|

III
Parte
L’errore filosofico
e l'eterodossia teologica rosminiana
*
Il sistema filosofico di
Rosmini
Antonio Rosmini
(+ 1885) ha voluto rinnovare la filosofia perenne, in crisi
dopo l’epoca illuministica, non approfondendola e servendosi
di essa per confutare la novità della modernità, ma tentando di
dialogare e non di combattere, con la filosofia moderna,
cartesiano-kantiana essenzialmente soggettivistica. Egli voleva
ammodernare e aggiornare o adattare la tradizione cattolica in
maniera eterogenea, tenendo conto delle nuove esigenze culturali
(Cartesio e Kant) e desiderava non uno scontro con la
modernità, ma un incontro tra cristianesimo e mondo moderno, contravvenendo all’ultima proposizione del Sillabo di Pio
IX secondo cui “il Papa non può e non deve venire a patti
col liberalismo, col progresso[ismo] e con il mondo moderno
[o filosofia della modernità]”. Invece, la sua filosofia si avvale
del ‘metodo sintetico’ kantiano, ossia opera una ‘sintesi’ tra
l’essere reale e l’essere ideale (“l’idea di essere”)
kantiano-idealista ed in ciò è un vero precursore del modernismo
classico, condannato da S. Pio
X, come spurio connubio di kantismo e dogma cattolico (Pascendi, 1907). Onde nel suo sistema filosofico il primato spetta -
cartesianamente - all’idea o alla teoria della conoscenza
(gnoseologia) e non alla realtà o metafisica dell’essere.
Infatti, anche per il Roveretano viene, cartesianamente, prima il
cogito e poi l’essere o il reale. L’essere rosminiano è chiamato
più giustamente “idea di essere”, poiché egli applica
all’essere dei concetti soggettivi o ‘a priori’. Come scrive
padre Battista Mondin,
Rosmini tentò «un difficilissimo dialogo con il pensiero
post-cartesiano, intrinsecamente immanentistico. […], un incontro
tra cristianesimo e mondo moderno. […] Diversamente da Aristotele e
S. Tommaso […], Rosmini ricorre al metodo sintetico, […] come
sintesi tra l’essere ideale e l’essere reale».
Inoltre «Rosmini ritorna alla tesi classica [dell’essere, nda], ma la ripropone in un nuovo contesto che è quello di Kant. […]
Rosmini è d’accordo sulla necessità che nella conoscenza ci sia un
elemento ‘a priori’, che egli riduce alla sola idea di essere».
In breve il rosminianesimo è un
miscuglio di realismo e idealismo, antesignano del tomismo
“trascendentale” o kantiano, di Joseph Maréchal e Karl Rahner, che
di tomistico non ha più nulla, tranne il nome. Tuttavia, mentre Kant
forniva alla conoscenza intellettiva un certo numero (dodici per
l’esattezza) di categorie soggettive o ‘a priori’,
l’idea di essere rosminiana è unica, innata nell’uomo e intuita da
lui.
Inoltre il Roveretano confonde ente ed essere, come fossero sinonimi
interscambiabili, onde capovolge la metafisica tomistica. Nega il
valore delle cinque vie tomistiche (riprese e definite
dogmaticamente dal Concilio Vaticano I, e perciò stesso
infallibilmente, come capacità reale dell’intelletto umano di
risalire - con certezza - dagli effetti creati alla Causa Increata e
Creatrice, DB 1806) quanto alla dimostrazione dell’esistenza di Dio,
per seguire l’argomento ontologico, che per S. Anselmo d’Aosta aveva
solo un significato spirituale-apologetico, mentre lui ne fa un
argomento filosofico in senso stretto e probante, passando dal
concetto di Dio alla sua esistenza, ossia dall’ideale
al reale. Per quanto riguarda gli attributi o i Nomi divini,
segue la via apofatica o il nichilismo teologico maimonideo o di
Dionigi (I Nomi di Dio) malamente interpretato, per il quale
Dio è totalmente inconoscibile; mentre la filosofia perenne e il
Dogma definito dal Vaticano I insegnano che la ragione umana, oltre
l’esistenza di Dio, può conoscere non tutti, ma alcuni suoi
attributi, perfezioni o ‘Nomi’ (Essere, Verità, Bontà, Bellezza).
Rosmini e il S. Uffizio
Nel 1848 (sotto Pio IX) due
opere in cui Rosmini propugnava un “aggiornamento” politico della
Chiesa (Costituzione secondo la giustizia sociale e Le
cinque piaghe della Chiesa), furono mese all’Indice, soprattutto
ma non esclusivamente per motivi storico-politici, legati alle
vicende del Risorgimento, che stava sviluppandosi proprio allora. Sofia Vanni Rovighi
scrive che Rosmini «era fautore di un moderato liberalismo.
[…] Nel 1848 ebbe una missione diplomatica dal governo piemontese
per indurre Pio IX ad appoggiare una confederazione di Stati
italiani. […] La confederazione doveva avere carattere di aiuto al
Piemonte contro l’Austria, e questo non poteva non creare difficoltà
al Papa, capo religioso di tutti i cattolici». Gianfranco Radice specifica che: «Queste differenziazioni
spiegano, anche, il giudizio pesante, formulato da Rosmini,
subito dopo il suo ritorno a Stresa dalla infelice missione romana, sulla personalità di Pio IX [come] “poco coerente, di poca
istruzione…”» (“Archivio Rosminiano di Stresa”: A. Rosmini, Missione
diplomatica, manoscritto, f. 73, in data 27 febbraio 1850, cit.
in “Studi Piani”. Pio IX e Antonio Rosmini, Città del
Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1974, p. 11). Il Malusa dice
che «papa Mastai Ferretti […] nell’esilio di Gaeta, subì
[quasi fosse un minus habens, nda] la condanna degli scritti
rosminiani».
Invece qualsiasi persona non prevenuta riesce a capire che Pio IX non poteva
ammettere la conciliazione rosminiana tra cattolicesimo e
liberalismo, essendo il Papa della condanna assoluta di ogni
catto-liberalismo. Nel 1854 (sempre sotto Pio IX) un esame delle
sue opere filosofico-teologiche si terminò con un Dimittantur, ovvero senza condanna ecclesiastica. «Il senso del decreto
Dimittantur non era quello di una garanzia illimitata di
ortodossia sugli scritti di Rosmini, ma di una semplice
sospensione di giudizio sulla possibile eterodossia di
dottrine in essi contenute».
Invece nel 1887 (sotto Leone
XIII, in questo tema più fermo di Pio IX, onde crolla la
storiella di Leone XIII Papa liberale, tanto cara ai discepoli di
Charles Maurras), il decreto Post obitum condannò 40
proposizioni estratte da opere, anche postume, del Roveretano, come
eterodosse Nel 1° luglio del 2001 una Nota sul valore dei Decreti
dottrinali concernenti il pensiero e le opere del Reverendo
Sacerdote Antonio Rosmini Serbati, della Congregazione per la
dottrina della fede, apportava delle precisazioni sulla condanna,
delle quaranta proposizioni rosminiane, del 1888, da parte del S.
Uffizio e voluta fortemente da Leone XIII. La Nota del 2001 spiegava che la condanna del
1887, più che una vera e propria condanna delle proposizioni in
se stesse, era piuttosto un’espressione di cautela su un possibile uso eterodosso delle dottrine rosminiane,
soprattutto quelle postume, che a prima vista potevano
sembrare erronee, ma nel contesto complessivo - come si dice
oggi, “storicizzate” - erano libere da contenuti ereticali.
Il decreto della Congregazione per la dottrina della fede,
presieduta dall’allora card.
Joseph Ratzinger, del 2001 «in nulla sconfessava la
condanna emanata il 14 dicembre 1887 [e pubblicata nel 1888], ma
attribuiva [ossia, limitava e restringeva, nda] il suo scopo al
motivo prudenziale di non fare incorrere gli studiosi ed i
lettori di Rosmini in equivoci. La condanna non era riformata,
cosa impossibile […], ma solo spiegata»,
onde la filosofia e teologia rosminiana resta condannata anche se
re-interpretata alla luce della “ermeneutica della continuità”, che
soggettivamente interpreta ogni cosa, anche contraddittoria (‘idea’
rosminiana ed ‘essere’ tomistico) con la dottrina cattolica, come
potenzialmente ‘conforme’ ad essa, poiché il contesto
storico-ermeneutico, unisce tutto, anche i contrari (capre e
cavoli), nello ieri, oggi e domani che formano un continuum o
tutt’uno (cf. Schleiermacher, Dilthey e Gadamer). Luciano Malusa,
dell’Università di Genova, nel libro citato, spiega come la
condanna, differita da Pio IX fu voluta da Leone XIII. Papa Pecci (autore
della enciclica Aeterni Patris, 1879), secondo il Malusa, era
un tomista “stretto” (ossia non accettava il “tomismo
trascendentale” che voleva coniugare S. Tommaso col kantismo,
come invece Rosmini cercò di fare) e non tollerava dottrine che si
allontanassero dal più sano e genuino tomismo, per imbastardirlo
mediante lo spurio connubio con la modernità, che è la natura del
modernismo condannato da S.
Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici gregis (1907),
in quanto cerca di sposare il dogma cattolico con la filosofia
moderna e soggettivista, specialmente kantiana, la quale relativizza
il significato delle formule dogmatiche e le erode dal di dentro. Leone XIII, come Gregorio XVI e Pio IX, condannò il
liberalismo (Libertas praestantissimum, 1888), la massoneria
(Humanum genus, 1884), il laicismo (Diuturnum, 1881; Immortale Dei, 1885; Sapientiae christianae, 1890)
inoltre - filosoficamente - papa Pecci fu coadiuvato da vari teologi
domenicani e gesuiti nella sua idea della rinascita del tomismo o
‘terza scolastica’ che fu portata a termine da S. Pio X con l’encicliche Acerbo nimis, 1905; Il fermo proposito, 1905; Pieni
l’animo, 1906, Pascendi e il Decreto Lamentabili,
1907 per finire con Le XXIV Tesi della filosofia tomista e da Pio XI con l’enciclica Studiorum ducem, 1923. Tale irreconciliabilità è stata
riaffermata ultimamente da p.
Cornelio Fabro (L’enigma Rosmini, 1988). Ebbene tutti
costoro scorsero nelle opere anche postume di Rosmini le tracce
dell’ontologismo e del panteismo.
Ora, come giustamente si domanda il Malusa «che senso ha oggi
occuparsi da un punto di vista storico del decreto Post
obitum? […]. Un mutamento di rotta da parte dell’autorità
della Chiesa cattolica si ebbe dopo il Concilio Vaticano II, con la
fine, fra l’altro, dell’egemonia, in ambito filosofico, del tomismo
intransigente».
Ma dov’è allora (se si parla di “mutamento di rotta”) la
tanto “conclamata e non provata”
“continuità”?.
*
Conclusione sul Rosminianesimo
Il rosminianesimo - oggettivamente parlando - è
“l’anti-tomismo” radicale e ribaltato. Vale a dire, Rosmini
prende la propria ‘idea di essere’ per la realtà, onde la sua
“filosofia” è una chimera o un ircocervo di idealismo-realista o
una ‘sintesi’ kantiana di ideale e reale. Dal punto di vista
teologico, idealizzando le formule dogmatiche, le trasforma e ne
rende il significato non più oggettivo e reale, ma lo svuota
sostanzialmente dall’interno, lo soggettivizza e ne cambia il senso
in maniera modernizzante, lasciando intatte le apparenze o la
forma accidentale estrinseca di esse.
Quindi, il sistema rosminiano - oggettivamente e
sostanzialmente - è realmente un ‘enigma’ apparente, ma un
errore reale dei più pericolosi, dacché altamente ingannatore,
in quanto si cela sotto sembianze di “spiritualismo cristiano”, essendo invece un errore ontologista e panteista ben nascosto
e camuffato, poiché espresso ‘quoad modum’ in maniera meno
radicale e chiara del malebranchismo e giobertismo.
Come ha scritto uno dei maggiori teologi del XX secolo: «Rosmini […],
non ha saputo seguire S. Tommaso; troppo autodidatta, non ha
veduto la profondità, l’esattezza, il vigore, né l’altezza del
pensiero del Maestro e poi egli forse amava un po’ toppo la
libertà della mente per essere il discepolo docile d’un grande
pensatore. Un filosofo mi ha scritto recentemente: “[…] voi
Domenicani per ritrovare la libertà avete dovuto aspettare
Campanella”.-
Questo stravagante di Campanella sarebbe dunque un’intelligenza
superiore ai maggiori commentatori di S. Tommaso? […]. Ma questa
riflessione dimostra quanto molti filosofi tengano alla libertà
dell’intelligenza [più che alla verità e alla buona volontà,
nda], e non sono facilmente discepoli di S. Tommaso. La potenza
intellettuale di lui, invece di attrarli, impedisce loro di
avanzare. Han paura di legarsi e perdere la loro libertà.
Tuttavia non bisogna preferire la libertà alla verità [dacché
“La verità rifarà liberi”, dice il Vangelo, nda]» (R.
Garrigou-Lagrange, La Sintesi Tomistica, Brescia,
Queriniana, tr. it., 1953, p. 493).
*
Parvus error in principio
fit magnus in fine
Da qualche fiocco di neve nasce una valanga, da qualche goccia un fiume,
da un piccolo errore iniziale una grave deviazione finale.
Tale assioma vale per Scoto e Suarez inizialmente, mentre in
Rosmini lo si trova attuato allo stato terminale. Vediamo,
riassumendo il tutto, perché.
*
a) Duns Scoto
(+ 1308)
1°) Separa e quasi contrappone
ragione e Fede. La teologia assorbe la filosofia. La ragione è
svalutata eccessivamente, sino ad aprire le porte al fideismo.
2°) L’oggetto della metafisica
è l’essere generale o comune, in tutta la sua estensione. Quindi
l’uomo potrebbe conoscere con la sua capacità naturale e
senza l’aiuto della Grazia e del Lumen gloriae anche Dio, che
è un Ente o un Essere. Scoto, perciò, passa da un difetto di
svalutazione della ragione umana ad un eccesso, che potrebbe
rendere Dio sub ratione Deitatis oggetto dell’intelletto
naturale.
3°) Rifiuta, tuttavia, la prova
dell’esistenza di Dio a partire dalle creature o effetti risalendo
al Creatore o alla Causa prima. L’uomo, che potrebbe vedere
Dio nella sua essenza non è capace di dimostrare la sua
semplice esistenza e non può conoscere nessuno dei suoi attributi o
Nomi divini, tornando implicitamente al nichilismo teologico
di Mosè Maimonide.
4°) Il desiderio di vedere Dio
faccia a faccia si trova naturalmente nell’uomo, esso
potrebbe essere efficace e assoluto. Tuttavia Scoto non tira
tutte le conclusioni da questa premessa. Esse saranno esplicitate da
Suarez circa 300 anni dopo.
5°) Il concetto di essere è
univoco e non analogo. Quindi l’uomo potrebbe conoscere
naturalmente tutti gli enti nella loro natura, anche Dio, che è
univoco alle creature.
6°) Riprende e rende
strettamente filosofico l’argomento ontologico di S. Anselmo. Quindi
prepara il passaggio dall’ideale al reale, che sarà il cavallo di
battaglia di Rosmini (l’idea di essere prima dell’essere
stesso), circa 600 anni dopo.
*
b) Francisco Suarez (+ 1617)
1°) Nega la distinzione reale tra
materia e forma, potenza e atto, essenza ed essere. Da questo errore
metafisico ne tira la conseguenza teologica secondo cui l’uomo
avrebbe un potere di conoscere naturalmente la Natura stessa di
Dio (ontologismo). Siccome la materia o potenza contiene una
certa forma o atto imperfetto, il desiderio umano di vedere
l’Essenza di Dio sarebbe naturalmente efficace ed assoluto.
3°) Poiché la potenza
contiene l’atto anche se imperfettamente, l’uomo che è atto
misto a potenza potrebbe coincidere con l’Atto puro da ogni
potenzialità e si potrebbe scivolare verso il panteismo.
4°) Il concetto di essere è
univoco, con tutte le conseguenze già aperte da Scoto.
*
c) Antonio Rosmini (+ 1885)
1°) Cerca il dialogo, l’aggiornamento
e l’adattamento della filosofia classica (Platone/Aristotele)
e patristico-scolastica (S. Agostino/san Tommaso) con quella moderna
(Cartesio/Kant). La conseguenza di tale adattamento è il
cattolicesimo-liberale e modernismo o “spurio connubio di
cristianesimo e kantismo” (san Pio X).
2°) Il pensiero l’idea,
il “cogito” vengono prima dell’essere, dell’oggetto e
della realtà. La sua è la filosofia dell’idea di essere e non
è la metafisica tomistica dell’essere reale.
3°) Cerca un metodo filosofico
“sintetico” tra ente ideale e reale, precorrendo
l’idealismo e il “tomismo” trascendentale di Joseph Maréchal e Karl
Rahner.
4°) Lo “spiritualismo
cristiano” cui ha dato nascita il rosminianesimo non è il
realismo aristotelico-tomistico, non riconosce l’ilemorfismo (l’uomo è composto di anima e corpo, forma e materia), fa
dell’uomo un angelo o una pura sostanza spirituale separata, come
aveva fatto Cartesio. Confonde la filosofia (o la ragione
naturale) con la teologia (la Rivelazione approfondita con
l’intellezione).
5°) La condanna delle 40
proposizioni rosminiane del 1888 da parte di Leone XIII non è
stata annullata dal card.
Joseph Ratzinger nel 2001, ma l’ex prefetto della
‘Congregazione per la dottrina della Fede’ ha soltanto messo in
guardia dal fare attenzione ad un possibile uso eterodosso delle
teorie rosminiane, annacquando la condanna di papa Pecci
senza averla abrogata. Infatti la 40 proposizioni di Rosmini sono
oggettivamente erronee filosoficamente e teologicamente in sé
e non solo virtualmente. Soggettivamente solo Dio sa
se Rosmini era cosciente del disordine che avrebbe provocato con la
sua falsa filosofia dell’idea di essere.
●Ecco come da piccoli errori iniziali in campo puramente filosofico
(Scoto e Suarez) si è giunti oggettivamente a gravi deviazioni
teoretiche e dogmatiche terminali (Rosmini), anche se si spera
soggettivamente in buona fede. Cosa che solo Dio sa e sulla quale
non possiamo né dobbiamo pronunciarci.
●“O Signore, che illumini la Tua Chiesa con l’ammirabile dottrina del
Beato Tommaso […], concedici di comprendere i suoi
insegnamenti e di imitarne la vita” (Colletta della Messa di S.
Tommaso d’Aquino, al 7 di marzo).
d. CURZIO NITOGLIA
6 ottobre 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/scoto_suarez_rosmini_3.htm
DA SCOTO E SUAREZ A
ROSMINI
I PERICOLI DELLA
FALSA METAFISICA
(parte terza)
(parte
prima) - (parte
seconda)
-
(parte terza)
Altri autori seri,
profondi e ben preparati, ma ‘limitati’ da un certo filo
rosminianismo, sono soprattutto il geniale Michele Federico Sciacca
ed anche Pier Paolo Ottonello, Adelaide Raschini e molti altri
specialmente dell’Università di Genova ove ha insegnato per
lungo tempo lo Sciacca che può essere considerato il caposcuola
dello ‘spiritualismo cristiano’. Anche Augusto Del Noce,
grande e lucido critico della modernità e postmodernità, dà
un’interpretazione positivamente riabilitatrice ma scarsamente
convincente di Rosmini, cercando di riconquistare Cartesio alla
sana filosofia e leggendolo in linea di paternità
spirituale-filosofica con Malebranche e Rosmini, in funzione
spiritualista e antimaterialista.
●Purtroppo anche Romano Amerio, che
apprezzo molto per quanto riguarda il suo “Iota unum”,
non è immune dall’influsso rosminiano, anche se temperato da una
profonda conoscenza del Dottor Comune, cfr. E.M. Radaelli,
Romano Amerio. Della verità e dell’amore, Lungro di Cosenza,
Marco Editore, 2005, p. XIX e p. 238. Quanto alle obiezioni che
l’Editore di Amerio è stato il laicista esoterico e in odore di
massoneria Raffaele Mattioli suocero di Enrico Cuccia (cfr. G. Galli, Il
banchiere eretico. La singolare vita di Raffaele Mattioli,
Rusconi, Milano, 1998;
Id, Il
Padrone dei Padroni. Enrico Cuccia, il potere di Mediobanca e il
capitalismo italiano, Garzanti, Milano, 1995; S. Gerbi,
Raffaele Mattioli e il filosofo domato, Milano, Rizzoli,
2002), con la casa editrice Riccardo Ricciardi, rispondo che non
si può identificare l’Editore con l’Autore. Se vi sia stata
amicizia tra i due, occorre distinguere un’amicizia privata (transeat) da un’amicizia o comunanza dottrinale, la quale per quel che
ne so è tutta da provare e solo allora sarebbe significativa. Se
qualcuno ha le prove di quest’ultima le fornisca oggettivamente
e se ne parlerà serenamente, sine ira et studio. Infine
quanto al fatto che l’Editrice Lindau di Torino, la quale tra
l’altro stampa i testi dei teo e neo conservatori
ebraico-americanisti, stia ripubblicando l’opera omnia di
Amerio, vale lo stesso discorso di sopra, con l’aggiunta che
Amerio non c’è più e dunque non gli può essere imputato.
|