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Introduzione
Padre Giovanni Sale ha
scritto un interessante articolo su
La Civiltà Cattolica,
quaderno 3854 del 15
gennaio 2011, intitolato La fondazione dello Stato di Israele e il
problema dei profughi Palestinesi (pp. 107-120). Innanzitutto ci
ricorda che i primi “kamikaze terroristi” furono proprio gli Israeliani
e non gli Arabi, come oggi si pensa comunemente. Infatti il 22 luglio
del 1947 l’Irgun fece scoppiare una carica di dinamite nell’Hotel
King dove risiedeva il “Quartier generale” della Gran Bretagna,
uccidendo 91 persone. Seguirono altri attentati e così l’Inghilterra
decise, nel febbraio del 1947, di rinunciare al mandato sulla Palestina
(p. 108). Inoltre ricorda che già nel 1946 vi fu una forte “pressione”
(“lobbyng”) della comunità ebraica americana sul Presidente
Truman, il quale per la nuova campagna presidenziale aveva bisogno dei
soldi e dei voti degli ebrei-americani. Nel medesimo anno anche l’Urss
di Stalin si dichiarò favorevole alla spartizione della Palestina. Il
“Dipartimento di Stato” statunitense non era d’accordo con l’
“Amministrazione presidenziale”, ma fu proprio grazie all’intervento
dell’ “Amministrazione americana” che il deserto del Negev fu
incorporato allo Stato di Israele e non alla Palestina come avrebbe
voluto il “Dipartimento di Stato”. Perciò già nel 1946 era stato deciso,
sulla pelle dei Palestinesi, che Israele avrebbe occupato «il 55% della
Palestina, con una popolazione israelita di 500 mila persone».
Ora, ci si domanda, come era possibile, secondo giustizia, che il 37%
della popolazione ebraica ottenesse il 55% del territorio palestinese,
del quale sino ad allora aveva posseduto solo il 7%? La risposta è
sempre e solo la solita: la shoah del popolo ebraico gli dava il diritto
ad una Patria. Ma, si ribatte, cosa c’entravano i Palestinesi con il
torto subìto dagli ebrei in Europa nord-orientale? Uno storico
palestinese ha scritto a proposito: «I Palestinesi non capivano
perché si facessero pagare a loro i conti dell’olocausto. […]. Non
capivano perché fosse ingiusto che gli Ebrei restassero minoranza in uno
Stato palestinese unitario, e invece fosse giusto che quasi la metà
degli Arabi palestinesi diventasse dalla sera alla mattina una minoranza
soggetta a un potere straniero».
Evidentemente la legge non è eguale per tutti.
Il peso della shoah
Come si può constatare, esso è stato enorme, politicamente,
economicamente (risarcimenti), militarmente (guerre che ancora oggi
perdurano e forse termineranno in un grande conflitto nucleare),
religiosamente (giudaizzazione dell’ambiente cristiano e cattolico a
partire dal Vaticano II). L’Occidente e l’Europa, caduti in un senso di
colpa collettiva, “psicanaliticamente indotta”, hanno pensato di
riparare al male fatto (o fatto credere dalla psicanalisi di massa della
“psicopolizia”).
La shoah continua a pesare, ma si sente qualche scricchiolio, che si
cerca di puntellare con leggi penali e “storicide”.
La prima guerra
arabo-israeliana
Si può dividere in due fasi: la prima dal novembre 1947 al 14 maggio
1948 e la seconda dal 15 maggio del 1948 all’ottobre del 1949. La prima
fase fu soprattutto una guerriglia, ma assai cruenta, basti pensare al
massacro di 100 civili Palestinesi da parte dell’Irgun, il 9
aprile 1948, nel villaggio di Deir Yassin.
La seconda parte, invece, fu una vera e propria guerra convenzionale. Vi
fu, poi, una rappresaglia araba, quando un convoglio medico ebraico fu
attaccato presso Gerusalemme e vennero uccise 77 persone. Il 1948 fu
costellato da molte rappresaglie ebraiche contro i Palestinesi, che
erano restii ad abbandonare il proprio territorio ed opponevano
resistenza a chi li voleva cacciare da casa. Purtroppo ogni popolo in
guerra ha fatto le sue rappresaglie. Quella di via Rasella in Roma non è
l’unica, come ci si vorrebbe far credere. La seconda fase fu
caratterizzata da un episodio cruciale che determinò la sconfitta degli
Arabi, in maniera scorretta, da parte degli Israeliani. Infatti l’11
giugno del 1948 il conte svedese Folke Bernadotte (che poi fu
assassinato da alcuni terroristi del Lehi) riuscì a negoziare una
tregua. Essa fu accolta da Israeliani e Palestinesi, ma «Israele
approfittò di tale periodo, violando i termini della tregua, per
acquistare dalla Cecoslovacchia una grande quantità di materiale bellico
[del III Reich tedesco], rimasto inutilizzato dopo la seconda
guerra mondiale. Quando la guerra riprese l’8 luglio del 1948,
l’esercito israeliano, utilizzando le nuove forniture europee (e
statunitensi), nel giro di pochi giorni ebbe il sopravvento sugli
eserciti arabi. […]. In questo modo furono occupati molti villaggi arabi
e le città di Lydda e Ramle» (p. 114).
Il genocidio dei Palestinesi da
parte di Israele
Iniziò proprio allora. Infatti la città di Lydda fu occupata e vi fu una
vera e propria «pulizia etnica» poiché circa 70 mila abitanti
di Lydda furono espulsi e spinti a piedi nella “marcia della morte”
verso Ramallah, e, sotto il sole estivo, morirono numerosi bambini e
vecchi.
L’ordine di espulsione fu dato personalmente da Ben Gurion il 12 luglio.
È lecito parlare di “genocidio”? oppure l’unico genocidio è quello del
popolo ebraico da parte del III Reich germanico? Innanzitutto genocidio
etimologicamente significa “genus” (stirpe) e “caedes”
(uccisione), ossia «piano prestabilito col fine di uccidere in parte
o in toto un popolo, per motivi nazionali, etnici o religiosi» (N.
Zingarelli). Nella storia vi sono innumerevoli genocidi; quasi
ogni guerra ha comportato un genocidio o una “pulizia etnica” da parte
dei vincitori nei confronti degli sconfitti. Per esempio, cinque milioni
di Amerindiani o Indiani d’America furono sterminati in quanto Amerindi
(“American Indian”) dai coloni inglesi e olandesi che occuparono
il nord America nel XVII-XVIII secolo. Un milione e mezzo di Armeni, tra
il 1894 e il 1918, furono massacrati in quanto Armeni e cristiani dagli
Ottomani turchi e musulmani. Gli Italiani furono massacrati e gettati
vivi nelle foibe in Istria, tra il 1945-46, dai “titini” slavi a
migliaia solo perché Italiani. Il decennio che iniziò col 1990 vide la
“pulizia etnica” di centinaia di migliaia tra Serbi, Bosniaci,
Kossovari, Croati. In Iraq dopo il 2003 i Curdi, i Sunniti e gli Sciiti
si stanno “ripulendo etnicamente e religiosamente” vicendevolmente.
Se si pensa all’Africa, cosa dire del Ruanda, degli Usu e Tutzi, i quali
si sono massacrati reciprocamente - arrivando attorno alla cifra di 2
milioni di vittime - sino a qualche anno fa? Eppure non è “politicamente
corretto” parlare di genocidio per costoro. Sembra che vi sia stato
un solo genocidio, anzi “IL” genocidio del popolo ebraico nel
1942-45.
Chi lo mette in dubbio così come è presentato dalla propaganda dei
vincitori, o cerca di stabilire cifre, studiare la questione, in alcuni
Paesi va in galera. Ora perché non lasciare agli storici e agli
scienziati la possibilità e libertà di ricercare da vicino i luoghi, i
documenti, il corpo del reato? Altrimenti anche i Palestinesi potrebbero
invocare un “reato di negazionismo” del genocidio che hanno sofferto nel
1948 e continuano a soffrire ancora oggi a Gaza (una striscia desertica,
che racchiude – come un campo di concentramento – un milione e mezzo di
persone, bombardate anche ieri, 8 febbraio 2011, dall’aviazione
israeliana).
La ‘shoah’ o ‘nakba’
palestinese
«Sta di fatto che alla fine della prima guerra, meno della metà della
popolazione palestinese si trovava ancora nella terra nativa. […]. Sul
numero dei profughi si è molto discusso in passato: gli Israeliani
parlavano di circa 500 mila profughi, i palestinesi invece di un milione
e mezzo di persone espulse. Secondo gli storici contemporanei
il numero dei profughi si aggirerebbe attorno ai 700-800 mila»
(pp. 115-116). Come si vede si può lecitamente discutere, studiare,
ricercare le fonti sulla reale entità della “catastrofe” palestinese, ma
per legge è vietato agli storici di far ricerca storica sulle fonti
della “catastrofe” ebraica del 1942-45. Inoltre anche per i Palestinesi
vale la domanda che l’Europa si pone sulla sua propria cecità di fronte
alla catastrofe ebraica del 1942-45: «Come mai un numero così grande di
persone nel giro di pochi mesi ha dovuto abbandonare la propria terra
senza che nessuno in occidente se ne preoccupasse? La tesi ufficiale
sostenuta da Israele è che i Palestinesi abbandonarono “volontariamente”
il loro territorio. […]. I Palestinesi, al contrario, hanno sempre
sostenuto che i profughi erano stati espulsi in modo sistematico e
premeditato dall’esercito israeliano» (p. 116).
Revisionisti palestinesi
Il
primo storico che ha confutato la vulgata israeliana sul problema dei
profughi palestinesi è stato il palestinese
Walid Khalidi nel suo libro
succitato All That Remains del 1992.
«Egli, consultando gli archivi palestinesi e raccogliendo la memoria dei
testimoni, ha ricostruito in modo analitico – riportando l’elenco esatto
dei villaggi distrutti – la “catastrofe”, cioè la “nakbah”, vissuta dal
suo popolo. Tale studio ebbe poca eco tra gli storici occidentali, e si
continuò a ripetere la vulgata israeliana dell’ “esilio volontario dei
Palestinesi”» (p. 116). Poi lo storico israeliano
Benny Morris ha dedicato
tre volumi a questo tema (Vittime;
1948: Israele e
Palestina tra guerra e pace; Due popoli una terra) secondo i quali i Palestinesi non sarebbero stati cacciati di
proposito, ma conseguentemente alla guerra arabo-israeliana avrebbero
preferito l’esilio allo stato di conflitto ed avrebbero lasciato la Palestina spinti dalla
guerra e dalle “rappresaglie” dell’Haganah. L’espulsione dei
Palestinesi, secondo Morris, non sarebbe mai stata decisa e decretata
dal Governo di Tel Aviv e dall’Esercito israeliano, ma sarebbe avvenuta
in quelle determinate circostanze di guerra “civile”. Infine lo storico
israeliano Ilan Pappe nel
suo libro La pulizia etnica della
Palestina
ha
confutato la tesi di Morris e si è avvicinato a quella di
Khalidi, dimostrando –
documenti alla mano – che il progetto di espulsione fu pianificato il 10
marzo 1948 a Tel Aviv, nella sede dell’Haganah dai Governanti e
Militari d’Israele: «Gli ordini erano accompagnati da una minuziosa
descrizione dei metodi da usare per cacciare via la popolazione con la
forza: assedio e bombardamento dei villaggi, incendi di case,
espulsioni, demolizioni, e infine collocazione di mine tra le macerie
per impedire agli abitanti espulsi di ritornare»;
in caso di resistenza «le milizie armate dovranno essere eliminate
e la popolazione civile espulsa fuori dei confini dello Stato».
Padre Giovanni Sale
commenta «tali ordini furono poi trasmessi alle singole brigate che
avrebbero provveduto a metterli in atto: il piano era il prodotto
inevitabile della determinazione sionista ad avere un’esclusiva presenza
ebraica in Palestina, e questo poteva essere realizzato soltanto
eliminando la presenza dei nativi dal territorio» (p. 118). Ilan
Pappe conclude: «l’obiettivo principale del movimento sionista nel
creare il proprio Stato nazionale era la pulizia etnica
di tutta la Palestina».
Questa verità storica, dimostrata da fatti e documenti, viene ancor oggi
sistematicamente negata.
Epilogo
Riflettendo a mo’ di conclusione su quanto letto si può dire con tutta
certezza, e senza paura di essere tacciati quali nazisti o antisemiti,
ciò che segue.
1°)
Coloro i quali parlano di “pulizia etnica” fatta dagli Israeliani nei
confronti dei Palestinesi sono uno storico ebreo vivente attualmente in
Israele, Ilan Pappe, che ha
scritto un libro intitolato precisamente La pulizia etnica dei
Palestinesi e uno storico gesuita professore alla Pontificia
Università Gregoriana, padre
Giovanni Sale, che ne ha scritto su
La Civiltà Cattolica,
la quale è l’organo ufficiale della S. Sede e le cui bozze vengono lette
e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana prima di essere
pubblicate. Quindi gli autori citati sono storici seri e
professionalmente qualificati, non sono estremisti antisemiti di destra
o di sinistra, ma hanno raccolto fatti, documenti e testimonianze per
scrivere e provare quanto sopra. 2°) Inoltre in un certo qual
modo la S. Sede ha
finalmente ritenuto opportuno pubblicare la verità, anche se
“politicamente scorretta”, del genocidio subìto dai Palestinesi da parte
del neonato Stato di Israele. 3°) La parola “pulizia etnica” o
“genocidio” può sorprendere se non è applicata al popolo ebraico come
vittima ma come Stato carnefice, che ha pianificato assieme all’Esercito
israeliano l’espulsione di un popolo e l’uccisione di molti suoi membri
per impossessarsi della sua terra. Tuttavia Ilan Pappe ne fornisce tutte
le prove, come ha fatto un altro professore e rabbino israeliano,
Ariel Toaff, per l’omicidio
rituale praticato dagli ebrei askenaziti contro i cristiani nel suo
libro Pasque di sangue (Bologna, Il Mulino, 2007). 4°) La
cifra di questo genocidio subito dai Palestinesi è liberamente discussa
e ricercata scientificamente, senza dover cadere per questo sotto la
mannaia di leggi liberticide e “storicide”, come succede per la shoah
degli ebrei. Infatti gli autori palestinesi parlano di 1 milione e mezzo
di vittime tra morti e sfollati, gli storici “politicamente corretti”,
sia ebrei che non-ebrei, parlano di 500 mila vittime, ossia un terzo di
quelle date dai Palestinesi, mentre gli storici attuali, anche
israeliani, che cercano la verità dei fatti e non la “correttezza
politica”, parlano di circa 800 mila vittime. Perché, allora, ci si
domanda, non è lecito fare la stessa cosa riguardo alla shoah? Fare
storia e non “politicismo-corretto” è un reato, un peccato? Purtroppo
sì. Infatti si finisce in prigione (v. Vincent Reynouard) o
“scomunicati” (v. mons. Richard Williamson). 5°) Infine il nodo
che resta e che se non viene sciolto porterà, molto probabilmente,
alla guerra nucleare in Medio Oriente è come mettere d’accordo
Palestinesi e Israeliani. È giusto che Israele possieda l’80% della
Palestina e che i Palestinesi siano confinati in Cisgiordania e nel
deserto di Gaza, che è un vero e proprio “campo di concentramento”? Si
può invocare la ‘shoah’ per giustificare la ‘nakba’? Cosa c’entrano i
Palestinesi con i Tedeschi? Attenzione non è Akhmadineajad (che stimo) a
porre tali problemi, ma uno storico israeliano e un gesuita
“postconciliare”. Oramai la vulgata sterminazionista della shoah fa
acqua da tutte le parti, solo i politicanti e gli ecclesiastici
carrieristi si ostinano a difenderla, “et hos devìta” (s. Paolo).
d. CURZIO NITOGLIA
10 febbraio 2011
http://www.doncurzionitoglia.com/sionismo_e_genocidio_palestinesi.htm
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