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La teoria
●La meditazione o orazione
mentale, in cui si riflette con l’intelletto illuminato dalla Fede
su Dio, Lo si ama con la volontà infiammata dalla Carità e si
colloquia con Lui, è mezzo infallibile se la si fa ogni giorno,
anche soltanto per una ventina di minuti, per perseverare in Grazia
di Dio, avanzare in santità e salvarsi l’anima. S. Ignazio da Loyola
nei suoi Esercizi spirituali ci insegna vari modi di fare orazione
mentale. L’importante è farla sempre, poco ma sempre, pian piano si
giunge sulla vetta. “Nihil violentum durat”, dicevano i nostri
Padri.
●Purtroppo l’esperienza
insegna che coloro i quali fanno gli Esercizi spirituali imparano sì
a meditare ma solo pochi poi, tornati a casa, perseverano nel
meditare tutti i giorni. Poco ma sempre è il segreto di riuscita.
Infatti si sbaglia sovente per eccesso: troppa orazione mentale i
primi mesi, e poi più nulla, oppure per difetto: molta incostanza e
discontinuità. Invece occorre farla sempre possibilmente una
mezz’ora al dì, se non si riesce a mantenere la mezz’ora, bisogna
continuare tutti i giorni, anche più brevemente, purché non si
abbandoni la regolarità e poi il tutto.
●Uno degli ostacoli che
s’incontra nella perseveranza nella meditazione è il sopportarla, il
non amarla, il non viverla, il non parlare con Dio, vederla come un
peso e non come una bella “chiacchierata” che si fa con il nostro
miglior amico, l’unico che non tradisce mai, al quale si può dire
tutto, il quale ci ascolta e ci risponde, se siamo abbastanza
raccolti per sentirLo, e soprattutto l’unico che può risolvere ogni
nostro problema, poiché è Onnisciente, Onnipotente ed Amore
infinito.
●S. Alfonso Maria de’ Liguori in una sua
celeberrima opera (Modo di conversare con Dio), scritta a Napoli nel
1753, afferma: «è un inganno pensare che trattare con Dio con gran
confidenza e familiarità sia mancare di rispetto alla sua Maestà
infinita».
Il Santo ci insegna, nel corso del suo libro, a parlare cuore a
cuore con Dio, come un amico parla ad un amico. In quest’articoletto
cerco di far intendere che meditare o contemplare (orazione mentale
accompagnata da intenso amore soprannaturale verso Dio) sia cosa
facile per ogni cristiano, basta metterci un po’ di buona volontà e
con la Grazia di Dio, che non è negata a nessuno, vi si riesce
facilmente, tutti i giorni sino alla fine di nostra vita per entrare
poi in Cielo. Lo stesso Santo partenopeo diceva: “Chi prega si
salva, chi non prega si danna. Tutti coloro che stanno all’inferno,
non vi sarebbero se avessero pregato” (Del gran mezzo della
preghiera).
●Parlare alla familiare
con Dio è, perciò, oltre la buona volontà, l’impegno costante anche
se breve nella pratica della meditazione, la via maestra per
contemplare ogni giorno e farlo con frutto, sia nell’aridità che
nella consolazione. Un altro inciampo è quello di lasciare la
pratica della meditazione quando non si prova più nessuna
consolazione spirituale. Il metodo o “la piccola via dell’infanzia
della preghiera” insegnataci da S. Alfonso aiuta notevolmente le
anime, anche le più semplici e piccole ad elevarsi a Dio, mediante
il famoso “ascensore” di cui parlava S. Teresina del Bambin Gesù
nella sua “piccola via dell’infanzia spirituale”.
●Cerchiamo, allora, con S. Alfonso di
«trattare con Dio coll’amore il più tenero e confidente che ci sia
possibile. […]. Egli gode che noi trattiamo con Lui con quella
confidenza, libertà e tenerezza, con cui trattano i fanciulli colle
loro madri».
Chi non è capace di parlare con sua madre? chi si annoia? Chi non ne
sente la necessità e il bisogno di uno sfogo? La sola parola “Mamma”
ci riempie di amore e commozione, ebbene così deve essere con Gesù.
“Jesu dulcis memoria, […] sed super mel et omnia eius dulcis
presentia” cantava S. Bernardo di Chiaravalle.
●S. Alfonso cita Isaia
(LVI, 12) il quale ci ha rivelato, ispirato da Dio, che “come una
madre si rallegra di mettersi sulle ginocchia suo figlio, di
accarezzarlo e nutrirlo così Dio gode di trattare colle anime sue
dilette”. Anzi l’amore di una madre per suo figlio è infinitamente
inferiore a quello di Dio per le anime, poiché Dio Creatore è
infinito e la madre è soltanto una creatura finita.
●Perciò, lungi dal pensare che trattare
cuore a cuore o familiarmente con Dio sia mancare di rispetto,
dobbiamo essere certi che «a Dio dispiace la diffidenza di quelle
anime che di cuore l’amano e che Egli ama. Sicché se vogliamo
compiacere il Suo Cuore amoroso, trattiamoLo da oggi in poi colla
maggior confidenza e tenerezza che ci sia possibile».
Il Libro sacro dei Proverbi (VIII, 31) ci rivela che «il Paradiso di
Dio è il cuore dell’uomo». E S. Alfonso commenta: «Dio ci ama?
Amiamolo! Se la Sua delizia consiste nello stare assieme a noi, il
nostro piacere deve essere di stare assieme a Lui».
Il rapporto tra l’anima e Dio deve essere di conoscenza più amore,
di reciprocità e di convivenza (S. Tommaso, Somma Teologica). Dio è
realmente presente nell’anima del giusto per essere da lui sempre
più conosciuto, amato e pregato e poter infine convivere. Come si
vede la meditazione alla familiare con Dio è la conclusione logica
dell’inabitazione di Dio nell’anima dell’uomo, tramite la Grazia
santificante. Se credessimo non solo in astratto o speculativamente,
ma anche praticamente e concretamente all’inabitazione della SS.
Trinità nella nostra anima, non potremmo fare a meno di parlarLe con
tutta la fiducia e la tenerezza che un figlio ha verso i suoi
genitori (v. Suor Elisabetta della SS. Trinità).
●Coraggio, dunque, ci dice il Nostro Santo
«Prendiamo l’abitudine di parlarGli da solo a solo, familiarmente, e
con fiducia ed amore come ad un nostro amico, il più caro che
abbiamo e che più ci ama».
Non abbiamo bisogno dello yoga, dello zen, dello psicologo se
davvero parliamo con Dio cuore a cuore. Invece «è un grande errore
trattare con Dio con diffidenza e voler comparire alla Sua presenza
come uno schiavo timido e vergognoso ed ancor maggiore è l’errore di
pensare che la meditazione non sia che noia ed amarezza».
Il Giansenismo, figlio del Protestantesimo ci ha abituati a questa
grigia mancanza di fiducia amorosa nella Provvidenza divina. La
dottrina cattolica ha condannato sia l’uno che l’altro. Quindi
teniamocene alla larga.
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La pratica
●Veniamo alla pratica: «altro non ci si
domanda che, senza tralasciare i nostri doveri di stato, facciamo
verso Dio quello che facciamo abitualmente, nella vita quotidiana
verso gli uomini che ci amano e che noi riamiamo. Il nostro Dio sta
dentro di noi. Non c’è portiera per chi desidera parlarGli; anzi Dio
gusta che ci tratteniamo confidenzialmente con Lui».
●Ma di cosa dovremmo parlare con Dio?
Semplice, risponde S. Alfonso: «ParliamoGli dei nostri affari, dei
nostri disegni, delle nostre pene, dei nostri timori, e di tutto
quel che ci appartiene, ma col cuore aperto».
Non è necessario parlarGli di alta Teologia, dei “massimi sistemi”,
no! Sono le cose quotidiane, che fanno parte della nostra vita
abituale, che dobbiamo e possiamo esporGli.
●«DiciamoGli quel che ci occorre, non Lo
consideriamo come un Principe altero, il quale vuol trattare solo di
grandi cose e con grandi personaggi, ma come un carissimo amico.
Egli si compiace di abbassarsi a parlare con noi, e gode che noi Gli
comunichiamo i nostri affari più minuti e “triviali”».
Ad esempio conoscevo un vecchio notaio molto distinto ed avanzato in
santità, il quale soffriva (con rispetto parlando) di “emorroidi”,
ma non ha osato dirlo a nessuno, neppure alla moglie, me lo confidò
verso la fine della sua vita e mi disse che ne parlava con Dio, del
quale soltanto non si vergognava. Ebbene se abbiamo qualche problema
che possa sembrarci “delicato” (ognuno ha il suo carattere),
parliamone a Dio e ci aiuterà, senza trascurare le cause seconde
delle quali Dio vuole servirsi come di strumenti. «Scopriamogli,
dunque, con libertà tutto il nostro interno, e preghiamoLo che ci
guidi a fare perfettamente la Sua Volontà. […]. FacciamoGli sapere
tutti i pensieri che ci tormentano, di timore, di tristezza…».
●Anche quando «noi riposiamo, Egli non ci
lascia, e pensa sempre a noi, affinché, quando durante la notte ci
svegliamo, Egli ci possa parlare colle sue ispirazioni e possa
ricevere da noi qualche atto d’amore, di offerta, di ringraziamento,
per mantenere con noi, anche in quelle ore di notte, la sua dolce
conversazione».
Chi soffre d’insonnia cerchi di parlare dolcemente con Dio e
ritroverà la pace del cuore ed anche “il sonno, il quale è come una
farfalla, se la lasci posare dolcemente sul braccio vi rimane, se ti
muovi bruscamente per prenderla vola via”, oppure come la gloria, la
quale “più la cerchie più ti fugge, più la fuggi e più ti cerca” (S.
Bernardo di Chiaravalle). Attenzione in cappella la mattina presto!
Occorre esser desto.
●Se la desolazione «dura troppo e ci
affanna, uniamo le nostre preghiere a quelle di Gesù sulla Croce e
diciamoGli: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Però ciò
non ci serva per abbatterci maggiormente, pensando che non meritiamo
l’aiuto di un Dio d’infinita maestà, ma al contrario per ravvivare
maggiormente la nostra fiducia, sapendo che Dio permette tutto anche
il male per il nostro maggior bene. E così mettiamoci l’animo in
pace, sapendo che mai nessuno, il quale ha sperato in Dio, è stato
abbandonato e diciamoGli: “nelle Vostre braccia io mi abbandono”, in
Voi mi riposo e sempre mi riposerò, a Voi, dunque, soprattutto
lascio la cura della mia salvezza eterna».
●Il Salmo (I, 1) ci insegna divinamente: “
Sentite de Domino in bonitate”. Ossia Iddio, mediante Davide, ci
ammaestra ad aver «più confidenza nella Sua Misericordia che timore
della Sua Giustizia, perché Dio è immensamente più inclinato a
beneficare, che a castigare, come rivela S. Giacomo: “Superexaltat
Misericordia Judicium”(II Ep., II, 13)».
●Se commettiamo qualche difetto «non
vergogniamoci di andare subito ai Suoi piedi a chiederGli perdono.
Egli promette di accogliere quell’anima, che l’ha lasciato, subito
ch’ella ritorni alle Sue braccia. Oh intendessero i peccatori con
quanta pazienza il Signore li aspetta, il desiderio che ha, non già
di castigarli, ma di vederli convertiti per abbracciarli e
stringerli al Suo cuore!».
●S. Alfonso ci invita a «ricorrere subito
a Dio dopo le nostre infedeltà, ancorché le replicassimo cento volte
il giorno, e di metterci subito in pace dopo le cadute e il ricorso
fatto al Signore».
Inoltre occorre che «procuriamo di parlare, quanto più spesso
possiamo, con Lui continuamente e con tutta la fiducia possibile,
poiché Egli non disdegnerà di risponderci e di parlarci con voci ben
intelligibili all’anima, allorché ci saremo staccati dal conversare
colle creature per trattenerci a parlare da solo a solo col nostro
Dio».
●Se riusciamo veramente a
farci amico Gesù e a parlare con Lui, come facciamo coi nostri
amici, allora la meditazione non solo non ci peserà, ma diverrà
qualcosa di cui non possiamo fare a meno, come l’aria che
respiriamo. Che S. Alfonso e la Madonna SS., Mediatrice di ogni
Grazia, ci ottengano dallo Spirito Santo, il Perfezionatore e il
Santificatore, la forza di “gridare con gemiti ineffabili: Abba,
Pater!” (San Paolo).
d. CURZIO NITOGLIA
25 gennaio 2012
http://www.doncurzionitoglia.com/pregare_familiarmente_con_dio.htm
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