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anno 2000 - pagine 270 - € 13
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Il libro inizia citando un
professore israeliano (Israel Shahak), i cui genitori morirono (nel 1945)
nel campo di lavoro nazista di Bergen Belsen. Lo Shahak scrive che: "Nello
Stato ebraico solo gli ebrei sono considerati come esseri umani, i non-ebrei
hanno lo stesso statuto che è riservato agli animali" (p.6). Sempre
secondo lo Shahak il fondamentalismo ebraico ritiene perennemente validi gli
insegnamenti del Talmud e non quelli della Bibbia (p. 12). Purtroppo oggi
(anche in Italia) chi studia la "Shoah" come un fatto storico,
situato nel contesto di tanti altri fatti della storia universale, è
punibile di "scomunica" laica (e persino di carcere). Ciò è avvenuto a Roger
Garaudy in Francia (nel 1996) e, parzialmente, a Sergio Romano in Italia
(nel 1997). Costoro hanno osato opinare che se l'uccisione di un solo ebreo
innocente è un crimine, è altresì inaccettabile la sacralizzazione e la
mitizzazione della "catastrofe" (in ebraico "Shoah") degli israeliti
come se fosse un "unicum".
Se "per sua natura lo storico deve essere
revisionista" (Renzo De Felice), perchè mai la "Shoah"
non può essere rivisitata storicamente? (S. Romano, p. 38). Il problema è
che essa deve essere eretta a verità dogmatica e quindi al di là della
storia e di ogni eventuale rivisitazione. Secondo Romano <<La Chiesa di Roma
dovrebbe andare [per i sionisti] a Canossa e riconoscere che l'antisemitismo
è il suo "peccato originale". Ora questa tesi è pericolosa...poichè si
chiede alla Chiesa di rinunciare alla sua identità>> (p.48).
Nel 1904, San Pio X disse a
Teodoro Herzl, che finchè gli ebrei negavano la divinità di Gesù Cristo, il
Vaticano non poteva riconoscere uno Stato israeliano in Terra Santa.
Infatti, il sionismo pretende il diritto di possedere la Terra Santa (o
Palestina), in quanto si ritiene ancora erede delle promesse
(soprattutto spirituali) fatte da Dio ad Abramo, che sono oramai "scadute",
data l'infedeltà del giudaismo talmudico al Patto antico, dopo aver
rifiutato Cristo (e con Lui la Legge e i Profeti).
Da un punto di vista di
teologia dogmatica e morale, l'invasione della Palestina (1948) è
insostenibile, 1° ) perchè con il Nuovo Testamento, dogmaticamente, il
Vecchio è stato abrogato; 2° ) poichè tale invasione è, moralmente,
illegittima, in quanto equivale ad un'occupazione abusiva di terra
altrui (i palestinesi, cristiani e islamici, vivevano da 2000 anni nella
loro Patria). Capisco che oggi ragioni politiche e diplomatiche spingano ad
una soluzione "realistica" del problema (due Stati in una sola terra), ma, moralmente parlando, un'occupazione abusiva resta sempre un furto,
un abuso che "de jure" andrebbe riparato; anche se "de
facto" si deve transigere e patteggiare, per evitare mali più grandi.
Ora il fatto è che nel 1967 Israele ha occupato anche la metà del territorio
che restava (nel 1948) ai palestinesi, i quali oggi posseggono appena il 23%
della loro Patria. Quindi il patteggiamento è tutto a svantaggio dei
palestinesi. Eppure il solo fatto di muovere delle obiezioni a tale
ripartizione della Terra Santa, è bollato come antisemita (ossia un crimine
contro l'umanità che non cade in prescrizione) e perfino come terrorista.
Garaudy, inoltre, affronta la questione delle camere a gas. Egli non nega
l'esistenza dei campi di concentramento nazisti (nei quali è stato internato
per circa tre anni), ma si limita a domandare un dibattito scientifico e
pubblico (senza il pericolo di leggi per reati di opinione) sull'entità
delle camere a gas. Anche la tesi di Ernest Nolte (p.107) è passata in
rassegna nel libro. Il professore tedesco sostiene che date le affinità tra
giudaismo e bolscevismo, Hitler per colpire il comunismo sovietico ha dovuto
combattere inevitabilmente anche l'ebraismo. Quindi il nazismo non ha
aggredito il giudaismo in se stesso, ma in funzione anti-comunista.
Ma
nonostante queste distinzioni, chiunque (anche Nolte) osi non riconoscere
una sola catastrofe (ebraica), è accusato di antisemitismo. Sempre per il
Nolte, il numero complessivo degli israeliti (secondo le stime del "World
Jewish Congress"), che si trovavano sotto la giurisdizione tedesca,
veniva valutato tra i 3-4 milioni; quindi la cifra di 6 milioni sembra priva
di fondamento. Anzi l'ipotesi di una soluzione definitiva geografica
(e non fisica) appare molto probabile, anche se molti ebrei morirono
di fame, stenti e percosse nei campi di lavoro; specialmente dopo il 1944,
quando la guerra volgeva al peggio per la Germania. Parlare della "Shoah"
come del "male assoluto" è un'inesattezza, poichè il male è privazione di
bene e se fosse assoluto non esisterebbe. Infine, il libro esamina
l'influsso, determinante, che l'ideologia liberal-capitalista e la religione
protestante (più "vetero-testamentaria" che "apostolica"), prima inglese
(nel 1917) e poi americana (1948), hanno esercitato sul nascere del
"focolare ebraico" e poi dello Stato d'Israele.

Prof. Cesare Marongiu-Buonaiuti, "Rivista di studi
politici internazionali"
n.° 276, anno 2002, pag. 689
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