|
“Soltanto con le armi della verità ci si può difendere
contro le armi della menzogna e della seduzione”
(S. Cipriani, Commento alle Lettere di S. Paolo, II
Tess., II, 11).
*
●Una
delle ultimissime mode o illusioni è quella di conciliare Paolo VI con
la Tradizione cattolica antimodernista, che sarebbe stata amata da papa
Montini, il quale avrebbe veduto in essa le certezze che lui non
riusciva ad avere e l’avrebbe ammirata. Benedetto XVI addirittura
sarebbe un restauratore della Tradizione ecclesiastica.
●Dunque
il vento sarebbe cambiato. La barriera tra Gerarchia postconciliare e
antimodernismo potrebbe essere appianata, ma ad una condizione:
l’antimodernismo sinora ha conservato la Fede come asserragliato dentro
un bunker, oggi invece dovrebbe aprirsi per andare verso i fedeli che
vivono nel mondo, anche a costo di compromessi. L’asserto è duplice: a)
non bisogna cedere sui principi, i dogmi e la Fede; b) al tempo stesso
si dovrebbe penetrare nell’ambiente religioso-culturale odierno e
post-concilare, anche a costo di alcuni compromessi.
●Rispondo:
a/1)
Sembra di risentire papa Giovanni con cinquanta anni di ritardo:
“aprirsi al mondo attuale o aggiornarsi”. Secondo lui la nuova
pentecoste della Chiesa sarebbe consistita «in un’apertura o in
aggiornamento dello spirito» (R. Amerio, Iota unum, Torino, Lindau, p.
15).
b/1)
“Fare compromessi” in materia dommatica senza rinnegare la Fede
(compromesso = “accordo o accomodamento tra due o più tesi in contrasto
tra loro; cedimento in campo pratico rispetto ai principi professati in
campo teorico; rischiare o mettere a repentaglio qualcosa o qualcuno”,
N. Zingarelli) La frase potrebbe scioccare, sembrare una contradictio in
terminis, infatti come si fa a “far compromessi” in materia teologica
“senza rinnegare” i principi dommatici? Quindi occorre aggiustare un
tantino la frase: l’idea è giusta, ma l’espressione no. Perciò sarebbe
meglio dire: “bisogna correre dei rischi” (rischiare = “mettere a
repentaglio o a grave pericolo qualcosa o qualcuno, correre il
pericolo”, N. Zingarelli) e poi fare i compromessi, dacché l’idea è
giusta (“faciunt et non dicunt”). Come è possibile mantenere fede ai
principi se ci si mette in pericolo proprio riguardo ad essi? “Chi ama
il pericolo in esso si perderà” dice la S. Scrittura (Sir., III, 25). La
teologia morale (e anche il semplice “Catechismo di S. Pio X”) insegna
che mettersi in occasione prossima di peccato o correre il pericolo di
male agire è già peccare ipso facto.
●Infine tale asserto divisibile in due parti
(apertura e compromesso) richiama alla mente addirittura
l’antropocentrica ‘Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo’
“Gaudium et spes”, ne ha tutta l’anima e la forma mentis e ne risulta
impregnata dallo stesso desiderio, magari soggettivamente retto, di
convertire la modernità, ma dalle conseguenze catastrofiche, che oggi
sono sotto gli occhi di tutti.
GS non rappresenta più l’alterità o persino la contrapposizione tra
Chiesa e mondo moderno, ma cerca di inserire la Chiesa e il suo operare
apostolico in esso
e pone la Chiesa “dentro ed oltre la modernità”.
La preoccupazione dei Vescovi negli anni Sessanta era “la
incomunicabilità tra chiesa e l’umanità contemporanea” o post-moderna
(Nietzsche, Freud, Marx) perché “a che cosa serve una Chiesa che non sa
parlare con l’uomo [moderno e post-moderno]?”.
La Chiesa era vista negativamente come “una cittadella arroccata”
o un “bunker”. Ma se si è attaccati da un nemico potente e deciso a
tutto, non è cosa saggia asserragliarsi per difendersi e contrattaccare
piuttosto che farsi trovare a braccia conserte con l’iper-ottimistica
illusione che tutto andrà bene? La stessa preoccupazione anima i
“tradi-ecumenisti”. Certo la situazione odierna non è rosea, ma non ci
si può illudere che tutto andrà a posto se ci si mette a dialogare ad
ascoltare le ragioni della modernità, senza controbattere e confutare.
Anche dopo la Seconda Guerra mondiale “la Chiesa si erigeva a giudice
della storia e dell’umanità, […] mentre il suo appoggio ai fascismi
europei era stato netto e consapevole, perché strumentale al
conseguimento di una restaurazione cristiana”.
La mentalità “tradi-ecumenista” è la stessa o simile (in buona fede si
spera) a quella di GS. Il risultato sarà quindi lo stesso, anzi peggiore
dato che la situazione del mondo contemporaneo si è enormemente
aggravata dopo il Sessanta. Non si può sognare ad occhi aperti un mondo
anche “cattolico”, dopo 50 anni di Vaticano II, pronto ad accettare il
“sì sì no no” del Vangelo. Questo ambiente esiste solo nella mente di
qualche utopista e idealista, ma non nella realtà, con la quale bisogna
fare i conti.
●Invece, la triste realtà, provata da fatti e
documenti e non da chimere, illusioni o gratuite asserzioni (“quod
gratis affirmatur gratis negatur”) è che Papa Montini, durante “l’omelia
nella 9a Sessione del Concilio Vaticano II”, il 7 dicembre del 1965,
giunse a proclamare in totale rottura con la Tradizione
divino-apostolica e la semplice retta ragione naturale: «la religione
del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione (perché tale
è) dell’uomo che si fa Dio. Cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un
anatema? Tale poteva essere; ma non è avvenuto. […]. Una simpatia
immensa verso ogni uomo ha pervaso tutto il Concilio. Dategli merito
almeno in questo, voi umanisti moderni, che rifiutate le verità, le
quali trascendono la natura delle cose terrestri, e riconoscete il
nostro nuovo umanesimo: anche noi, più di tutti, abbiamo il culto
dell’uomo».
Proprio qui, nella lettera e non solo nello spirito del Concilio, per
ammissione stessa di chi lo ha promulgato, si trova la rivoluzione
antropolatrica del neo-umanesimo panteistico. San Pio X nella sua prima
enciclica “E supremi apostolatus” (1903) ha descritto la natura del
regno dell’Anticristo finale come “culto dell’uomo”, che invece Paolo
VI, alla luce del Concilio, asserisce di “avere più di qualunque altro”!
Qui si trova, perciò, l’errore e la rottura radicale con la Tradizione.
Il centro, il re, il fine ultimo è Dio e non l’uomo, due centri in una
stessa figura sono impossibili (“ponere duos fines haereticum esse”). La
creatura è un mezzo in rapporto al Fine, che è solo e soltanto Dio.
Perciò, al contrario del Vaticano II e di Paolo VI, occorre mantenere
l’infinita differenza tra Dio e mondo e la distinzione reale tra
Infinito e finito. Il cuore del “problema dell’ora presente” è
propriamente la velleità di conciliare l’inconciliabile: teocentrismo e
antropocentrismo, Messa romana e ‘Novus Ordo’, Tradizione
divino-apostolica e Vaticano II, il ‘Tradi-ecumenismo’ ossia la
Tradizione con l’ecumenismo condannato formalmente da Pio XI (Mortalium
animos, 1928).
●La
triste realtà, diversa dai sogni o dai propri desideri, è che anche
Karol Wojtyla nel 1976 da cardinale, predicando un ritiro spirituale
allo stesso Paolo VI e ai suoi collaboratori, fatto pubblicare da papa
Montini in italiano sotto il titolo Segno di contraddizione.
Meditazioni, (Milano, Vita e Pensiero, 1977), inizia la meditazione
“Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo” (cap. XII, pp. 114-122) su
Gaudium et spes n.° 22 e asserisce: «il testo conciliare, applicando a
sua volta la categoria del mistero all’uomo, spiega il carattere
antropologico o perfino antropocentrico della Rivelazione offerta agli
uomini in Cristo. Questa Rivelazione è concentrata sull’uomo […]. Il
Figlio di Dio, attraverso la sua Incarnazione si è unito ad ogni uomo, è
diventato - come Uomo - uno di noi. […]. Ecco i punti centrali ai quali
si potrebbe ridurre l’insegnamento conciliare sull’uomo e sul suo
mistero» (pp. 115-116). In breve questo è il succo concentrato del
Vaticano II: culto dell’uomo, panteismo e antropocentrismo idolatrico.
Non lo dico io, ma Karol Wojtyla il futuro Giovanni Paolo II, alla luce
di Paolo VI e del Concilio pastorale da lui ultimato.
●Rebus
sic stantibus come conciliare Paolo VI con la Tradizione? Solo mediante
la coincidentia oppositorum di Spinoza (“habens satanam suggerentem”, R.
Garrigou-Lagrange). Infatti Dio e l’uomo possono esser identificati
soltanto nell’ottica dell’antico serpente infernale che promise ad Eva
ed Adamo: “eritis sicut Dii”, alla quale promessa è seguita, però, la
delusione del peccato originale e della cacciata dal Paradiso terrestre.
L’Imitazione di Cristo ci insegna: “Signore dammi la saggezza per
evitare chi mi adula e la forza di sopportare chi mi avversa”.
●Lo Spirito Santo tramite San Paolo (II Tess,
II, 10-11) ci ha ammoniti: «Siccome non hanno accolto l’amore della
verità che li avrebbe salvati, per questo Dio invia loro una potenza di
inganno cioè l’Iniquo, perché credano alla menzogna. […]. State saldi,
fratelli, nella Fede e mantenete le Tradizioni nelle quali siete stati
da Noi istruiti sia a viva voce, sia per lettera». S. Tommaso D’Aquino
nel suo Commento alla Seconda Epistola ai Tessalonicensi (II, 10-11, 15)
applica tale versetto all’anticristo e spiega che «la causa per cui gli
uomini sono ingannati da esso è che non hanno voluto accogliere l’amore
della verità. […] Perciò Dio permette che arrivi loro ‘una potenza
ingannatrice’ affinché credano alla falsa dottrina dell’anticristo. […].
Quindi li esorta a stare saldi nella verità […] mantenendo la Tradizione
trasmessa dai Superiori o Apostoli. Infatti le ‘tradizioni’ che sono
trasmesse dai semplici fedeli, se sono in contrasto con la Fede, non si
devono osservare». Settimio Cipriani commenta: «le vittime di questa
gigantesca operazione d’inganno, permessa da Dio come prova per gli
eletti e castigo per i malvagi, saranno soltanto quelli che in cuor suo
avevano già abbattuto le barriere di difesa contro il male, in quanto si
erano chiusi all’amore della verità che li avrebbe salvati. Soltanto con
le armi della verità ci si può difendere contro le armi della menzogna e
della seduzione. […]. Il versetto 15 è particolarmente prezioso per la
dimostrazione del dogma cattolico della Tradizione, sia orale che
scritta, come fonte distinta di Rivelazione accanto alla S. Scrittura.
La Bibbia stessa dunque postula di essere completata dalla Tradizione»
(Lettere di San Paolo, Assisi, Cittadella Editrice, 5a ed., 1971, pp.
92-95). S. Agostino (Contro Giuliano, V, 3, 12) osserva: «Credere alla
menzogna e non alla verità è già di per sé un peccato ed esso deriva
dalla cecità e durezza di cuore».
Uomo avvisato è mezzo salvato.
d. Curzio Nitoglia
|