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Mustafa Ahamadi-Roshan
●Secondo fonti ebraiche vicine allo scrittore israeliano
Richard Silverstein,
dietro l’attentato nel quale è morto assassinato a Teheran lo scienziato nucleare iraniano
Mostafa Ahmadi Roshan,
ci sarebbero il MEK (Mujahedeen-e
Khalq) – gruppo terroristico appoggiato
dagli USA – ed il Mossad, i servizi segreti israeliani.
Lo scienziato, uno specialista che lavorava nell’impianto
iraniano di arricchimento dell’uranio di Natanz, è stato ucciso
dall’esplosione di una
bomba magnetica attaccata alla sua auto da due uomini su di una
motocicletta.
●Silverstein
afferma: «La mia fonte confidenziale
israeliana mi ha confermato che l’odierno assassinio è stato
opera del Mossad e del MEK, non diversamente da numerose
precedenti operazioni delle quali ho già parlato». “Tikum
Olam” – il blog di
Silverstein – non può
essere liquidato come fosse un ripetitore della stampa
iraniana: stando al Daily
Telegraph, il blog «ha
un invidiabile
curriculuum nel rivelare delle informazioni altrimenti
censurate in Israele»
ed è stato fregiato di essere importante da
Yossi Melman, un
celebrato giornalista del quotidiano israelita Haaretz noto
per i suoi reportages su sicurezza e servizi segreti.
●Silverstein
cita anche un
articolo de Le Figaro,
che documenta come «elementi
iraniani siano stati preparati per condurre operazioni all’interno
dell’Iran quale parte di una guerra israeliana di
agenti segreti sotto copertura mirata al programma
nucleare iraniano».
●Prosegue Silverstein:
«Non sono un sostenitore del programma nucleare iraniano, ma
sono ancor meno un sostenitore di uno Stato di Polizia assassino –
il che ha a che vedere con la mia nazione – il cui presidente sembra
molto innamorato degli assassinii mirati su commissione, anche di
cittadini USA».
●Dopo un bombardamento in Iran, nel marzo del 2007,
il
London Telegraph aveva riportato
come un funzionario di alto grado
della CIA avesse fatto una
soffiata sul fatto che l’America stesse finanziando
segretamente dei gruppi terroristici in
Iran nel tentativo di accumulare
pressione sul regime iraniano ed indurlo
ad abbandonare il suo
programma nucleare. Un articolo intitolato “US funds
terror groups to sow chaos in Iran”, (L’America
finanzia il terrore per seminare il panico in Iran)
«rivela come il finanziamento ad
attacchi, portati avanti da gruppi
terroristici, provenga direttamente dal bilancio segreto della
CIA un fatto che ora non è più
un gran segreto, stando ad un ex
funzionario di Washington, ex alto grado della CIA, che ha parlato
sotto anonimato a The
Sunday Telegraph».
●Nel frattempo, l’economia iraniana – per effetto dell’embargo
finanziario occidentale – continua a decrescere ed i tassi di
interesse sono
saliti
al 20%
nel tentativo disperato di
consolidare il valore del rial, una moneta che nella sola
scorsa settimana si è svalutata del 20% rispetto al dollaro.
*
Cfr. Paul Joseph Watson 14 Gennaio 2012.
Jones Show ed Infowars.
Infowars.com.
Cfr. sotto in nota La
Stampa, 14/I/2012, p. 18 e la Repubblica, 14/I/2012, p. 33.
Comunicato stampa dell’ambasciata iraniana
●Il 13 gennaio 2012 l’Ambasciata dell’Iran presso la
S. Sede ha preso formalmente posizione sull’ultimo attentato dell’11
gennaio contro il prof Mostafa Ahmadi Roushan. «Le modalità dell’esecuzione […]
ricordano le uccisioni di altri due scienziati nucleari iraniani, il
dr. Alì Mohammadi e il
dr. Shahryari, in cui
erano evidenti il ruolo e il coinvolgimento del regime sionista.
[…]. Il popolo e il Governo iraniano si aspettano dalla S. Sede e
dalle organizzazioni cattoliche, che lavorano in favore della pace
uno sforzo comune nella lotta al terrorismo».
●È chiaro che l’attacco all’Iran è già iniziato, in
maniera segreta, mediante l’intelligence americana (Cia) e
israeliana (Mossad). Normalmente - la storia militare c’insegna che,
dopo l’aggressione dei servizi segreti, si lancia l’offensiva
bellica pubblica per ribaltare il Governo del Paese attaccato.
Ora la Siria è già da qualche mese sotto attacco militare e in stato
di guerra civile, adesso inizia l’offensiva, prima segreta e poi
palese, contro l’Iran. Ma quest’ultimo è un osso duro e dietro a lui
c’è la Russia di Putin
con tutti i suoi interessi, poiché l’Iran confina direttamente con
la Russia. La situazione diventa sempre più esplosiva e pericolosa.
“Chi vivrà vedrà”.
d. CURZIO NITOGLIA
19 gennaio 2012
http://www.doncurzionitoglia.com/usrael_assassini_scienziati_iran.htm
Obama, ultimatum a Khamenei
La
Stampa del 14/1/2012
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/finestrasullamerica/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=2317
Lettera
segreta al leader iraniano: se chiudete Homuz, reagiremoBarack
Obama ha inviato ad Ali Khamenei un messaggio segreto, avvertendolo
che se l'Iran chiuderà lo Stretto di Hormuz gli Stati Uniti
risponderanno con un intervento militare. A rivelare il passo del
presidente americano è il «New York Times», spiegando che è stato
usato un canale diverso dall'ambasciata svizzera a Teheran - che
rappresenta gli interessi Usa in assenza di rapporti diplomatici -
come già avvenne nella primavera 2009, quando la Casa Bianca mandò
almeno due richieste scritte al Leader Supremo della rivoluzione
islamica per suggerire un negoziato diretto sul contenzioso
nucleare.
Se allora la scelta della lettera di Obama voleva testimoniare
l'impegno a una svolta positiva con Teheran, adesso il messaggio
presidenziale sulla «linea rossa da non superare» ha il significato
di un chiaro monito sull'incombente rischio di guerra nel Golfo
Persico, conseguente alla minaccia dell'Iran di bloccare la
navigazione negli Stretti di Hormuz attraverso i quali passa un
quinto dell'export globale di petrolio.
Parlando alle truppe a Fort Bliss, in Texas, il ministro della
Difesa Leon Panetta ha adoperato anche lui - e per la seconda volta
in cinque giorni l'espressione «linea rossa», precisando che «le
linee sono due» in quanto una riguarda la chiusura di Hormuz e
l'altra la produzione di ordigni nucleari. Se il messaggio di Obama
a Khamenei concerne la prima, è perché si tratta dello scenario
considerato più verosimile dal Pentagono nel breve termine, come
conferma l'ammiraglio Jonathan Greenert, capo delle operazioni
navali, spiegando che «è la questione che mi tiene sveglio la
notte».
Il motivo riguarda le potenzialità delle Guardie della rivoluzione,
il corpo militare che risponde agli ordini di Khamenei e ha
dimostrato nelle ultime settimane di disporre degli armamenti capaci
di bloccare la navigazione a Hormuz, che nella parte più stretta
misura appena 56 km fra le coste di Iran e Oman. Il Pentagono è
arrivato a descrivere un possibile scenario di guerra: l'Iran
inizierebbe minando Hormuz con centinaia di ordigni rudimentali,
posizionati da barchini veloci, aspettando l'intervento dei
cacciamine della Us Navy per bersagliarli con i missili antinave
recentemente messi in mostra. A quel punto Washington dovrebbe
impiegare l'aviazione puntando a eliminare le unità missilistiche
dei pasdaran che però possiedono la capacità di colpire navi anche a
grande distanza.
«Un missile da crociera antinave può neutralizzare una portaerei, se
riesce a colpirla» ammette lo stratega della Us Navy Michael
Connell. L'intelligence Usa ha osservato negli ultimi tempi un
aumento delle scorte iraniane di mine, missili antinave e barchini
veloci, arrivando alla conclusione che, come dice Martin Dempsey
capo degli Stati Maggiori Congiunti, «possono bloccare lo Stretto ma
poi noi possiamo riaprirlo». Al Dipartimento di Stato si dubita
tuttavia che Teheran abbia reale interesse a chiudere Hormuz perché
sarebbe proprio l'Iran a pagarne il prezzo più alto, non riuscendo
più a esportare petrolio come ad importare cibo.
L'impressione è che Teheran stia giocando la carta-Hormuz per
tentare di scongiurare sanzioni petrolifere come quelle che i Paesi
dell'Ue si avviano a decidere alla riunione dei ministri degli
Esteri del 23 gennaio. Nella bozza di accordo in discussione si
ipotizza di consentire a Italia, Spagna e Grecia un ritardo di sei
mesi nella rinuncia al greggio iraniano per dar loro il tempo di
trovare fonti alternative. A vedere con preoccupazione l'escalation
nel Golfo è la Russia di Dmitry Medvedev, che con il suo
ambasciatore presso la Nato Dmitry Rogozin si dice «contraria al
boicottaggio petrolifero» come anche «ad ogni intervento militare
contro il programma nucleare di una nazione a noi vicina».
REBUS USA
14 gennaio 2012
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/14/rebus-usa.html
SI
PREPARA attivamente Vladimir Putin al terzo mandato presidenziale
che, magari dopo un innocuo ballottaggio, le elezioni di marzo non
mancheranno di conferirgli e, come ha fatto in Arabia la dinastia
dei Saud, cerca di spegnere o almeno attutire con elargizioni,
provvidenze sociali, opere pubbliche e la promessa di generiche
riforme la diffusa protesta che in Russia non è solo economica,
dettata dalla povertà e dalle crescenti diseguaglianze, ma è anche
politica e riflette lo scontento dei ceti medi e degli intellettuali
emergenti verso il regime del Cremlino. Il ricorso alla spesa
pubblica è il privilegio dei governi ricchi di introiti energetici
che poco si curano dell' opinione internazionale, ma la Russia nonè
più l' Unione Sovietica. L' inquietudine in Russia e le critiche a
Putin tornano all' attenzione del mondo e nella campagna elettorale
americana. Accanto all' incubo dell' atomica degli Ayatollah, i
contendenti nelle primarie repubblicane risvegliano nell' America
profonda la viscerale e mai sopita ostilità verso l' orso russo, non
più tanto per la minaccia nucleare quanto, più nobilmente, per le
violazioni dei diritti umani che indubbiamente vengono perpetrate,
per il bavaglio all' informazione e alla Duma, per il forte
scontento che si vede nelle manifestazioni, accomunate -non senza
fondamento, ma con profonde differenze - alle primavere arabe. Con
le critiche sulla politica interna, l' attacco alla Casa Bianca in
quella estera porta sull' accusa di incapacità nella sicurezza
nazionale e di cedimento sui valori della democrazia, sulla
riduzione delle spese militari. Con l' alleato europeo paralizzato
dalla sopravvivenza del proprio sistema e quello giapponese da anni
inerte, la politica estera di Barack Obama deve affrontare questo
difficile anno che conduce alle presidenziali di novembre stretta
tra le turbolenze incessanti e di esito ignoto del mondo arabo e del
Medio Oriente con l' incombente crisi con l' Iran da un lato e,
dall' altro, l' avanzata quieta e inesorabile in Asia e nel Pacifico
della Cina che intanto si arma e si lancia nello spazio. Adesso, con
l' incognita degli sviluppi in Russia emerge l' inevitabile
richiesta a Obama di isolare Putin e congelare le relazioni con
Mosca proprio quando la collaborazione segna progressi per
stabilizzare almeno il tradizionale fronte di frizione geopolitica.
La Casa Bianca ha anticipato la mossa e, pur riservandosi ogni
libertà di critica per la situazione russa, conferma che intende
proseguire e allargare la cooperazione in politica estera con Mosca.
Sul fronte della sicurezza, dopo la conclusione del "nuovo Start"
per la drastica riduzione degli arsenali strategici, un' azione
congiunta contro la proliferazione mira alla denuclearizzazione
della Corea del Nord come al contenimento del percorso di Teheran
verso l' atomica e i vettori a lungo raggio mentre,
significativamente, si riconosce a Mosca un ruolo per la pace in
Medio Oriente. La controversia sul sistema antimissile americano,
duramente avversato dal Cremlino, fa poi parte di un complesso
negoziato che potrebbe sfociare in un compromesso come parte di un
pacchetto di sicurezza globale. L' intesa che si profila va però
oltre la sicurezza: tralascia le divergenze sui gasdotti, ma
anticipa sviluppi economici e commerciali dopo il prossimo ingresso
di Mosca nel Wto. Non sarà facile però convincere questo Congresso
ad abolire le antiche restrizioni agli scambi. Se questa linea è
condivisa dal Cremlino, il riconoscimento delle responsabilità per
la stabilità mondiale detta a russi e americani - non più duopolio
strategico, ma pur sempre protagonisti della sicurezza - una
politica realista che individua gli interessi comuni e condivide
quelli globali. Nei limiti in cui questa politica prefigura un
disegno strategico, l' anno più rischioso per la stabilità potrà
portare un senso di compartecipazione in una governance del mondo
aperta alle maggiori potenze. Dipenderà dall' asprezza della
campagna elettorale americana se sarà perseguibile; dipenderà da
Putin e dagli sviluppi della situazione interna russa se sarà
sostenibile. -
FERDINANDO SALLEO
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