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Prologo
Oggi si parla molto, forse anche troppo, di “carità”
(“più se ne parla e meno se ne ha”, dice il proverbio). Ma cos’è la
vera Carità? Nel presente articolo cerco di esporre la dottrina
cattolica, che si fonda sulla Tradizione e la S. Scrittura, lette
alla luce del pensiero di S.
Tommaso d’Aquino, il Dottore Ufficiale o Comune della Chiesa.
Si vedrà, allora, come la vera Carità è totalmente diversa dal vago sentimentalismo dell’esperienza religiosa, qual’è presentato
dal neomodernismo ascetico, il quale è lo snaturamento della vera
Carità, così come essa è pure distinta ed anzi eminentemente
superiore all’amore naturale, il quale è buono in sé, ma
imperfetto, poiché non può oltrepassare da se stesso i limiti della
sola natura, ferita per di più dal peccato originale.
● Un esempio di vera Carità soprannaturale ci è stato
lasciato in questi giorni dal Ministro per le minoranze Shahbaz Bhatti del
Pakistan, ucciso in odio alla Fede cattolica i primi giorni del
marzo 2011. Voglio citare una parte del suo “Testamento spirituale”:
«Sin
da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda
ispirazione negli Insegnamenti, nel Sacrificio e nella
Crocifissione di Gesù. Fu l’Amore di Gesù che mi condusse ad
offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in
cui versavano i Cristiani in Pakistan mi sconvolsero. Quando avevo
solo 13 anni ascoltai un sermone sul Sacrificio di Gesù per la
nostra Redenzione e la Salvezza del mondo intero e pensai di
corrispondere a quel suo Amore donando amore ai nostri
fratelli, ponendomi al servizio dei Cristiani. Non voglio
popolarità, non voglio potere. Voglio solo un posto ai piedi di
Gesù. Voglio che la mia vita, le mie azioni parlino per me e
dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte
in me che mi considererei un privilegiato qualora Gesù volesse
accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e
per Lui voglio morire. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo
ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per
la nostra Redenzione, mi chiedo come non possa io seguire il
cammino del Calvario».
Il Signore ha esaudito Shahbaz Bhatti ed ora egli gode
la Visione beatifica della faccia di Dio.
Natura
Nel Cristianesimo la Carità è la più alta delle tre
Virtù teologali come è rivelato mirabilmente in
San Paolo: «Ora restano
la Fede, la Speranza e la Carità: ma di queste tre la maggiore è
la Carità» (1 Cor., XIII, 13).
Queste tre Virtù hanno
come oggetto diretto e come motivo Dio stesso:
“Amo” Dio poiché Egli
è infinitamente Buono e amabile;
“Spero” in Dio poiché Egli è
Provvidenza onnipotente e misericordiosa;
“Credo” in Dio poiché Egli
è la Verità stessa e non può ingannarsi né ingannarci.
Dall’Amore
verso Dio nasce l’Amore soprannaturale verso il prossimo. Bisogna
fare molta attenzione, soprattutto oggi, nel distinguere bene la
Carità, Virtù infusa e soprannaturale, dall’amore naturale sia di
Dio che del prossimo e a maggior ragione dal “sentimentalismo”, il
quale è una deformazione del vero amore sia naturale che
soprannaturale.
La Carità è la capacità di amare Dio
soprannaturalmente più di noi stessi e il prossimo come noi stessi
per Amor di Dio e non per filantropia. Essa viene infusa da Dio
nella nostra anima nel momento della nostra giustificazione o
santificazione, non è mai separata dalla Grazia abituale
santificante, la quale ci fa diventare realmente “figli adottivi di
Dio” (S. Paolo,
Rom., VIII, 15) e “partecipi della Natura di Dio” o “consortes
Divinae Naturae” (II Epistola di S. Pietro, I, 14) in
maniera finita e limitata.
Perciò La Carità e la Grazia santificante
a lei sempre unita ci comunicano realmente, in maniera partecipata e
finita, la Natura divina. Occorre fare molta attenzione ad escludere
l’eccesso della ‘comunicazione sostanziale ed illimitata’ della
Natura Divina all’anima umana (panteismo), come pure il difetto
della ‘semplice somiglianza morale o tendenziale’, la quale
consisterebbe nel pensare a Dio come nostra Causa finale e, quindi,
averlo presente soltanto nel nostro intelletto o pensiero.
Invece
Dio Trino è formalmente, realmente e fisicamente presente nella
sostanza dell’anima del giusto, che ha ricevuto la Grazia abituale
giustificante e la Carità infusa, le quali informano la nostra
anima. Infatti l’uomo per poter agire soprannaturalmente e cogliere
lo stesso oggetto dell’attività di Dio, che è l’Essenza Divina
stessa contemplata e amata (Visione Beatifica), deve prima essere
stato realmente elevato ad un livello sostanzialmente soprannaturale
o divino ‘per partecipazione’.
“Agere sequitur esse”: non si
può realmente agire soprannaturalmente, se prima non si è
stati “soprannaturalizzati” (o “elevati all’ordine soprannaturale”)
fisicamente, in sé e realmente nella propria anima (e non
solo moralmente, in quanto si desidera Dio come proprio Fine ed Egli
è, così, presente nei nostri pensieri), ma sempre per
partecipazione e finitamente, non per essenza, altrimenti
si cade nel panteismo (vedi
San Tommaso d’Aquino, Commento al II Libro delle Sentenze
di Pietro Lombardo, distinzione 26).
Senza la Carità, che è
inseparabile dalla Grazia santificante, si è in stato di peccato
mortale. Onde l’uomo, invece di amare Dio sopra ogni cosa, ama se
stesso o le creature, che soddisfano i suoi capricci, come fossero
il suo fine ultimo.
La Carità dura in eterno, anche in Paradiso,
mentre la Fede lascia il passo alla ‘Visione beatifica’ di Dio visto
faccia a faccia dal Beato grazie al ‘Lumen gloriae’ e la
Speranza cede il posto al possesso eterno e inamissibile di Dio.
Distinzione tra Carità e amore naturale
San Tommaso d’Aquino
nella
Somma Teologica (1a sezione della 2a parte, questione 26,
articoli 1-4),
spiega che l’amore è la tendenza dell’appetito umano verso il bene
che lo attira. L’amore di benevolenza, disinteressato o “de
bono alieno” (che riguarda il bene dell’altro) ci fa
tendere verso il bene del prossimo, ossia desiderare il bene
dell’altro (“amare est velle alicui bonum”, amare significa
volere bene all’altro e il bene dell’altro), non è egoistico o
amore di concupiscenza, interessato (“de bono proprio”,
che guarda il bene proprio e basta e, quando è ricambiato dall’altra
parte, è amore di amicizia, che comporta comunione di
pensiero, volontà e azione (“idem velle idem nolle haec est vera
amicitia”, volere la stessa cosa e non volere la stessa cosa,
questa è vera amicizia).
Ora la Carità infusa è l’Amore di amicizia
soprannaturale tra Dio e l’uomo giusto e poi dei giusti (o “figli di
Dio”, S. Paolo,
Rom., VIII, 15) tra loro per Amor di Dio.
Non è egoismo, e
neppure è altruismo o amicizia puramente naturale, che ci rende
compagni di altri uomini, soprattutto non è sentimentalismo, che
abbassa l’uomo razionale e libero al livello dell’animale bruto,
provvisto di sola sensibilità senza intelletto e volontà, ma è Amore
soprannaturale, che supera le forze della natura creata e ci rende
amici di Dio, infinitamente Buono e degno di essere amato più della
nostra stessa vita, e poi anche del nostro prossimo non per se
stesso, ma perché è una creatura di Dio, amata in relazione a Dio,
non più di noi stessi, ma in maniera simile all’amore che portiamo a
noi stessi.
Nella Somma Teologica (2a sezione della 2a parte,
questione 23, articolo 1) San Tommaso dimostra che la Carità racchiude le tre
condizione della vera amicizia:
1°) amore di benevolenza:
si vuole bene all’altro e si vuole il suo bene come se fosse
il nostro;
2°) amore reciproco: Dio ama l’uomo giusto
e il giusto ama Dio;
3°) comunanza di vita: è una vita
a due tra Dio e l’uomo giusto, che presuppone - spiritualmente - la
conoscenza reciproca, tramite la Fede da parte dell’uomo, e lo
scambio dei pensieri e dei sentimenti interiori tra l’uomo
conosciuto e amato da Dio e di Dio creduto e riamato dall’uomo.
Questi sono i tre connotati della Carità soprannaturale, che ci
unisce a Dio e con le altre anime in Dio.
Necessità della Grazia per giungere alla Carità
L’inclinazione naturale, che sussiste in fondo alla
nostra anima spirituale e specificatamente nella volontà, ci
porterebbe ad amare Dio autore della natura, conosciuto dalla
ragione come Causa prima delle creature (e non dalla Fede, che ci fa
conoscere i Misteri soprannaturali della Natura divina in quanto
divina) più di noi stessi (Somma Teologica 1a Parte,
questione 60, articolo 5).
Infatti – spiega San Tommaso –
l’inclinazione naturale è maggiore per ciò che è principale e minore
per ciò che è subordinato. Così istintivamente la mano si tende e si
espone a parare un colpo per proteggere il capo o il corpo.
Ma Dio è
il Bene universale. Quindi l’amore naturale tende ad amare Dio più
di noi stessi. Però questa tendenza è inefficace. Infatti, dopo il
peccato originale, tale inclinazione è attenuata o indebolita e non
ci dà la capacità reale di amare Dio, per cui abbiamo bisogno della
Grazia soprannaturale giustificante e “risanante” per giungere ad un
amore efficace, effettivo e reale di Dio al disopra di ogni cosa (Somma
Teologica, 1a sezione della 2a parte, questione 109, articolo
3).
La Grazia abituale santificante, infusaci nel Battesimo, è
infinitamente al di sopra dell’inclinazione naturale che alberga
nella nostra volontà, per di più ferita dal peccato di Adamo.
Assieme alla Grazia giustificante abbiamo ricevuto anche le tre
Virtù teologali. Ora la Carità è esattamente questo Amore di
benevolenza vicendevole, per il quale uno vuole bene all’altro e il
bene dell’altro, non mirando egoisticamente solo e soprattutto a se
stesso.
Nel caso specifico il giusto vuole a Dio, Autore della
Grazia o conosciuto per la Fede nella sua Natura divina e nei suoi
Misteri soprannaturali, il bene che gli spetta: il suo Regno nelle
anime di tutto il mondo e, in quanto Dio, Egli vuole il nostro bene
soprattutto soprannaturale in questa vita e nell’al di là. Questa è
la vera amicizia soprannaturale, fondata sulla comunanza di vita,
dato che la Grazia, unita sempre alla Carità della quale è radice,
ci rende “partecipi della Natura divina” (II Petr., I, 14) e
somiglianti a Dio come il figlio al padre, onde non solo siamo
chiamati Figli di Dio, ma lo siamo realmente (1a
epist. Gv., III, 1).
Questa vita a due comporta un’unione
permanente, che si perde solo col peccato mortale e si
riacquista con la contrizione perfetta e/o l’assoluzione
sacramentale. Questa unione permanente, come quella dello
sposo con la sposa, è sia attuale quando facciamo un atto di
Amore di Dio, sia abituale, quando siamo occupati in altre
faccende o dormiamo. Quindi la Carità è realmente una vita a due (“cum-vivere”,
vivere con un altro: Dio) ossia una vera amicizia con Dio, che
inizia già su questa terra, nella quale vi è l’incontro dell’Amore
del Padre per il figlio adottivo, mediante la Grazia abituale, che è
germe di Gloria eterna, al quale deve corrispondere l’Amore del
figlio adottato verso il Padre eterno, che è la Carità la quale
vivifica la Fede e la Speranza, le quali senza di Essa sono morte.
Questa amicizia o convivenza spirituale “in via” è preludio di
quella dell’Eternità o “in Patria”.
Carità e sentimento
L’Amore verso Dio risiede nella volontà umana aiutata
dalla Grazia . Esso non è da confondersi col sentimento, ossia
l’Amore verso Dio non deve essere “sentito”, ma voluto razionalmente
anche in mezzo alle più grandi “aridità” della sensibilità (“notte
dei sensi”) e “desolazioni” dello spirito (“notte dello spirito”).
Dio non si vede, non si tocca non si sente, Egli è purissimo
Spirito, non è “sensibile” e quindi non può cadere sotto i sensi
dell’uomo. Perciò, tranne negli stati della vita mistica in cui
predomina in maniera abituale il 7° Dono dello Spirito Santo, la
Sapienza, che ci dà l’esperienza mistica, amorosa e gustosa di Dio
Purissimo Spirito presente soprannaturalmente nella nostra anima per
la Grazia santificante, non vi è il “sentire Dio”, perché Egli non
cade sotto i sensi, ma la sua esistenza può essere dimostrata dalla
ragione a partire dagli effetti risalendo alla Causa prima
incausata.
Inoltre Dio può essere creduto, mediante la Fede infusa,
nei suoi Misteri o Vita intima sub ratione Deitatis, che
sorpassa infinitamente la capacità della nostra ragione. Infine può
essere “soprannaturalmente sperimentato” nella terza via, quella dei
“perfetti” (la vita mistica o unitiva), tramite l’attuazione più o
meno abituale del Dono di Sapienza, che è essenzialmente
soprannaturale e non ha nulla a che vedere col sentimento o peggio
col sentimentalismo, anzi è l’esatto opposto del sentimentalismo o
dell’esperienza religiosa, propria del modernismo, la quale è
“affettazione” di un Amore soprannaturale, di una moralità, di una
santità o pietà, che in realtà non si possiede, vale a dire un
mostrar esteriormente e farisaicamente, da vero “sepolcro
imbiancato”, una Carità soprannaturale quando interiormente essa è
(quasi) assente, oppure è la sua deformazione, poiché non si può
“sentire” Dio naturalmente, ma solo soprannaturalmente e nello
stadio più alto della vita mistica, mediante il Dono di Sapienza.
Perciò il Cristianesimo è inizialmente la vita della grazia,
nello sforzo ascetico di eliminare il peccato mortale
aiutandosi con la meditazione discorsiva (‘prima via ascetica
purgativa’ di coloro che cominciano o “principianti”) e poi è
l’imitazione delle Virtù di Gesù Cristo, aiutandosi con l’orazione
mentale affettiva e cercando di eliminare anche il peccato veniale
di proposito deliberato (‘seconda via ascetica illuminativa’ di
coloro che progrediscono o “proficienti”) e solo infine, se
si è fedeli allo sforzo ascetico costante e abituale, Dio ci immette
nella ‘terza via mistica unitiva’ dei “perfetti”, i quali grazie
all’attuazione abituale dei Doni dello Spirito Santo sono uniti -
soprannaturalmente e non sensibilmente - in maniera assai elevata a
Dio, preludio della vita eternamente beata, e ricevono la grazia
dell’orazione infusa o passiva.
Solo allora avviene “l’incontro con
Dio o Gesù sentito dentro di sé”, il quale non è l’inizio
della vita cristiana (come vorrebbero don Luigi Giussani e
“Comunione e Liberazione”), ma ne è il termine e il coronamento.
Inoltre la terza via mistica si suddivide in due parti:
a)
quella caratterizzata dai primi quattro Doni pratici dello
Spirito Santo (Timor di Dio, Pietà, Consiglio e Fortezza);
b)
quella
caratterizzata dal predominio abituale degli ultimi tre Doni
speculativi (Intelletto, Scienza e Sapienza).
La ‘seconda parte’
della “terza via” (e specialmente il suo vertice che si raggiunge
nel più nobile dei sette Doni dello Spirito Paraclito, quello di
Sapienza, che ci dà l’esperienza soprannaturale della Presenza di
Dio nel fondo dell’essenza dell’anima) non è essenziale per giungere
alla Santità o Perfezione della Carità.
Dio la può concedere o meno,
a seconda dei suoi piani su una determinata anima (per esempio l’ha
concessa a S. Ignazio da Loyola, S. Teresa d’Avila, S. Giovanni
della Croce).
Invece la ‘prima parte’ della “terza via” è necessaria
per giungere alla Perfezione. Infatti senza di essa non si entra
nella mistica o ‘terza via’ dei “perfetti”, che è lo sviluppo
normale o ordinario della vita della Grazia. Inoltre durante essa si
affrontano le “notti dello spirito” o “desolazioni spirituali” e
l’anima non solo non gode dell’esperienza mistica della Presenza di
Dio nella sua essenza o non “incontra e sente Cristo dentro
di sé” come direbbe don Giussani, ma addirittura le sembra di essere
stata abbandonata da Dio e si sente riprovata da Lui (per esempio S.
Teresina del Bambin Gesù nel “tunnel”, di cui ha scritto nella sua
autobiografia intitolata Vita di un’Anima), la quale non solo
non sentiva Dio, ma se ne sentiva separata, come se si trovasse “in
un lungo ed oscuro tunnel”, senza poter nemmeno scorgerne l’uscita e
un raggio di luce. Però era Santa in maniera eroica ed ha
realmente incontrato Dio purissimo Spirito, anche se
non lo sentiva e non ne ha fatto l’esperienza.
Eppure, secondo la “spiritualità” melensa e sentimentalistica
dell’esperienza religiosa neomodernistica, essa non sarebbe stata
una vera cristiana, poiché non “sentiva” Dio o Cristo dentro
di sé. (Vedi Somma Teologica, 2a sezione della 2a parte,
questione 24, articolo 9).
Porre l’incontro “sentito” con Gesù
all’inizio della vita spirituale è una vera follia, sarebbe come
costruire una casa mettendo il tetto a suo fondamento!
Quindi la
vera Carità è l’amicizia soprannaturale con Dio, come pure con tutti
i “figli di Dio”, giusti e anche peccatori, non in quanto peccatori,
ma come uomini suscettibili di conversione. Infatti, se amassimo il
peccatore in quanto tale ameremmo il peccato, il che è il
contrario della Carità, che ama il bene o la Legge divina e detesta
il male o la sua violazione, che è il peccato.
Inoltre la
distinzione tra peccato da aborrire e peccatore da amare
è illogica, poiché senza peccatore non vi è peccato, che è l’atto
del peccatore in quanto tale. Perciò si deve amare l’uomo in
quanto suscettibile di conversione anche se vive in stato di
peccato, ma lo si deve combattere in quanto peccatore, che
offende Dio.
È celebre l’esempio lasciatoci da
Santa Rita da Cascia,
la quale pregò Iddio di far morire i suoi due figli ancora
fanciulli, che avrebbero voluto - divenuti adulti - vendicare il
padre ucciso proditoriamente, affinché non si macchiassero di tale
gravissimo peccato. Il Signore la esaudì ed essi morirono senza aver
peccato, ancora in giovane età.
Quindi si può chiedere il castigo
fisico del malvagio affinché non offenda più Dio e si converta, ma
non si può mai desiderare la sua rovina spirituale o la separazione
da Dio.
Tuttavia ciò non ci impedisce di difenderci dai
nemici, pur desiderando che si convertano e vivano in Grazia
di Dio e poi nella sua Gloria eterna.
Infatti la filosofia e la
teologia morale insegnano la liceità e in certi casi la doverosità,
naturale e soprannaturale, della legittima difesa contro l’ingiusto
aggressore: “vim vi repellere licet”, è lecito respingere la
forza con la forza.
Se un delinquente assalisse una vecchina o un
bambino indifeso e noi non reagissimo, anche con l’uso della forza
qualora necessario, peccheremmo contro la Carità verso l’innocente
aggredito ingiustamente. Anche per quanto riguarda noi stessi
possiamo legittimamente difenderci dall’aggressione.
Soltanto in
alcuni casi eccezionali si può tollerare (senza essere
obbligati) un’aggressione per Amor di Dio, spinti dalla Sua Grazia,
affinché l’aggressore si converta, come fece S. Stefano
Protomartire. Ma questo è un Consiglio o addirittura un’ispirazione
dello Spirito Santo e non un Precetto.
È noto pure il caso del
marito di S. Rita da Cascia, di cui abbiamo parlato, che da giovane
era stato molto violento e rissoso. Quando si convertì depose la
spada, la quale aveva versato tanto sangue innocente. Fu allora che
i suoi nemici ne approfittarono per assalirlo, ma lui, spinto dal
Paraclito, preferì (pur non essendo obbligato da un
Comandamento) farsi uccidere piuttosto che spargere altro sangue e
perdonò eroicamente i suoi assassini. Queste sono le
eccezioni che confermano la regola della legittima difesa.
Per
capire ancor meglio lo spirito che deve animare la nostra attitudine
verso i nemici è bene leggere l’Orazione del ‘Messale
Romano’ pro inimicis: «Signore, concedi a tutti i
nostri nemici pace, Carità vera e il perdono dei loro peccati.
E con al tua potenza liberaci dalle loro insidie».
Come si
vede si augura la conversione dei nemici (“tribue eis remissionem
cunctorum peccatorum”), ma nello stesso tempo si chiede di
essere preservati dalle loro malvagità (“et nos ab eorum
insidiis potenter eripe”).
Il Cristianesimo non è “cretinesimo”!
Non vi è nulla in esso di contrario alla retta ragione e alla
retta natura, ma vi è qualcosa di Rivelato o Comandato, che
oltrepassa la ragione e le forze naturali, e che può essere
creduto e praticato solo mediante l’aiuto della Grazia santificante
soprannaturalmente infusa da Dio nelle nostre anime.
In breve,
siccome i peccatori non hanno in sé la Carità e la Grazia
santificante o giustificante, bisogna volerla per loro, amarli di
Amore soprannaturale e desiderare il loro bene soprannaturale
(“amare è volere il bene dell’altro”), ossia che si convertano,
lascino il peccato e ritrovino l’amicizia con Dio, la Grazia
abituale o santificante e la Carità. Senza, tuttavia, ledere la
Carità che dobbiamo a noi stessi, creati a immagine e somiglianza di
Dio, e chiedere di essere scampati da ogni pericolo che viene dai
nemici. “Prima Caritas sibi”, l’ordine con cui si deve
applicare la Carità verso sé e il prossimo è il seguente: prima
bisogna amare la propria anima, poi l’anima del prossimo, dopo il
nostro corpo o i nostri beni materiali ed infine il corpo o i beni
temporali del prossimo.
Gesù ci ha rivelato: «Chi osserva i miei
Comandamenti, questi mi ama. E chi ama Me, sarà amato da Mio Padre
ed anche Io lo amerò» (Giov., XIV, 21).
Non occorre grande
scienza per quest’Amore soprannaturale verso Dio, basta la Fede e la
conoscenza delle principali verità della dottrina cristiana,
proporzionata al grado d’istruzione di ciascuno.
L’oggetto della Carità
L’Amore di Dio è l’oggetto primo e principale
della Carità, quello del prossimo è l’oggetto secondario. Ma
occorre tenere bene a mente che l’Amore di Dio e del prossimo
derivano entrambi dalla medesima Virtù di Carità infusa, la quale è
una sola, ma ha due oggetti, di cui il secondario è il prossimo
amato perché creatura di Dio, conosciuta e amata da Dio almeno
in potenza se non vive ancora in stato di Grazia santificante.
Dunque è per Carità che dobbiamo desiderare che il prossimo, anche
chi ci ha offeso, appartenga a Dio in atto per la Grazia abituale
giustificante presente nella sua anima. Infatti, se desiderassimo
che il prossimo viva in peccato e separato da Dio, non ameremmo
neppure Dio, che vuole amare tutti ed essere riamato
soprannaturalmente da tutti e quindi non vorremmo ciò che Lui vuole
e non saremmo suoi amici, poiché la nostra volontà si separerebbe
dalla Sua.
Attenzione! San
Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (2a sezione
della 2a Parte, questione 25, articoli 1, 4, 5, 8) insegna che non è
Carità soprannaturale amare il prossimo per le sue qualità naturali
(simpatia, intelligenza, allegria…). Infatti per mezzo della Carità
fraterna amiamo il prossimo con Amore soprannaturale e teologale, il
quale ha Dio come oggetto, poiché lo amiamo come figlio di Dio e non
solo come uomo simpatico, intelligente, brillante... Ecco che, se
amiamo veramente Dio, la nostra Carità si estende anche verso il
prossimo non naturalmente simpatico, perché creato e amato da Dio.
Perfezione: Comandamenti o Consigli?
San Tommaso
(Somma Teologica, 2a sezione della 2a Parte, questione 184,
articolo 3) e Pio XI
(encicliche Studiorum ducem, 1923 e Rerum omnium,
1923) insegnano che tutti sono obbligati a tendere alla
perfezione della Carità, il che non vuol dire essere
“perfetti in atto”, ossia completi, mancanti di nulla (“perfectum
est per omnia factum, et id cui nihil deest”). Tuttavia sarebbe
sbagliato pensare che l’Amore di Dio e del prossimo propter Deum,
sia fino ad un certo punto l’oggetto di un Precetto e che,
sorpassato quel determinato punto, diventi oggetto di un
semplice Consiglio.
No! Il Massimo Comandamento parla chiaro:
“Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con
tutta la tua anima, con tutte le tue forze e il prossimo
tuo come te stesso”. Non vi è limite all’Amor di Dio. Infatti la
Carità è lo scopo e il fine di tutti i Comandamenti che sono
racchiusi nel massimo Precetto (Amore di Dio: dal 1° al 3° e del
prossimo: dal 4° al 10°). “Unumquodque fit perfectum inquantum
attingit Finem suum”, si diventa perfetti quando si arriva a
cogliere e raggiungere il proprio Fine, che è Dio, ed è solo la
Carità che ci unisce a Lui: “la Fede senza la Carità è morta” (S.
Giacomo).
Quindi la perfezione della vita umana, la quale è
spirituale oltre che razionale, consiste nella Carità più che nella
scienza (Somma Teologica, 2a sezione della 2a Parte,
questione 184, articolo 1). Ora lo scopo non può essere voluto
parzialmente, limitatamente o a metà e sino ad un certo punto.
Questa è la differenza tra fine (“id cujus gratia aliquid fit”)
e mezzi (“ea quae sunt ad finem”), che sono voluti e
utilizzati ‘tanto quanto’ mi aiutano a cogliere il fine ‘né più né
meno’.
Per esempio il medico non vuole la guarigione del malato solo
a metà, ma misura e dosa soltanto la medicina per ottenere la piena
guarigione; non misura e non dosa mai la salute, che è voluta tutta
e senza mezze misure dal medico. La perfezione o fine dell’uomo
consiste essenzialmente nei Precetti, che, se osservati, ci uniscono
a Dio, nostro Fine ultimo. Tutti debbono tendere e volere il fine,
Dio o la loro perfezione. L’uomo è come un viandante “viator”
che cammina verso Dio “gressibus amoris”, con “i passi
dell’amore e crescendo nell’amore” (San Gregorio Magno).
I tre Consigli evangelici (castità,
povertà e obbedienza) sono soltanto mezzi per giungere più
facilmente e più speditamente al fine, che è la perfezione o unione
con Dio tramite la Carità, la quale racchiude i 10 Comandamenti.
Quindi i Consigli sono ordinati e subordinati ai Comandamenti (e al
Precetto supremo: l’Amore di Dio e del prossimo) e non sono
superiori ad essi. Perciò la perfezione della Carità consiste
nell’amare Dio senza misura e al massimo
ed è comandata dal supremo Precetto non come qualcosa da realizzarsi
immediatamente, ma come scopo al quale tutti debbono tendere
gradualmente (“natura non facit saltus”), ognuno secondo il
proprio stato.
Da ciò derivano due conseguenze:
1°) chi non
vuole avanzare nella vita spirituale indietreggia, poiché tutti
abbiamo il dovere di avanzare poco alla volta verso il fine;
2°)
Dio dà a tutti le Grazie attuali sufficienti per giungere al fine,
poiché non comanda l’impossibile. Egli ci ama “sino alla follia
[della Croce]” e noi dobbiamo riamarlo al massimo delle nostre
capacità.
La Carità è superiore all’ideale di forza degli eroi
pagani e alla saggezza dei filosofi greci, i quali non pensarono a
rettificare a fondo la loro volontà mediante l’Amore di Dio e del
prossimo: “La Carità edifica, la scienza gonfia” (S. Paolo). Onde
una vecchietta debole e ignorante è più nobile e perfetta di Maciste
e di Aristotele, poiché ha la buona volontà arricchita dalla Carità
che le fa amare Dio e i figli di Dio e così la unisce a Dio suo Fine
ultimo e la perfeziona. Infatti senza la Carità la volontà dell’uomo
è cattiva in quanto si allontana da Dio, che è il Bene sommo, per
cui si trova in stato di peccato mortale; se muore in questo stato,
si danna per l’eternità, anche se avesse la scienza degli Angeli o
di S. Tommaso d’Aquino. Invece la Carità, che presuppone la Fede e
la Speranza e le vivifica, ci unisce a Dio ed è accompagnata dal
“corteo della Grazia”, ossia da tutte le Virtù morali infuse e i
sette Doni dello Spirito Santo. Le Virtù morali ci perfezionano
riguardo ai mezzi che dobbiamo prendere per cogliere il Fine e la
Carità ci perfeziona quanto al Fine, unendoci con Dio. Per cui
San Tommaso conclude
che «principalmente e sostanzialmente la perfezione risiede nella
Carità e nei Comandamenti; accidentalmente e secondariamente nei tre
Consigli, in quanto sono i mezzi che ci aiutano a meglio osservare i
Comandamenti» che ci uniscono al Fine (Somma Teologica, 2a
sezione della 2a Parte, questione 184, articolo 3).
Conoscenza e Amore di Dio in questa terra
Sulla terra l’Amore di Dio è più perfetto della sua
conoscenza, poiché per l’amore la nostra volontà esce da sé e tende
verso l’oggetto amato come è in sé, mentre quaggiù la conoscenza di
Dio avviene tramite i nostri concetti limitati e finiti.
Per cui
l’Amor di Dio ci fa uscire fuori di noi stessi e ci attrae ed unisce
a Lui, mentre la conoscenza attrae Dio verso noi e gli impone il
limite dei nostri concetti finiti (Somma Teologica, 1a Parte,
questione 82, articolo 3).
San Giovanni della Croce diceva: “sono nulla, conosco ben
poco, ma voglio Tutto, ossia Dio”.
L’aumento della Carità
La
Carità aumenta in noi intensivamente, come una qualità (per
es. la luce o il calore). Essa mette in noi le sue radici sempre più
intensamente e profondamente e allo stesso tempo riducendo nella
nostra volontà l’egoismo o amor proprio, che esclude l’Amor di Dio,
inclinando sempre più fortemente la nostra volontà a tendere verso
Dio e a fuggire il peccato, con atti di amore più intensi e
generosi, con la preghiera e i Sacramenti. Non è quindi vero che la
Carità aumenta nella nostra volontà per addizione, o
quantitativamente come voleva Suarez (per es. come un mucchio di
sassi). Vedi Somma Teologica 2a sezione della 2a Parte,
questione 24.
Attenzione! Non sono i nostri atti meritori ad
aumentare la Carità, poiché essi procedono da questa, che è una
Virtù infusa da Dio e non acquisita dall’uomo.
Tuttavia gli atti meritori predispongono e danno diritto all’aumento
della Carità, che è concesso da Dio. La preghiera può ottenere
questo aumento di Carità e i Sacramenti lo producono ex opere
operato (ossia per se stessi), applicandoci - se debitamente
ricevuti - i frutti della Passione di Gesù, il quale aumento, però,
è ricevuto secondo l’intensità delle nostre disposizioni. Infine,
nella terza via unitiva dei “perfetti” o vita mistica, le
Purificazioni passive (notte dei sensi e dello spirito) purificano
le Virtù infuse da ogni incrostazione umana e mettono in primo
piano, fortemente e soprattutto, l’oggetto proprio e il motivo
formale delle Virtù teologali al di sopra di ogni motivo
secondario.
Così
esse tolgono alla Carità ogni residuo di amor proprio, di rancore o
di risentimento dal nostro cuore che impedisce la pienezza dell’Amor
di Dio e del prossimo, anche di chi ci ha offeso, e, per le altre
due Virtù teologali, le Purificazioni passive mettono in risalto
soprattutto il loro oggetto e motivo primario: Dio stesso, creduto e
sperato, poiché Verità che non può ingannarsi né ingannarci (Fede) e
misericordiosamente Onnipotente (Speranza), al di sopra di ogni
motivo secondario: le consolazioni spirituali o la tranquillità
dell’anima.
Solo
allora l’anima, alla quale sembra di essere stata abbandonata da Dio
come Gesù sulla Croce (il quale non sarebbe stato, perciò, un buon
“ciellino”), Lo ama unicamente perché infinitamente Buono e amabile,
Lo crede perché Verità stessa sussistente e spera in Lui, poiché
Onnipotente e Misericordioso.
Al
termine di queste “notti” l’anima e le Virtù infuse, specialmente la
più alta che è la Carità, vengono purificate da ogni attaccamento
umano.
L’Amore di Dio allora è puro,
disinteressato, forte, pieno e aumentato sino alla perfezione. Solo
esso spiega la fortezza dei Martiri e le opere più grandi dei Santi.
Conclusione
● La vera Carità, quindi, consiste nell’Amare
soprannaturalmente, con la volontà razionale aiutata dalla Grazia
santificante e attuale, Dio più di noi stessi, in quanto solo Lui è
Bene Infinito e nostro Fine ultimo, mentre noi siamo limitati e
creature che tendono al Fine e perciò non possiamo amarci come se
fossimo “infinitamente Buoni” o come Fine. Il prossimo va amato in
Dio, ossia affinché anche il lui inabiti la SS. Trinità per mezzo
della Grazia e della Carità. Onde non si può mai augurare al
prossimo la rovina eterna.
● La vera Carità più che affettiva deve essere
effettiva (“fatti e non parole”) e deve comportare “uno
scambio di doni, nel quale l’amante dà all’amato ciò che ha e
viceversa” (S. Ignazio da
Loyola, Esercizi spirituali). “Non chi dice
Signore Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la
Volontà del Padre Mio”, ci ha rivelato il Vangelo. I fatti ce li ha
mostrati un mese fa Shahbaz
Bhatti, dando la propria vita per Dio e il prossimo, che è
l’atto più grande di amore. Perciò chi osserva e mette in pratica i
10 Comandamenti fa la Volontà di Dio ed è unito a Lui con la Grazia
santificante. La Carità, quindi, consiste nell’osservare i
Comandamenti, che sono riassunti nel “massimo Precetto”: amare
Dio con tutti noi stessi e più di noi (1° Comandamento: “Io sono
il Signore Dio tuo”; 2°: “Non nominare il Nome di Dio invano”; 3°:
“Ricordati di santificare le Feste di Dio”. Chi osserva questi tre
Comandamenti ama Dio in sé) e il nostro prossimo in Dio (4°
Comandamento: “Onora il padre e la madre”; 5°: “Non uccidere”; 6°:
“Non fornicare”; 7°: “Non rubare”; 8°: “Non dire falsa
testimonianza”; 9°: “Non desiderare la donna d’altri”; 10°: “Non
desiderare la roba d’altri”. Chi osserva questi sette comandamenti
ama il prossimo come se stesso, chi li vìola non ama realmente il
prossimo ma solo a parole, perché in pratica lo disonora, maltratta,
deruba e denigra).
● Infine la vera Carità comporta la pienezza della vita
razionale, volitivo-affettiva, morale e spirituale poiché essa
comporta tre elementi essenziali:
1°) amare Qualcuno per sé e
non egoisticamente per noi;
2°) amore reciproco: anche
l’Altro, che è Dio, ci conosce e ci ama;
3°) convivenza:
vivere assieme a quest’Altro in uno scambio vicendevole di doni e di
amore.
Come si vede solo la vera Carità può riempirci la vita,
la quale con Essa raggiunge il suo vertice intellettuale,
volitivo-affettivo e spirituale.
L’uomo è un animale socievole per
natura, non è un’isola e deve uscire fuori di sé per conoscere la
realtà oggettiva ed amarla.
Ora la Somma realtà è l’Essere stesso
Sussistente che è Dio. Quindi solo amando Dio più di noi e il
prossimo in Dio, veniamo riamati certamente da Dio e possibilmente
anche dal prossimo ed infine viviamo in comunanza di conoscenza e di
amore con Dio ed il prossimo, analogicamente alla conoscenza
amorosa che intercorre ad intra tra il Padre, il Figlio e lo
Spirito Santo.
Senza la Carità la vita umana è tronca, nana,
deforme, mostruosa come un nano.
Essa è triste poiché l’uomo
naturalmente tende a conoscere ed amare e naturalmente cerca di
essere conosciuto e riamato. Essa è solitudine spettrale
poiché non si vive in comunanza con nessuno.
L’egoismo (come
l’erotismo freudiano, che dal 1968 è diventato un fenomeno di massa
ed ha rimpiazzato il vero amore naturale e, in certi casi limite,
persino soprannaturale) è una parodia della Carità, è “amare” se
stessi e servirsi del prossimo sfruttandolo e non amandolo.
Il vero
amore umano è buono ma incompleto e deve essere perfezionato da
quello soprannaturale: lo sposo che ama la sposa e i figli, deve
perfezionare quest’amore naturale con quello soprannaturale della
Carità, altrimenti si ferma alle creature e lascia da parte il
Creatore.
Il religioso che fa voto di castità deve riempire la sua
vita di Amore verso Dio e il prossimo, Amore altruistico,
reciproco e in comunanza, altrimenti cadrà inevitabilmente nella
mancanza del rispetto della Volontà divina, espressa nei
Comandamenti e nei suoi Voti o impegni religiosi.
L’anima di ogni
apostolato, come insegna dom
Giovanni Battista Chautard,
è l’orazione mentale, ossia la conoscenza amorosa di Dio e la
contemplazione o sguardo ripieno d’Amore soprannaturale dei Misteri
divinamente rivelati.
Senza questa vita interiore fatta di conoscenza e
amore reciproci tra l’anima e Dio, la vita religiosa diviene
insostenibile. La sua mancanza è la causa principale di tante
defezioni.
L’uomo è fatto per conoscere ed amare, se non
conosce e ama Dio, finirà per rimpiazzarlo con le creature, ma
questa è la definizione tomistica del peccato: “aversio a Deo et
conversio ad creaturas”.
Già
Aristotele (Politica),
perfezionato poi da S. Tommaso, aveva insegnato che solo il pazzo,
in quanto alienato e autisticamente ripiegato su di se stesso, o,
l’eremita-“mistico”,.
in quanto convivente con Dio e soprannaturalmente aperto al
prossimo, anche se fisicamente distante da esso, vivono da “soli”,
l’uno patologicamente-psichicamente male e l’altro
eroicamente-spiritualmente bene, poiché vive spiritualmente unito a
Dio e al prossimo in Dio.
Al di fuori di questi due casi l’uomo
normale (né ammalato e neppure santo) deve vivere in società,
reale e fisica e non solo morale e spirituale, anche con gli altri
uomini. Questa è la vera morale, senza la quale non ci si salva
eternamente, essa non ha nulla a che vedere con il falso “moralismo”
ipocrita e ostentato.
“Senza le opere buone, la Fede è morta” (San
Giacomo). “Ora su questa terra vi sono Fede, Speranza e Carità, la
maggiore di esse è la Carità” (San Paolo).
Che Iddio ci conceda di
poter vivere la nostra vita conformemente alla sua natura razionale
e libera, fatta di conoscenza e di amore, e di poterla elevare, con
la sua Grazia che non viene negata a nessuno, all’ordine
soprannaturale, che è inizio di vita eterna: “Gratia est semen
Gloriae et incohatio vitae eternae”.
● “Deus, da cordibus nostris inviolabilem tuae
caritatis affectum, ut desideria, de tua inspiratione concepta,
nulla possint tentatione mutari” (Messale
Romano, Oratio ad obtinendam Caritatem). Sforziamoci
di diventare in atto ciò che siamo in potenza!
d.
Curzio Nitoglia
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