vorremmo fare ciò che
piace a noi, ma alcune circostanze che non ci aggradano si
presentano alla nostra porta e allora bisogna fare i conti con esse.
L’ideale è rinunciare ai nostri gusti e inclinazioni, che sono
deviate dal peccato originale, per uniformare la nostra volontà a
quella divina che è perfettissima in sé anche se a noi può apparire
incomprensibile e perfino sgradevole. Non sempre ci riusciamo e
certe volte cerchiamo una scappatoia. Ma ciò lungi dall’appagarci ci
rende insoddisfatti, perché realmente disordinati anche se ci sembra
di aver ottenuto ciò che ci piaceva. Cerchiamo, nel corso di questa
seconda parte, di vedere ogni avvenimento con l’occhio della Fede e
di poter abbracciare con amore ciò che avremmo voluto evitare.
Soltanto così troveremo la vera pace interiore.
● Il segreto è
quello di lasciar agire Dio e di agire in subordinazione con il
suo piano. Purtroppo alcune volte ci intestardiamo a voler far
noi e così impediamo la realizzazione del progetto divino e ci
mettiamo in uno stato di disordine, di disarmonia, di
de-finalizzazione che ci rende scontenti, fuori posto, senza vera
pace.
● Una delle
condizioni per permettere alla grazia divina di agire in noi e a noi
di cooperare con essa è quella di accettarci per quel che siamo con
tutte le nostre caratteristiche, le qualità e i difetti. Se ci
incaponiamo a non voler accettare un difetto che abbiamo, un
avvenimento che si è prodotto, allora perdiamo la pace. Attenzione! Non è il difetto o l’avvenimento contrario la causa della perdita
della pace, ma la nostra volontà che si ostina a non accettarlo
liberamente e con amore poiché voluto o almeno permesso da Dio per
il nostro bene spirituale.
● Dio non agisce
nell’ideale, nella fantasia, nel sogno, ma nella realtà. Invece noi
vorremmo sempre l’ideale, siamo ammalati di idealismo megalomanico e
manchiamo di realismo. Ora l’ideale non sempre è reale, anzi molto
raramente. La vita quotidiana normalmente è “ordinaria”, non è
eroica, straordinaria, fantastica, non è un sogno. Occorre viverla
così come è altrimenti la trasformiamo in un incubo.
● Ogni persona è
creata da Dio a sua immagine e somiglianza, però sta a noi vivere
come creature di Dio, con “la santa libertà dei figli di Dio” e non
in rottura con ciò che Dio ci ha dato (l’essere reale) per vivere in
un mondo immaginario, fatto di “sogni di gloria e di castelli in
aria”. Per esempio, io sono la persona che Dio ha creato come
sono in realtà e non la persona che vorrei essere. Se non mi accetto
e non lavoro su di me come sono realmente non riesco a produrre
nessun frutto reale e positivo, lavoro sul vuoto e non ottengo
nulla. Ciò produce l’insoddisfazione e la mancanza di pace o
impazienza. Dio ha creato e ama le persone reali, non ideali e
“virtuali”, ordinarie e non straordinarie, degli uomini e non degli
“dèi”. Egli si prende cura delle sue creature, poiché è Provvido, ma
di quelle reali che ha creato e non di quelle ideali che esistono
solo nella nostra immaginazione ferita dal peccato originale e che
S. Teresa d’Avila chiamava “la pazza di casa”, poiché è incapace di
starsene quieta al suo posto, ma va sempre correndo a destra e a
sinistra freneticamente, immaginando cose che non esistono ossia
sognando ad occhi aperti.
● Spesso
sprechiamo la nostra vita a lamentarci di non avere tale qualità o
di avere tale difetto. Ora tutto ciò è irrealistico. Dovremmo
accettare la realtà e lavorare, con la grazia di Dio che non viene
negata a nessuno, a migliorare ciò che siamo se è possibile o ad
accettare i nostri limiti se sono ineliminabili. Ciò che
impedisce alla grazia di Dio di agire pienamente sulla nostra anima
non sono i nostri limiti e neppure le nostre miserie (se
riconosciute e confessate col proposito di correggerle), ma la
mancanza di uniformità alla volontà di Dio e la non accettazione di
ciò che ci fa difetto, che è un rifiuto pratico e implicito della
volontà divina. È difficile che diciamo di rifiutare per
principio il modo di agire di Dio, ma in pratica è molto facile il
cercare di evitarlo o di renderlo simile ai nostri desideri. Per
appianare ogni difficoltà basterebbe dire sì con Fede e Fiducia
amorosa in Dio alla nostra esistenza e soprattutto ai lati di essa
che ci ripugnano.
● La grazia di
Dio agisce pienamente su di noi se noi la accettiamo liberamente. “Qui
creavit te sine te, non salvabit te sine te” scriveva S.
Agostino. Se non mi accetto come sono pongo ostacolo alla grazia
divina e le impedisco di sanarmi ed elevarmi. Attenzione, però!
questa accettazione non è pigrizia o “quietismo”. Il desiderio di
migliorarci deve essere sempre presente in noi, ma in maniera calma
e realistica.
● Vivere
accettando i nostri limiti con il desiderio di migliorare aiutati da
Dio non è contraddittorio, ma è la giusta ottica cristiana secondo
cui “la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone e la
perfeziona” (S. Tommaso d’Aquino). La nostra natura reale è quella
che dobbiamo osservare, quella su cui dobbiamo lavorare aiutati
dalla grazia per migliorarla nella misura in cui Dio lo reputa
possibile e benefico per la nostra anima.
● Il cambiamento
e la conversione reale e profonda iniziano solo quando capiamo di
essere limitati, accettiamo la realtà dei nostri difetti e
desideriamo, con l’aiuto di Dio, di modificarci e migliorarci per
quanto umana debolezza lo consente. Certo sembra facile ma non lo è.
L’orgoglio, l’amor proprio, l’attaccamento alla volontà propria e la
paura di non venire stimati e quindi amati sono radicati nel
fomes peccati che si trova in ogni figlio di Adamo. Solo sotto
lo sguardo di Dio e con la luce della Fede possiamo arrivare, grazie
alla virtù di umiltà, ad accettare tutti i nostri lati, belli, meno
belli ed anche difettosi, con la speranza di convertirli in meglio.
Infatti il prossimo, anche l’amico più caro, non può avere quello
sguardo pieno di misericordia onnipotente e ausiliatrice che solo
Dio ha. Quindi davanti a Lui non abbiamo nulla da temere, nulla da
nascondere (sarebbe anche sciocco: Egli è l’Onnisciente). Sentendoci
amati da Dio (“Dilectione perpetua dilexi te”) riusciamo ad
amarci ed accettarci con i nostri difetti, fiduciosi che li potremo
migliorare se è per il bene della nostra anima, altrimenti li
dobbiamo accettare: essi non ci toglieranno né l’amore di Dio per
noi né la pace del nostro spirito. Se Dio abita in noi, nonostante i
nostri difetti (solo il peccato mortale lo scaccia dalla nostra
anima), noi non dobbiamo disprezzarci, poiché assieme a noi
disprezzeremmo, implicitamente e indirettamente, anche Dio. La
falsa umiltà, che coincide con la mancanza di speranza, può essere
più pericolosa dell’orgoglio. Vedendo solo i nostri difetti, i lati
negativi, iniziamo a disperare di noi e dell’aiuto di Dio, ma questo
porta alla disperazione finale, che è un peccato contro lo
Spirito santo, il quale peccato non può essere perdonato solo poiché
da parte nostra manca la domanda di perdono. Dio ci ama per primo e
amandoci ci rende buoni (S. Tommaso); non è la nostra “bontà” che
attira l’amore di Dio. La falsa umiltà in fondo coincide con
l’orgoglio, poiché pretende che siano le “nostre” qualità a renderci
amabili e così perdiamo il contatto con la realtà sostituendole la
immaginazione o l’idealizzazione.
● Il mondo
moderno fatto di immagini e fantasie ci propone o impone, con una
propaganda sottile e subdola, di essere esteriormente belli, forti,
ricchi come i divi del cinema, sotto pena di essere licenziati dalla
“scena cinematografica”. Il cristianesimo, invece, ci invita
amorevolmente ad avvicinarci a Dio, giorno dopo giorno, come un
viandante che scala una montagna. Gesù non ci impone di essere i
migliori, i vincenti, i ricchi, i potenti, anzi le beatitudini o
felicità ci insegnano il contrario: “beati i poveri di spirito o gli
umili; i mansueti; coloro che piangono; i pacifici; coloro che
desiderano la santità; i misericordiosi; i puri di cuore; i
perseguitati”. Sono queste qualità interiori che non hanno nulla a
che spartire col mito del super-uomo, anzi richiedono una certa
abiezione accettata ed amata, che porta alla felicità. È tutto il
contrario della filosofia di questo mondo.
● Come si vede
il cristianesimo non ci obbliga a sforzarci di apparire o far finta
di essere ricchi, i migliori, i potenti, i fortunati, i sanissimi,
sempre in piena forma, sempre vincenti. No! Grazie al Vangelo
possiamo vivere in santa pace nonostante i difetti, i fallimenti,
gli scacchi; l’unico vero male è il peccato, che ci separa da Dio ma
che se detestato viene perdonato. Il mondo ci obbliga a fingere di
essere quel che non siamo e non possiamo essere, data la nostra
natura caduca a limitata, soggetta alla corruzione del corpo e alle
cattive inclinazioni dell’anima. Il Vangelo ci esorta ad essere ciò
che siamo, sicuri di essere amati da Dio, nonostante i nostri
limiti, purché abbiamo la buona volontà di “fare il bene e fuggire
il male”.
● L’amore di Dio
è gratuito, non ci è dovuto. Le nostre miserie, se combattute, ci
attirano la misericordia di Dio. S. Bernadette Soubirous ha detto:
“il peccatore è colui che ama il peccato e vuole restarvi”. Questa
cattiva volontà ci separa da Dio nel tempo e, se si muore in tale
stato, per l’eternità. Invece basta avere la buona volontà di fare
il bene e purificarsi dal male per vivere in grazia di Dio, uniti a
lui, amati da lui e pieni di Fede, Speranza e Carità verso di lui. È
lo sguardo amorevole e misericordioso di Dio che ci libera da questo
assillo mondano di dovere essere o, meglio, di apparire i migliori
ad ogni costo in tutti i campi. Tuttavia il Vangelo non ci invita
all’inerzia, ma allo slancio libero verso la santità e l’unione con
Dio. Egli vuole darcela purché la vogliamo liberamente anche noi, ma
nella pace e serenità, senza sforzi di testa, come se dipendesse
soprattutto da noi. Queste sono le due ali per volare verso Dio:
l’accettazione di sé e la fiducia nella misericordia divina, che
vuole e può aiutarci a farci santi.
● Attenzione ad
evitare un falso modo quietistico di intendere l’accettazione di sé.
Non dobbiamo restarcene con le mani in mano, fissi nei nostri
limiti. No! Possiamo e dobbiamo migliorarci, tendere alla santità.
Ma nello stesso tempo non dobbiamo farci paralizzare dalla paura
di non valere agli occhi di Dio. Niente di più falso. Accettare
se stessi significa vedere le proprie deficienze ma anche le qualità
che Dio ci ha dato, far fruttificare queste ultime e cercare di
migliorare le prime, senza fretta, ansia, frenesia tutta umana e
naturalistica. Dobbiamo sviluppare le nostre capacità con l’aiuto di
Dio e far tesoro delle nostre miserie per attirare la Misericordia
divina (“Abissus abissum invocat”). La santità, però, non va
confusa con la perfezione esteriore, affettata, farisaica, cui non
corrisponde quasi nulla di interiore; non va confusa neppure con
l’impeccabilità e neanche con il mito del super-uomo. Santità è la
possibilità di avanzare sulla via di Dio, di crescere spiritualmente
nell’amore soprannaturale che presuppone la Fede teologale,
sostenuti e spinti dalla grazia divina. Questo è accessibile a
tutti, ma molti non lo vogliono e quindi non lo ottengono. Non tutti
hanno la stoffa dello scienziato, dello scalatore, dell’eroe, ma
tutti hanno da Dio la capacità di farsi santi. Nella terza parte
vedremo l’accettazione della sofferenza.
d. CURZIO NITOGLIA
2 aprile 2012
http://www.doncurzionitoglia.com/pace_anima2.htm
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