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«Il profeta annunzia anche il futuro”, pure se “secondariamente”
in quanto principalmente “parla in nome di Dio”. Quindi
Profezia significa parlare a nome di Dio ed inoltre predire il
futuro» (F. Spadafora).
“Profezia” ‘in senso lato’ significa soltanto “parlare in vece o
a nome di un altro”, mentre «‘in senso più ristretto’ la
profezia è la manifestazione di cose occulte agli uomini, ed ‘in
senso specifico’ è la predizione certa e determinata di
un evento futuro» (S.
Garofalo).
*
Monsignor Antonino Romeo
Nato a Reggio Calabria l’8 giugno del 1902, studiò a Friburgo in
Svizzera ove apprese correttamente il tedesco e il francese. Per la
teologia è fu alunno del Seminario Regionale San Pio X di
Catanzaro e fu ordinato sacerdote il 20 dicembre 1924. Poi espletò il
corso completo al ‘Pontificio Istituto Biblico’ di Roma dal
1924 al 1927, anno in cui fu nominato professore di S. Scrittura
presso il Seminario Regionale di Catanzaro, ove rimase sino al 1934;
dal ‘34 al ‘38 fu Pro-Vicario Generale di Reggio Calabria. Nel 1938
iniziò la sua attività nella Curia romana presso la S.
Congregazione per i Seminari e le Università sino al 1972, quando
si ritirò nel Seminario di Reggio Calabria ove morì il 22 settembre
del 1979. Fu professore di S. Scrittura di mons. Francesco Spadafora,
il quale lo ricordò in un commovente articolo su “Palestra del
Clero” (n.° 21, 1979, pp. 1321-1327). Il metodo scientifico del
Romeo era basato sullo studio della filologia, delle fonti e delle
scienze ausiliarie sotto la interpretazione comune della Tradizione o
dei Padri ecclesiastici. Egli, come scrive nella sua commemorazione
Spadafora, era contrario alle «inutili e vanitose “specializzazioni”,
che limitano il campo e spesso accecano, rendendo stolti, e quasi
sempre ignoranti di tutto il resto». Tra le sue opere sono da
enumerare Dio nella Bibbia, nel volume Dio nella ricerca
umana, a cura di Giuseppe
Ricciotti, Roma, Coletti, 1950 (pp. 257-415); Il Giudaismo,
nel volume Le Religioni nel mondo, Roma, Coletti, 1946; la
monografia sul Sacerdozio, nella Enciclopedia sul
Sacerdozio, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1953 (pp.
289-579); il trattato sulla Ispirazione, nel volume scritto
assieme a F. Spadafora - D.
Frangipane, Il Libro Sacro, Padova, Il Messaggero, 1959
(pp. 55-190); la traduzione e commento dell’Apocalisse, ne
La Sacra Bibbia a cura di S. Garofalo, Torino, Marietti, 1960, 3° vol., pp. 763-861.
«Egli preparava un grande commento all’Apocalisse» quando la morte lo
colse a 77 anni. Storica è la sua confutazione dell’articolo di padre
Alonso Schökel, Dove
va l’esegesi cattolica? in “La Civiltà Cattolica”, 3
settembre 1960, pp. 449-460, «undici pagine di affermazioni gratuite,
quasi un proclama innovatore» (F.
Spadafora, ivi). La confutazione di mons. Romeo apparsa
su “Divinitas” diretta da mons.
Antonio Piolanti, n° 4,
1960, pp. 378-456, consta di ben 78 pagine ricchissime di citazioni e
riscontri. Nel 1960 assieme allo Spadafora fece allontanare dal ‘Pontificio
Istituto Biblico’ due gesuiti neomodernisti (v. sotto), ma col
Pontificato di Paolo VI, questi furono immediatamente reintegrati
nell’insegnamento senza nessuna correzione o nota “previa”. Secondo
mons. Romeo, l’esegeta, specialmente se è sacerdote, «non è un mero
filologo, ma anche un teologo».
Invece la esegesi neomodernista è «basata sul disprezzo o la
trascuranza della Tradizione, dei tesori di sapienza e di conoscenza
lasciatici dai Padri».
Mons. Romeo ci ha lasciato numerosi articoli sulla “Enciclopedia
Cattolica” (Città del Vaticano, 12 voll., 1949-53) tra i quali
Tradizione (XII, coll., 397-401), Anticristo, (I, coll.,
1433-1440), Satana e Satanismo (X, coll., 1948-1961).
Monsignor Francesco Spadafora
Mons. Francesco Spadafora nacque a Cosenza il 1° gennaio 1913; frequentò
il Seminario Regionale “San Pio X” di Catanzaro, allora affidato
alle cure di ottimi Gesuiti; fu ordinato sacerdote a 22 anni il 10
agosto 1935. Conseguita la licenza in teologia presso la ‘Facoltà
Teologica di Posillipo’ (1935-1936), frequentò dal 1936 al 1939 il
‘Pontificio Istituto Biblico’ dal quale uscì con la laurea in Scienze
Bibliche. Fu professore di Sacra Scrittura nei Seminari Regionali di
Assisi e Benevento finché nel 1950 fu chiamato ad insegnare in Roma al “Marianum”
e poi, nel 1956, alla Pontificia Università Lateranense. Godette della
fiducia del Prefetto del Sant’Uffizio, card. Alfredo Ottaviani, che era
solito consultarlo sui libri di esegesi in esame presso quella Sacra
Congregazione. Indetto il Concilio Vaticano II, fu perito per la Sacra
Scrittura nella Commissione preparatoria per gli Studi e i Seminari, ove
lavorava anche il suo vecchio Maestro mons. Romeo. Autore di più di 30
volumi
e di centinaia di saggi specialistici su riviste altamente scientifiche;
segretario dell’Associazione Biblica Italiana, mons. Spadafora fondò e
diresse per cinque anni la Rivista Biblica, collaborò a
Palestra del Clero, a L’Osservatore Romano,
a Divinitas, a Renovatio ed altre riviste; fu redattore
della Bibliotheca Sanctorum e curò più di 100 voci dell’Enciclopedia
Cattolica riguardanti il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Assieme a mons. Antonino Romeo combatté l’esegesi modernista, che si era
infiltrata nel “Biblicum” tra gli anni 1950 e 1960 in palese
opposizione con gli scopi per i quali quell’Istituto era stato
progettato da Leone XIII e realizzato da San Pio X. Mentre mons. Romeo
dalle pagine di Divinitas (n° 4, 1960, pp. 378-456) denunziava e
combatteva, con l’articolo L’enciclica “Divino afflante Spiritu” e le
opiniones novae, la svolta rovinosa del Pontificio Istituto Biblico,
Mons. Spadafora, nell’articolo Rm. V, 12: esegesi e riflessi dogmatici
(Divinitas 4, 1960, 289-298), dimostrò che il gesuita
Lyonnet, oltre ad addurre inconsistenti argomenti filologici, non teneva
in nessun conto il Magistero Infallibile della Chiesa e richiamò
l’attenzione sul dovere dell’esegeta cattolico di tener sempre
presente il Magistero e i Padri della Chiesa allorché questi hanno
dato l’ interpretazione autentica di un testo attinente al dogma o alla
morale. Nel conflitto, che si configurava gravissimo, anche perché
coinvolgeva la ‘Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università’
(mons. Romeo), la Pontificia Università Lateranense (mons. Spadafora) e
il ‘Pontificio Istituto Biblico’ (Stanislao Lyonnet S.J.), intervenne il
Sant’ Uffizio che, dopo approfondito esame, sentite le due parti,
condannò il gesuita Lyonnet e il suo confratello Zerwick allontanandoli
da Roma e dall’insegnamento. Due anni dopo, però, Paolo VI, appena
eletto, richiamò a Roma gli “esiliati” e li reintegrò nell’ insegnamento
al Biblico, senza altra ragione che il suo personale filomodernismo e
senza nessuna ritrattazione da parte loro. Fu il tacito avallo dato da
papa Montini alla “nuova esegesi” modernistico-razionalista, con il
conseguente trionfo dei biblisti “novatori”. Da allora l’interpretazione
ereticale di Rm. V, 12 propugnata dal Lyonnet con la negazione
del peccato originale ha tenuto il campo. Mons. Spadafora non fu solo
uno studioso, ma anche un apostolo e un sacerdote dalla fede tanto
semplice quanto profonda, impegnato specialmente nella direzione
spirituale delle suore. Tra l’altro fu direttore spirituale di suor
Elena Aiello, la “monaca santa”, ora beata, e un vero padre spirituale
per le suore Discepole del Cenacolo di Velletri, fondate da don
Francesco Putti, presso le quali visse gli ultimi 10 anni della sua vita
(†10 marzo 1997).
L’esegesi cattolica contro
quella neomodernisica
Leone XIII
nell’enciclica Providentissimus insegna che «le Scritture sono
spiegate senza alcun pericolo da questi uomini che hanno la successione
apostolica, come già insegnò S. Ireneo (Adv. haer., IV, 26.5)»
e quindi nei passi della Bibbia che riguardano la Fede e la Morale «è da
ritenere per vero senso della Sacra Scrittura, quello che ha sempre
tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa […]; pertanto a nessuno è lecito
interpretare la S. Scrittura contro questo senso o contro l’unanime
consenso dei Padri».
Pio XII
nell’enciclica Divino afflante Spiritu, riprendendo la
Providentissimus, insegna e specifica che «gli esegeti della
S. Scrittura […] terranno conto delle spiegazioni e dichiarazioni del
Magistero ecclesiastico, come pure delle esposizioni dei Padri della
Chiesa».
Mons. Francesco Spadafora ,
contro i neomodernisti, che volevano tirare la Divino afflante
dalla loro parte scrive: «evidentemente si deve interpretare la
Divino afflante alla luce di questo contesto [Providentissimus
di Leone XIII e Spiritus Paraclitus di Benedetto XV], nella
linea dell’insegnamento chiaramente espresso in tutti gli altri
documenti pontifici, ai quali Pio XII rimanda esplicitamente [sette anni
dopo nella Humani generis del 12 agosto 1950]».
La frase che i neomodernisti, come insegnano mons. Romeo e Spadafora,
cercano di sfruttare al massimo, isolandola dal contesto della Divino
afflante, per sminuire il valore del consenso unanime dei Padri o
della Tradizione cattolica, suona così: «nelle norme date dalla Chiesa
si tratta della dottrina sulla Fede e i Costumi e tra le tante cose
contenute nei Libri Sacri […], poche sono quelle, di cui
la Chiesa con la sua autorità ha dichiarato il senso, né in maggior
numero si contano quelle, intorno alle quali si ha l’unanime consenso
dei Padri».
Spadafora ironizza su «questi [esegeti] che amano dirsi “progressisti” e
si identificano con […] i martiri del lavoro, per il bene della Chiesa;
nessuno deve osare criticarne gli scritti; chi osa farlo viene subito
identificato con quegli zelanti che si adombrano di qualsiasi novità,
per il semplice fatto delle “novità”; e viene subito redarguito
quale figlio disobbediente della Chiesa, perché in netto contrasto con
l’enciclica Divino afflante, la sola enciclica (e quanto
malamente interpretata!) da costoro citata e messa innanzi: nessuno può
togliere ad essi la “libertà dei figli di Dio”, loro largita dalla
Divino afflante […]. Mentre l’esegeta non può attribuire alla
pericope che esamina, un senso diverso da quello che tenne e tiene la
Santa Madre Chiesa: senso che risulta dai documenti del magistero
straordinario, ordinario e dal consenso unanime dei Padri».
Ma ecco l’escamotage dei neomodernisti: «il principio può essere
conservato, ma nel museo, per il passato. Oggi, impedirebbe ogni
progresso scientifico [“la teologia consiste nel riflettere e non
solo nel ripetere”]. Ecco infatti la precisazione [sfruttata dai
novatori]: “solo pochi” sono i casi in cui bisogna ricordare il
principio. Nessuno se ne occupi dunque, e praticamente si proceda
badando solo alla filologia e alla critica [senza tener conto del
Magistero e del consenso dei Padri]. Se ci si è affrancati dalla
dottrina definita dai Concili ecumenici, Tridentino e Vaticano I, è
inutile aggiungere che viene completamente ignorato “l’unanime
consenso dei Padri”, dopo quel “non plura” [“né in maggior
numero”] messo lì dall’enciclica! Come se vi fosse un ‘enchiridion’
con i brani il cui senso è dato concordemente dai Padri!».
Qualcuno (Cornely, Durand) ne enumera 20 circa o addirittura non più di
12, ma Spadafora dissente chiaramente da costoro. Infatti scrive:
«invece è compito dell’esegeta cattolico, quando si tratta di pericope
che tocca il dogma e la morale [e l’oggetto di cui tratta il Libro Sacro
lo è; infatti è ridicolo voler asserire che non tocca la Fede il fatto
che l’Apocalisse parli solo del passato] assicurarsi se c’è un senso
già dato con morale unanimità dai Padri».
Ad esempio, per quanto riguarda il fatto che l’Apocalisse parla della
storia umana sino alla fine del mondo, questo consenso c’è: si consulti
Cornelius a Lapide e si
trovi un solo Padre greco o latino che lo neghi. Quindi l’esegeta deve
attenervisi e non ignorarlo o innovare dicendo “nova et non nove”.
Continua Spadafora: «è proprio questo che mons.
Antonino Romeo ha affermato
e dimostrato nel celebre articolo L’enciclica “Divino afflante
Spiritu” e le “Opiniones novae”, in “Divinitas” n° 4, 1960, pp.
378-456. Tale articolo era una confutazione della tesi contraria,
proposta dal padre Alonso Schökel in La Civiltà Cattolica, 3
settembre 1960».
Mons Spadafora ricorda pure che papa
Paolo IV nella Professio
Fidei Tridentina del 13 novembre 1564 ha decretato: «accolgo la S.
Scrittura secondo quel senso che tenne e che tiene per fermo la Chiesa
[…], né mai la riceverò o la interpreterò se non secondo il consenso
unanime dei Padri» (DS 1863). Tale “Professione di Fede” è stata
ripresa dal Vaticano I con alcune aggiunte (DS 1869) e
San Pio X ha decretato che
i sacerdoti la pronunciassero solennemente sul Vangelo nel giuramento
antimodernista (Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910; DS 3546),
prima di ricevere i sacri Ordini, proclamando solennemente sotto forma
di giuramento in senso stretto: «riprovo quel modo di interpretare la S.
Scrittura che, lasciate da parte la Tradizione della Chiesa,
l’analogia della Fede e le norme della S. Sede, aderisce […] alla
critica testuale come regola unica e suprema». È chiaro che si
ammette dal Tridentino sino a Leone XIII, Benedetto XV e Pio XII la
liceità della critica biblica, ma subordinatamente alla Tradizione
della Chiesa, ossia al consenso dei Padri, e lo si giura sul
Vangelo, sotto pena di spergiuro e di peccato mortale.
L’opinionismo: essenza della
“nuova esegesi”
Hans Urs von Balthasar
(v. sì sì no no, 31 marzo 2010, pp. 5-6),
Jean Daniélou (Origène,
1949; v. sì sì no no, 31 gennaio 2010, pp. 1-4) ed
Eugenio Corsini (v. sì
sì no no, 28 febbraio 2007, pp. 1 ss.) con i loro seguaci, pensano
di evitare la condanna delle loro teorie. Per il primo, Cristo sarebbe
disceso dopo la sua morte all’inferno dei dannati e avrebbe riunito a Sé
ogni essere, compresi i dannati e i diavoli. Il secondo, invece,
asserisce che l’apocatastasi
mantiene tutto il suo valore essendo stata sostenuta anche da S.
Gregorio di Nissa (+ 394),
canonizzato e Padre della Chiesa e non solo da Origene semplice
“Scrittore ecclesiastico”. Per il terzo, infine, l’Apocalisse parla solo
del passato della Chiesa, sino alla morte di Cristo; egli si rifà
all’apocatastasi di Origene (+ 254), asserendo che la sua è una semplice
‘opinione’ e che è pronto a sottomettersi al giudizio della
Chiesa, la quale non si sarebbe ancora pronunciata in maniera
definitiva, su tali problemi. Come si vede tali tesi si potrebbero
definire pari pari col titolo di mons. Romeo: «opiniones novae».
Ora, l’apocatastasi è già stata condannata assieme all’origenismo nel
553 da papa Vigilio nel II Concilio di Costantinopoli e la totalità,
matematica e non solo morale, dei Padri ha interpretato l’Apocalisse
come rivelazione di ciò che avverrà nella storia umana sino alla
fine del mondo. Monsignor Pier
Carlo Landucci, scriveva che “Non si opina sulla
interpretazione unanime, e quindi infallibilmente certa, dei Padri della
Chiesa o sulla Fede della Chiesa espressa non solo positivamente, ma
anche in negativo tramite condanne di eresie mediante anatemi; invece
si crede loro, con assenso di Fede soprannaturalmente certa” (Cento
problemi di Fede, Roma, La Roccia, 1968).
S. Agostino
diceva: “In certis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”.
Ora, l’eternità dell’inferno e il carattere profetico e premonitore del
futuro sino alla fine del mondo dell’Apocalisse non sono “cose dubbie” o
“opinioni nuove”, ma verità infallibilmente certe. Onde si richiede
l’unità certa della Fede e non la diversità dubbia delle opinioni, che
in tal caso sarebbe eresia almeno materiale.
Il “Canone” della Bibbia e i
“Libri profetici”
“Canone” significa regola (“canòn”), ossia la collezione o il
catalogo di quei Libri che, essendo ispirati da Dio, sono regola della
verità assieme alla Tradizione. Quindi, un Libro Sacro è canonico se si
trova nel Canone e allora si è certi che è stato ispirato da Dio, con
conseguente inerranza, poiché la Chiesa lo ha riconosciuto come tale o
“canonico”.
Protocanonici
sono quei Libri sulla cui origine divina si ebbe il consenso unanime di
tutta la Chiesa sin dall’inizio.
Deuterocanonici
sono i Libri sulla cui ispirazione divina si ebbero delle dispute e dei
dubbi sino al secolo V. Tuttavia deutero (= secondo) non significa che
il Libro Sacro in questione è diventato ispirato o canonico solo in un
secondo tempo, ma che, anche se si discuteva sulla sua ispirazione
divina, esso era canonico sin dall’inizio e solo che gli Scrittori
ecclesiastici non ne erano tutti ben sicuri sino al V secolo.
L’Apocalisse è un Deuterocanonico; quindi se Origene dubitava della sua
ispirazione divina, essendo morto nel 254, non gli è imputabile a colpa,
perché la questione fu definita dalla Chiesa solo circa due secoli dopo.
Ora sia il Dizionario biblico di
Francesco Spadafora che il
Dizionario di teologia dommatica di
Pietro Parente, Antonio Piolanti,
Salvatore Garofalo insegnano che i Libri della Bibbia sono divisi
in Antico e Nuovo Testamento, e che l’Apocalisse è l’ultimo e 27° Libro
del N. T ed è un “Libro profetico”, anzi è “l’unico Libro profetico del
Nuovo Testamento” (S. Garofalo). Gli altri Libri Sacri sono Storici (i
Vangeli) e Didattici (le Epistole di S. Paolo e degli altri Apostoli:
Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda).
Mons. Spadafora spiega che
“il profeta annunzia anche il futuro”,
pure se “secondariamente” in quanto principalmente “parla
in nome di Dio”.
Quindi Profezia significa parlare a nome di Dio ed inoltre
predire il futuro; nulla di meno. Mons.
Garofalo spiega che
“Profezia” ‘in senso lato’ significa soltanto “parlare in vece o
a nome di un altro”, mentre «‘in senso più ristretto’ la profezia
è la manifestazione di cose occulte agli uomini, ed ‘in senso
specifico’ è la predizione certa e determinata di un
evento futuro».
Quindi non ci si può appellare a costoro (Spadafora, Romeo e Garofalo)
per avallare la tesi secondo cui un Libro profetico è soltanto un
parlare a nome di Dio e nulla di più. Si legga S. Tommaso
d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, qq. 171-174; De veritate,
XII. Se l’etimologia di profezia data dall’Angelico non è
filologicamente esatta, la definizione reale e teologica di essa è
esattissima e stupisce che si contesti persino l’autorità del Dottore
comune o Ufficiale della Chiesa. Non è, dunque, corretto appellarsi allo
Spadafora per fargli dire il contrario di quanto ha scritto, che cioè la
Profezia non parla affatto del futuro; mentre essa parla
anche del futuro, benché principalmente a nome di Dio.
Per quanto riguarda il Messia e il Messianesimo, esso è strettamente
connesso con la Profezia e il Profetismo. Infatti, L’AT in sostanza è la
storia del piano divino, che tende a liberare l’umanità dal peccato
originale. La liberazione o redenzione è affidata a un Messia nascituro
da una Vergine, atteso a lungo prima di apparire nel mondo: tutta la
storia dell’AT e di Israele è un tendere al Messia. Tuttavia, tale
liberazione sarà accompagnata da una lotta costante tra bene e male, Dio
e satana, e vi sarà un progressivo e altalenante tendere verso il male e
l’incredulità, che cesserà solo con la fine del mondo. Il Messia è un Re
pacifico, spirituale, discendente dalla stirpe di David, vi è in Lui
qualcosa di umano e di soprannaturale.
«Molto spesso l’attesa del Messia e del regno messianico sarà espressa
con un linguaggio ricco di metafore, di immagini o con riferimento a
situazioni e a realtà contingenti: le profezie dell’AT si servono di
questa veste provvisoria per esprimere realtà spirituali, future,
universali ed eterne. […]. Il conflitto tra il Messianismo di Gesù e
quello della massima parte di Israele fu alle origini della
incomprensione e del rifiuto che il popolo una volta eletto oppose
all’unico Messia inviato da Dio».
Il Vecchio Testamento è composto da 46 Libri, che costituiscono la prima
parte della Bibbia, mentre i 27 del Nuovo Testamento compongono la
seconda parte della Bibbia. Il Vecchio Testamento contiene la storia
dell’antica Rivelazione che preparava alla Nuova, cioè alla venuta del
Messia. Il Concilio di Trento (1546) ha consacrato definitivamente ed
infallibilmente l’ordine e la numerazione dei Libri sacri o canonici.
Essi sono Storici (il Pentateuco, 1380 a. C.) e Legislativi (da Giosuè
sino a Ester); Didattici o Sapienziali, per l’istruzione del lettore
affinché possa ottenere la sapienza divina (da Giobbe
all’Ecclesiastico); Profetici (i Profeti maggiori: da Isaia a Daniele; i
Profeti minori: da Osea a Malachia, che furono inviati da Dio a Israele
per predire i castighi futuri a causa della sua infedeltà e per
rafforzare la sua speranza se avesse fatto penitenza); infine vi è il
seguito dei Libri Storici (I e II dei Maccabei, II sec. d. C.). Il VT
forma una unità inscindibile col NT, di cui è l’ombra o la figura (I
Cor., X, 6-11); esso fu il “pedagogo” (Gal., III, 24) che
condusse la parte d’Israele fedele a Cristo, che era il fine del VT (Rom.,
X, 4). Il VT postula necessariamente il NT, che lo illumina e lo
compie con la piena e perfetta Rivelazione di Cristo (Ebr., I,
1-2). S. Agostino scriveva: “nel VT si nasconde il NT e nel NT si
manifesta apertamente il VT” (Quaest. In Haept., II, 73).
Come si può constatare, voler far passare l’Apocalisse per un libro
storico riguardante solo il passato è una favola “ad fabulas
autem convertentur” aveva predetto S. Paolo quanto al futuro.
d. Curzio Nitoglia
24 SETTEMBRE 2010
http://www.doncurzionitoglia.com/sana_esegesi_apocalisse.htm
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