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TERZA PARTE
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L’accettazione della sofferenza
● Il principio fondamentale è lo stesso: dobbiamo accettare gli
avvenimenti spiacevoli come i lati sgradevoli e i difetti della
nostra persona. Se ci rivoltiamo o facciamo finta di non vedere il
male che sta di fronte a noi, perdiamo la pace. Se invece lo
accettiamo e lo sublimiamo con la Fede e la Carità soprannaturale,
diventa un ottimo mezzo di riscatto e redenzione, unito al
Sacrificio di Cristo. La realtà va accettata integralmente, sia
quella piacevole che quella spiacevole. Ciò non significa passività
di fronte alle avversità, ma accettazione piena e positiva di esse
per amor di Dio. Per arrivare a ciò è necessaria una grande Fede
nella Provvidenza divina che da ogni male è capace di trarre un bene
maggiore.
● Ciò che fa più male non è tanto la sofferenza in sé (che già è
pesante), ma il rifiuto ostinato di essa. Infatti al dolore presente
ne aggiungiamo un altro: la nostra ribellione impotente, il
risentimento, l’impazienza, che ci tolgono la pace dell’anima,
mentre il dolore ci aveva toccato nel corpo soltanto. Invece una
sofferenza amata non è più una semplice e pura sofferenza, ma un
sacrificio di amore fatto a Dio, che ci purifica spiritualmente. Il
rifiuto sistematico di ogni sofferenza è irrealistico e significa
rifiutare di vivere, poiché la vita è fatta di gioie e dolori. Non è
sano sognare o immaginare una vita fatta solo di gioie e piaceri,
bisogna essere realisti e accettare la lotta e il dolore come parte
integrante (non esclusiva) della vita. Dobbiamo prendere
coraggiosamente la nostra croce sulle nostre spalle, facendoci
aiutare dalla Onnipotenza misericordiosa e ausiliatrice di Dio; solo
allora l’amarezza della croce si trasformerà in dolcezza, il
tormento in pace. Gesù ce ne ha dato l’esempio: “Dio mio perché mi
hai abbandonato?”; “Reclinato il capo emise il suo spirito”. “Per
crucem ad lucem”.
● La vera vita è così come è, non così come la sogniamo. La prigione
che ci rende insopportabile la prova è la nostra cattiva volontà che
non vuole uniformarsi alla realtà e alla Volontà divina. Purtroppo
l’egoismo, l’amor proprio, l’orgoglio sono un retaggio del peccato
originale che noi tutti possediamo. Essi ci rendono difficile uscire
fuori da noi stessi, non restare prigionieri dei nostri limiti
mentali, ma elevarci sino a Dio facendo la sua Volontà.
● Un altro problema è il non capire il perché della sofferenza; non
tutto è alla nostra portata. Se abbiamo la Fede ci fidiamo della
Provvidenza anche quando calca la sua mano su di noi. Per esempio,
quando vado dal dentista e trapana il mio dente mi fa male, ma mi
fido di lui perché so che lo sta facendo per la mia guarigione.
Ebbene lo stesso, a maggior ragione, vale per Dio. Ma noi non ci
fidiamo, praticamente e implicitamente, di Lui e abbiamo paura dei
colpi di scalpello con i quali leviga la pietra grezza che siamo per
fare di noi una pietra preziosa del Regno dei Cieli. Solo chi
abbandona le sicurezze o “assicurazioni” di questo mondo potrà
appoggiarsi con perfetta tranquillità alla Provvidenza di Dio, la
quale non crolla mai. Di fronte al dolore è inutile cercare di
capire il perché nei minimi dettagli; ci basti sapere che Dio si
serve di esso per l’affinamento spirituale nostro e che “è bene per
l’uomo attendere in silenzio la salvezza del Signore” (Geremia, III,
26).
● Un punto particolarmente difficile è accettare le sofferenze che
ci vengono dagli altri. Infatti se siamo riusciti a capire che gli
avvenimenti naturali sono permessi da Dio, ci resta più ostico
capire e accettare che anche le azioni scorrette del prossimo sono
permesse da Dio per il nostro bene. Dio non vuole la scorrettezza
del prossimo, ma la permette nei nostri confronti affinché noi la
accettiamo e Gliela offriamo con amore. Certamente è lecito e anzi
doveroso cercare di far riflettere chi si comporta scorrettamente
affinché si corregga. In casi di estrema necessità è doveroso
difendersi e difendere il più debole dall’ingiusto aggressore:
essere pacifico significa stare in pace o in ordine con Dio e con se
stessi, non significa pacifismo, ignavia, viltà.
● Tuttavia tra noi uomini vi sono delle differenze di carattere, di
mentalità, di educazione, di cultura. Certe volte gli attriti che
capitano tra noi e coloro che ci vivono accanto non dipendono dalla
cattiva volontà di nuocere, ma da difetti di educazione e di
comportamento in genere. Di fronte a diversità di carattere dobbiamo
sopportare chi ne ha uno diverso dal nostro come a nostra volta
vogliamo essere sopportati dagli altri. Non dobbiamo emettere
giudizi morali. Per esempio se noi siamo ordinati e un nostro
collega è disordinato per carattere, non dobbiamo vedere in questo
suo difetto una cattiva volontà.
● Invece se qualcuno ci vuol far del male, sostanzialmente non ci
priva di nulla spiritualmente, potrà ferire la nostra sensibilità,
ma con l’aiuto della Fede possiamo sopportare e superare tale prova.
L’amore di Dio resta nella nostra anima, e questo è l’essenziale.
Solo il nostro peccato, la nostra cattiva volontà ci priva della
presenza di Dio. Il resto è secondario. Dobbiamo restare uniti a
Dio, vivere assieme a Lui e dimenticare i torti ricevuti, rimettendo
tutto al Suo Giudizio.
● Quel che avviene attorno a noi non ci toglie la grazia di Dio e
non deve turbare la nostra pace. Potrebbe crollare anche il mondo,
ma solo la mia cattiva volontà può privarmi della presenza di Dio se
aderisce al male morale. Quindi il rimedio ad ogni traversia
esteriore è continuare a credere in Dio, sperare nel suo soccorso e
amare la sua Volontà anche quando è crocifiggente. Se al contrario
ci preoccupiamo di tutto ciò che non funziona come noi vorremmo
attorno a noi, allora cominciamo a diventare inquieti, tristi,
scoraggiati, senza pace e tutto ciò influisce negativamente sulla
nostra vita spirituale.
● Il male vero non è fuori di noi, ma dentro noi. Solo il nostro
peccato ci nuoce. Quello che fanno gli altri può dispiacerci,
addolorarci, ma non ci priva di Dio sino a che non penetra nella
nostra volontà. Dobbiamo prima occuparci della nostra conversione e
santificazione, poi potremo pensare a quella degli altri, ma senza
inquietudine, acidità, asprezza. Gesù è stato perseguitato, si è
difeso, ha sofferto, ma non si è lasciato turbare dalla malizia
altrui, ha continuato ad amare perché la sua anima umana era piena
di uniformità alla Volontà del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo. Gesù non si è fermato sui difetti e le malizie del prossimo,
certamente le ha condannate quando veniva interrogato, ma poi le ha
superate con l’amor di Dio.
d. CURZIO NITOGLIA
12 aprile 2012
http://www.doncurzionitoglia.com/pace_anima3.htm
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